Let Us Through, Dear Ancestors di Lav Diaz: Filippine 1617, una chiesa costruita dai colonizzatori sul sangue degli indigeni. La recensione.
Filippine, 1617: un frate spagnolo costruisce una chiesa sul lavoro forzato degli indigeni. Da Venice Open alla rassegna Venezia a Roma e nel Lazio, Lav Diaz firma un Andrej Rublëv al contrario.
[di Ludovico Cantisani]
Tra un capitolo e l'altro del suo dittico dedicato a Magellano e a sua moglie Beatrice (il primo, un biopic presentato a Cannes nel 2025, il secondo in uscita in un futuro indefinito), Lav Diaz ha realizzato anche Let Us Through, Dear Ancestors, nuovo tassello della sua filmografia presentato fuori concorso nella sezione Venice Open della Mostra del Cinema di Venezia e adesso inserito nel programma della rassegna Venezia a Roma e nel Lazio di ANEC Lazio.
Filippine, 1617: una chiesa da costruire
Ambientato nel 1617, Let Us Through, Dear Ancestors racconta le ambivalenze della predicazione nelle Filippine, con una narrazione corale che coinvolge sia colonizzati sia colonizzatori e che ruota attorno alla costruzione di una delle prime chiese nella nazione asiatica di fresca colonizzazione spagnola. Il frate ed encomendero padre Enciso (Bart Guingona), suo figlio Dungwen (Christian Bables) e l'architetto anglo-spagnolo Alejo Smith (Daniel Palisa) sono i principali personaggi europei, affiancati da un nutrito ensemble locale che manifesta reazioni molto differenziate all'atteggiamento di predominio dei colonizzatori e al tentativo di convertirli alla religione cristiana. Tra questi, il fuorilegge Bari-Bari, interpretato da Yul Servo, già diretto da Diaz in Batang West Side, che dalla ribellione contro gli spagnoli finisce per lasciarsi corrompere e collaborare con il dominio coloniale.
Le chiese come monumenti all'orrore
"Le Filippine vennero ricostruite con la forza dalla Spagna imperiale e cattolica: con sesso a profusione (oggi lo chiameremmo stupro), un insaziabile appetito (oggi la chiameremmo rapina) e la promessa della salvezza (che oggi chiameremmo catastrofe)", è il commento ufficiale del regista. "Tra la fine del XVI e il XVII secolo si costruirono senza sosta chiese, porti, fortezze, palazzi, insediamenti, strade, ponti, piantagioni, fabbriche e miniere. Migliaia di nativi, soprattutto uomini, morirono per i lavori forzati. Le chiese, erette con una grandiosità quasi divina (enormi blocchi di pietra, mura massicce e soffitti altissimi), sono monumenti agli orrori della colonizzazione". Se il precedente Magellan era un film parzialmente atipico nel percorso del regista filippino, un biopic a colori, sia pur ricco degli stilemi riconoscibili del suo cinema, Let Us Through, Dear Ancestors ci riporta un Lav Diaz in purezza: ambientato pochi decenni dopo le imprese di Magellano, il film ne riprende il tono criticamente storiografico, per nulla retorico ma esplicitamente anticolonialista.
Un Andrej Rublëv al contrario
Let Us Through, Dear Ancestors è una sorta di Andrej Rublëv al contrario, in cui l'impresa di costruire una chiesa non coinvolge minimamente il rapporto dell'uomo col divino, ed è anzi fomentata dalle più basse ambizioni di potere, di ricchezza e di controllo geopolitico di un territorio. "Non abbiate pietà degli indios per finire di costruire la mia chiesa" è il mantra con cui padre Enciso dirige i lavori, e il corrotto frate spagnolo non si fa problemi a incaricare il suo stesso figlio della pericolosa operazione del trasporto, dalla costa all'entroterra, dei blocchi di marmo necessari a erigere l'edificio sacro. Come faccia un sacerdote cattolico in piena Controriforma ad avere un figlio riconosciuto rimane inspiegato, ma questa scelta contribuisce ad ammantare di una luce sinistra e immorale il personaggio di Enciso, assieme alla successiva rivelazione delle relazioni carnali da lui intrattenute con non poche donne indigene del circondario, spesso con la forza.
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Culti autoctoni e rivoli narrativi
Nonostante gli sforzi di evangelizzazione del frate spagnolo e dei suoi uomini, non tardano a emergere nel film forti risacche di pura eterodossia autoctona, culti e credenze che agli occhi degli europei sono mero paganesimo ma che in realtà riflettono la religione tradizionale della landa delle Filippine dove questo gruppo di spagnoli si è insediato con la forza. Come in gran parte dei film di Lav Diaz, la "trama" procede per canali e rivoli tutti suoi: la linea narrativa principale si perde, si ritrova e si perde ancora, mentre pullulano le sottotrame, i détour narrativi e le storie parallele. Il risultato finale è semplicemente un affresco che riporta alla luce, con una profonda sobrietà stilistica e un inquietante senso di verosimiglianza, vite, situazioni e dinamiche vecchie di quattro secoli.
Makikiraan Po, l'animismo dell'immagine
Let Us Through, Dear Ancestors corona i tentativi di tutto il cinema di Diaz di pervenire a una sorta di animismo dell'immagine, anche grazie a un approfondito lavoro sul sonoro, che rende autenticamente "viventi" le inquadrature. Lo stesso titolo originale, Makikiraan Po, riprende una formula tuttora usata in una regione delle Filippine da coloro che credono di star attraversando un luogo abitato da ancestrali spiriti sacri, come esplicitato dal titolo internazionale, traducibile in italiano come "concedeteci il passaggio, cari antenati", un vero e proprio intercalare lungo il corso del film. Tra le mani di Lav Diaz questo episodio di inizio XVII secolo trascende i confini tra storia e leggenda e viene restituito in una forma di cinema come vera e propria macchina del tempo, oltre che come arte di scolpire il tempo à la Tarkovskij: una riattualizzazione del passato nella sua veracità, più che veridicità, in una visione al tempo stesso ultrarealistica e profondamente lirica della storia. Manca felicemente in Diaz quel senso di costruzione narrativa artefatta, finalizzata a sposare una determinata tesi o a pervenire a un particolare snodo degli eventi; a maggior ragione è assente ogni teleologia della grande Storia. In Let Us Through, Dear Ancestors la storia è semplicemente data, nella sua frammentarietà e nella sua insensatezza, nella sua brutalità e nel suo carattere ondivago e impossibile da ridurre a chiare coordinate morali.
Tra Rublëv e Fitzcarraldo
Un'inquadratura prolungata su donne filippine che recitano con un forte accento l'Ave Maria in latino, un uomo in abiti tradizionali che lascia cadere il crocifisso dall'improvvisato altare di assi momentaneamente eretto nell'attesa della realizzazione della chiesa solo per mettersi a riposare sulle sue tavole di legno, le risate forsennate di Bari-Bari nella foresta pluviale: sono tutti momenti di sintesi icastica e intellettuale a un tempo. È qui che, muovendosi in un territorio narrativo e cinematografico a metà strada tra il già citato Andrej Rublëv tarkovskiano e Fitzcarraldo di Werner Herzog, Lav Diaz riesce a trovare una radicale originalità di prospettiva: Let Us Through, Dear Ancestors ci immerge nella dinamica coloniale da entrambi i poli del rapporto di potere, spaziando largamente dalla dominazione economica a quella spirituale, con uno sguardo simmetrico che mostra tanto i colonizzati quanto i colonizzatori nella loro quotidianità, umanità, inconsapevolezza e meschinità.
Una chiesa che non vedremo mai
Il finale ovviamente non conclude: non vedremo mai eretta la chiesa per la cui costruzione si sono sacrificati decine di uomini, e anzi il figlio del prete rovescia uno dei carri che trasportano i blocchi di marmo, per la rabbia dovuta alla morte di un compagno lungo il viaggio di ritorno. Ma anche in questa deliberata incompiutezza sta la grandezza di Diaz, in quella morale amara per cui, parafrasando il finale del Barry Lyndon kubrickiano, fu nelle Filippine del diciassettesimo secolo che i suddetti personaggi vissero e disputarono: buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali.


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