Danny Boyle conferma 30 secondi di AI in Ink, film di apertura di Venezia 83. E alla conferenza stampa mette in guardia sul giornalismo AI.
Trenta secondi di AI generativa in un film sulla nascita del Sun. E l'avvertimento del regista sull'informazione.
[di Redazione]
Danny Boyle ha confermato a Vanity Fair, in un video registrato dal festival di Telluride, che dentro Ink, il suo film sull'ascesa del tabloid britannico The Sun che ha aperto la Mostra di Venezia il 2 settembre, ci sono trenta secondi di intelligenza artificiale generativa. Pochi giorni prima, alla conferenza stampa veneziana, lo stesso Boyle aveva usato parole nette contro l'AI applicata al giornalismo. Nel suo film, quindi, sta scritta la contraddizione che oggi attraversa mezza industria culturale.
Cosa ha fatto Boyle: due foto e alcuni topi
I trenta secondi generativi servono ad animare un paio di vecchie fotografie e a mettere in scena qualche topo che sfreccia dentro la newsroom del Sun. Sui social gli spettatori si sono chiesti se le immagini animate dei fratelli Kray e di Margaret Thatcher fossero appunto sintetiche: la conferma è arrivata dal video di Telluride. I topi sono venuti fuori da una scelta antica di Boyle, quella di evitare animali veri sul set dopo la polemica di PETA per gli scimpanzé di 28 Giorni Dopo. È uno degli usi meno appariscenti che il cinema d'autore stia facendo dello strumento, ma è dichiarato, misurato, tracciato.
Le parole in conferenza stampa
Il paradosso vero è nel discorso pubblico. Alla Sala Grande del Lido il regista aveva aperto la conferenza stampa definendo il giornalismo uno dei grandi pilastri di ogni civiltà. Poi era andato dritto al punto: "Il pericolo è che i giganti tech con la loro AI sostituiranno il giornalismo. Avranno un giornalista AI molto più efficiente e molto più economico. Ma quel giornalista AI dirà mai la verità al potere che lo ha creato?".
Sul film, il regista si è mosso con altrettanto candore. Ha dichiarato di condividere con Murdoch un'avversione per l'establishment britannico, e insieme allo sceneggiatore James Graham ha scelto di non farne una caricatura, ricordando che il magnate australiano nacque come outsider contro un sistema di classe insulare. È in questo scarto, tra il regista che smaschera il potere e quello che riconosce nel proprio antagonista una parte di sé, che sta il passaggio più interessante del suo intervento veneziano. Poi Boyle ha smussato il tono con una postura generazionale: "Non conta cosa penso io dell'AI, conta cosa ne pensano i ventenni". Il giorno dopo, a proposito del suo film, ha spiegato che l'AI resta comunque "uno strumento utile, purché lo si usi con rispetto e purché si paghino gli attori se li si sostituisce con un avatar digitale".
La contraddizione come metodo
Lo scarto tra la pratica e il discorso si può leggere in due modi. Il primo lo bolla come opportunismo: Boyle predica bene e razzola secondo convenienza. Il secondo, più utile, prova a stare dentro la tensione. Un regista che racconta la nascita del giornalismo popolare industriale, il tabloid che vende milioni di copie a scapito della verità, la creatura di Murdoch e Larry Lamb, adopera la tecnologia che oggi rischia di ripetere quella dinamica su scala moltiplicata. Boyle si assume la contraddizione perché è già dentro la stanza. Lo strumento c'è, funziona, costa poco, sarà usato prima da chi ha potere che da chi vorrebbe metterlo in discussione. La domanda che il regista rivolge al giornalismo vale identica per il cinema. Ed è per questo che Ink, sotto la superficie di biografia industriale, è già un film sul proprio tempo. Racconta il 1969 con gli strumenti del 2026. La simmetria, forse, dice più del film stesso.
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