Valutazione: ★★½☆☆ (2.5 su 5) Il regista israeliano porta al Lido un documentario di settantasei minuti che monta archivio, memo...
Il regista israeliano porta al Lido un documentario di settantasei minuti che monta archivio, memoria e resistenza beduina. E chiede molto a chi guarda.
[di Leonardo Mirabella]
Pneumatici impilati a formare pareti d'aula. Dentro, bambini beduini che imparano a leggere. È la scuola di Khan al-Ahmar, e Amos Gitai la filma per pochi istanti prima che il senso arrivi: quella architettura di gomma nera è già un'idea di cinema, e viene dalla mano di un regista che prima di girare aveva studiato architettura fino al dottorato a Berkeley.
The Road to Jericho, presentato ieri sera alla Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica di Venezia, dura settantasei minuti e prova a fare una cosa quasi impossibile. Attraversare in un solo respiro trent'anni di storia israeliana e palestinese, dalla voce di Yitzhak Rabin registrata pochi mesi prima dell'assassinio del 1995 fino ai bulldozer che da oltre otto anni assediano il villaggio beduino. La promessa del film sta tutta nel modo in cui Gitai monta questo tempo lungo. Nessuna cronologia, nessuna voce fuori campo che orienti. Le immagini della Highway-1 da Gerusalemme a Gerico si aprono e si chiudono come pagine di uno stesso libro consumato.
Amos Gitai a Venezia 83 tra Rabin e Khan al-Ahmar
Il film apre la sezione Venice Open non fiction, dentro una stagione veneziana più politicamente frontale del solito. Coproduzione tra Francia, Regno Unito e Israele, sceneggiatura scritta con Marie-José Sanselme, storica collaboratrice del regista. Gitai torna sul villaggio già filmato in West of the Jordan River del 2017, e recupera materiali dai suoi lavori precedenti: le interviste tratte da Rabin, The Last Day, il taccuino di Field Diary, gli spazi domestici di News from Home. La voce del primo ministro assassinato entra nel montaggio come un fantasma che misura la distanza fra ciò che poteva essere e ciò che è stato. Accanto a quel fantasma si sovrappone lo strato antichissimo di Giuseppe Flavio, il cronista delle guerre giudaiche, come se il regista volesse dilatare il tempo fino a farlo diventare paesaggio.
The Road to Jericho e il rischio del poema ellittico
Qui comincia la parte difficile per chi guarda. Tenere insieme in settantasei minuti la voce d'archivio di Rabin, i corpi dei beduini di Khan al-Ahmar, le pagine di Giuseppe Flavio lette da Irène Jacob, Sarah Adler e Muhammad Abu Jihad, attori israeliani e palestinesi affiancati dentro lo stesso montaggio, e le voci registrate di Samuel Fuller, Jeanne Moreau e Arthur Miller, richiede uno spettatore già preparato, che riconosca i riferimenti, che sappia cosa furono gli accordi di Oslo, che collochi Khan al-Ahmar nella geografia della Cisgiordania. Il montaggio di Yuval Orr non attutisce mai la propria ellitticità. Chi non porta quel bagaglio rischia di trovarsi davanti a un poema scritto in una lingua che nessuno gli ha insegnato.
Amos Gitai ha definito il proprio tono "riflessivo, quasi un lamento", rifiutando il cinema indottrinato anche per una buona causa. È una posizione onesta, coraggiosa dentro un festival in cui le bandiere pesano come non pesavano da anni. Eppure la scelta di intellettualizzare la tragedia produce una frattura che il montaggio non ricompone fino in fondo. Da una parte il lamento colto degli intellettuali occidentali, dall'altra l'urgenza materiale dei corpi e dei bulldozer. I trecento abitanti del villaggio restano spesso sullo sfondo, e la loro presenza fisica pesa meno delle testimonianze registrate dei maestri del Novecento.
Eppure una scoperta rimette in discussione anche il dubbio. Nel 1992, a Gibellina, Gitai aveva messo in scena uno spettacolo teatrale in cui Samuel Fuller interpretava Giuseppe Flavio, e polemizzava contro chi raccontava bugie su un conflitto senza esserci stato. Il footage di Fuller-Josephus che entra in questo film viene da lì. Trent'anni di lavoro sotterraneo compressi dentro settantasei minuti, e affidati a uno spettatore che deve riconoscerli senza che nessuno glielo spieghi. The Road to Jericho non risolve il proprio squilibrio. Lo consegna, insieme al villaggio che difende, al giudizio di chi saprà guardare.
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