Primetime di Lance Oppenheim in concorso a Venezia 83: Robert Pattinson interpreta Chris Hansen e il suo show anti-pedofilia. Al cinema da ottobre.
Prodotto da A24, distribuito in Italia da iWonder da ottobre, l'esordio di finzione di Oppenheim ricostruisce il caso "To Catch a Predator" e diventa un thriller sull'ipocrisia della televisione americana.
[di Ludovico Cantisani]
"Io ti spoglierò e tu mi spoglierai, okay?". Sin dalla primissima battuta Primetime di Lance Oppenheim affronta di petto il suo scomodo tema, la pedofilia in America per come venne raccontata e per certi versi combattuta dal programma To Catch a Predator di Chris Hansen per la NBC. Opera prima di finzione del giovane Lance Oppenheim, già autore di svariati documentari di grande plauso critico, prodotta da A24 e distribuita in Italia da iWonder che lo porterà nelle nostre sale a ottobre, Primetime è innanzitutto una grande prova d'attore del protagonista e coproduttore Robert Pattinson, col merito tuttavia di far risaltare bene anche i personaggi di contorno. To Catch a Predator è stato un reality show andato in onda dal 2004 al 2007, con vari revival negli anni successivi: Hansen, la sua redazione e i membri del gruppo anti-pedofilia Perverted Justice setacciavano le chat online all'epoca dei primordi dei social per individuare i profili di potenziali pedofili; dopo lunghe chat a tema sessuale fingendo di essere giovanissimi incuriositi dalla sessualità, attiravano gli interlocutori in una casa attrezzata con telecamere nascoste dove, dopo una breve interazione con attori o volontari che si fingevano adolescenti o pre-adolescenti pur essendo maggiorenni, intervenivano prima Hansen a smascherare il trucco e a sottoporre l'adulto a una sorta di intervista-interrogatorio, poi la polizia ad arrestarlo a favore di camera.
Dalla fine di Friends alla sfida del mercoledì sera
La tematica della pedofilia ha ricevuto sicuramente una significativa risonanza mediatica dopo il caso Epstein, ma non meno importante nell'architettura intellettuale del film è una riflessione sulla natura e sull'evoluzione dell'engagement televisivo: in una delle prime scene un dirigente della NBC evidenzia il cambiamento in atto nella televisione americana, che dopo la fine di Friends e Seinfeld e centinaia di milioni spesi in programmi scripted, di finzione, porta alla ribalta programmi di cruda realtà come quello di Hansen che chiude le puntate con l'arresto dei pedofili attirati nella rete della sua redazione. Quando la rete televisiva colloca To Catch a Predator nella prima serata del mercoledì, da cui il titolo Primetime, in diretta concorrenza con Lost, il messaggio dell'emittente è chiaro: alzare l'asticella del sensazionalismo nelle catture dei pedofili per vincere la sfida dello share. L'imperativo suscita anche qualche siparietto tra il paradossale e il grottesco ("come possiamo trovare predatori di alto profilo? Non possiamo mica fare provini"), ma quando uno dei più stretti collaboratori di Hansen intuisce che dietro uno dei molti account anonimi con cui sta chattando si potrebbe nascondere un agente governativo o un politico la sfida assume una nuova portata e una dimensione ben più da thriller, e la situazione finisce inevitabilmente per degenerare.
Hansen, ovvero il predatore che dà la caccia ai predatori
Uno dei punti di maggiore forza di Primetime è sicuramente la caratterizzazione del personaggio di Hansen, sia a livello di interpretazione che di sceneggiatura. Una sottotrama interessante che forse poteva essere ulteriormente sviscerata riguarda un'indagine di Hansen a metà degli anni novanta sul traffico di bambini nell'India, e più di una volta il telegiornalista rimarca come una delle sue principali motivazioni nel dare la caccia ai pedofili stia nel fatto di essere padre di due figli; ma ben presto nella progressione narrativa di Primetime Hansen appare sullo schermo come una personalità del tutto dissociata, che arriva a mostrare con orgoglio ai suoi figli, di età ancora più piccola delle potenziali vittime, il trailer del suo show. Una travagliata relazione extraconiugale ormai ai suoi colpi finali mostra come nel fedifrago Hansen ci sia la solita correlazione di moralismo e ipocrisia se vogliamo molto americana. Coprotagonisti del film sono la producer televisiva Lyn Keller, interpretata da Merritt Wever, sempre più frustrata dai modi di Hansen, e Dan Plumb (Skyler Gisondo), aspirante attore che dopo un provino per To Catch a Predator diventa il volto più ricorrente come finto adolescente per incastrare i pedofili a favore di camera; ma anche lui che deve interpretare il preadolescente a rischio molestie non è inizialmente consapevole della natura del programma e viene apertamente definito e chiamato "esca" da Hansen, a ulteriore comprova del suo cinismo. La personalità di Hansen è perfettamente resa in un momento in cui il telegiornalista lascia trasparire apertamente una sorta di nostalgia della gogna di medioevale memoria: "un tempo c'era una gogna in ogni città civilizzata. Adesso c'è una tv in ogni casa. Io ci lavoro. E anche tu", dice a Dan. Il rimando all'attualità del tema dei linciaggi mediatici a mezzo social è palpabile: Primetime mostra, in un mondo televisivo ancora semi-analogico, gli antecedenti di dinamiche sociali e giustizialiste ancora molto presenti nella nostra contemporaneità.
Fotografia crepuscolare, un cinema indie che tiene
Primetime è un film che colpisce innanzitutto per il suo package visivo: la fotografia grezza e al tempo stesso anti-realistica di David Bolen ci trasporta sin dai primi momenti in un mondo crepuscolare in cui chi cerca giustizia non è necessariamente un giusto, con degli ottimi primi piani colti con inquadrature e angolazioni atipiche di Pattinson/Hansen a delineare il suo percorso interiore verso il basso. La sceneggiatura ha qualche strappo di qualità e continuità nel finale, ma nel complesso risulta intelligente, concettualmente raffinata perché capace di problematizzare sia i suoi temi sia i suoi personaggi. Il tema della pedofilia è trattato senza alcuna ipocrisia o banalità, e anche la riflessione sulle ambiguità della televisione, uno dei Leitmotiv tematici del cinema statunitense almeno dai tempi di Quinto potere, viene ripresa in Primetime in maniera innovativa e puntuale. In un anno in cui si è deplorata l'assenza di blockbuster americani a Venezia, Primetime conferma la vitalità e la profondità del cinema indie statunitense degli ultimi anni.
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