Ridley Scott si autodefinisce 'influencer' al Times mentre l'Academy prepara l'Oscar alla carriera. Cronaca di una contraddizione.
A 88 anni il regista di Alien si autodefinisce influencer nell'intervista al Times, mentre l'Academy gli prepara l'Oscar onorario che non ha mai vinto.
[di Alex M. Salgado]
Ridley Scott influencer, la dichiarazione al Times di Londra
Suona irritante, la dichiarazione, e ci vuole un momento per capire perché. Un ottantottenne che disprezza l'industria dei contenuti si autobattezza con la parola-simbolo dell'industria dei contenuti. Un uomo che ha passato le ultime interviste a definire il cinema moderno "una merda" e i film di supereroi "noiosi" prende in prestito il vocabolario di TikTok per collocarsi nella storia. Chi fa così? Chi si nomina influencer dopo aver diretto Blade Runner?
La risposta è: chi sta provando a espropriare la parola. Scott non si sta arrendendo all'algoritmo. Sta cercando di riportare il termine "influencer" al significato originario, quello che aveva prima che YouTube e Instagram lo sequestrassero. Un influencer, per Ridley Scott, è chi ha spostato la cultura. Chi sposta le view fa un altro mestiere. Un influencer è chi ha inventato, chi ha "influenzato" nel senso letterale, latino, tecnico.
The Dog Stars, Jacob Elordi e la storia di quattro Oscar mancati
Il pretesto della dichiarazione è The Dog Stars, primo film di fantascienza di Scott in nove anni, 110 milioni di budget per 20th Century Studios. Jacob Elordi interpreta Hig, pilota civile in un aeroporto abbandonato del Colorado dopo la pandemia che ha decimato l'umanità. Josh Brolin, Margaret Qualley, Allison Janney e Guy Pearce completano il cast. Sceneggiatura di Mark L. Smith dal romanzo di Peter Heller del 2012, fotografia di Erik Messerschmidt, musica di Harry Gregson-Williams. Elordi è subentrato a Paul Mescal, che ha dovuto rinunciare per interpretare Paul McCartney nel quartetto beatlesiano di Sam Mendes. Scelta forse felice per entrambi, si intuisce.
Ma il contesto vero della dichiarazione è un altro, e non emerge dall'intervista al Times. Il 15 novembre, ai Governors Awards di Los Angeles, l'Academy consegnerà a Scott il primo Oscar della sua vita. Onorario. Alla carriera. Dopo quattro nomination senza vittoria: Thelma & Louise nel 1991, Gladiator nel 2000 e Black Hawk Down nel 2001 come miglior regia, The Martian nel 2015 come miglior film in qualità di produttore.
L'Oscar onorario 2026 e la contraddizione strutturale
La coincidenza temporale è quasi troppo perfetta. Mentre l'establishment cinematografico prepara la statuetta compensativa, il festeggiando dichiara di appartenere a un'altra categoria professionale. Lo dice con un rilancio di superbia: è così avanti che il vocabolario dell'industria non gli basta più. Lo chiamino come vogliono, lui stava già altrove.
La stessa intervista contiene l'altro passaggio che vale la lettura: "Adesso è tutto o una ragazza uccisa nel bosco, o un agente dell'FBI che è meglio di chiunque altro, o un supereroe. Ma porca miseria, ci saranno pure altre storie da raccontare." Sfogo che ha una sua dignità e anche una sua ragione. Che però Scott pronuncia mentre l'industria che gli spara addosso lo sta portando in trionfo, e mentre firma The Dog Stars, sci-fi mainstream che le prime proiezioni descrivono come sorprendentemente intimo, quasi un cambio di passo.
La contraddizione è simmetrica, quasi elegante. L'Academy premia l'eccellenza mentre spinge il proprio ecosistema verso la mediocrità che lui denuncia. Lui denuncia la mediocrità mentre gira film di grande spesa dentro quell'ecosistema. Ognuno fa la sua parte del capovolgimento, e forse è questa la forma reale della promozione contemporanea.
Cosa significa "influencer" per il regista di Alien
Resta una domanda sola, ed è quella che il vecchio regista pone senza formularla. La parola "influencer" oggi identifica una figura professionale che vende pubblicità in cambio di attenzione. Ma la radice significa qualcos'altro. Influenzare vuol dire lasciare traccia. Alien ha modificato il modo in cui il cinema disegna gli alieni per almeno tre decenni. Blade Runner ha modificato ogni notte pioviosa al neon del cinema successivo. Thelma & Louise ha rimescolato il modo in cui Hollywood pensa i personaggi femminili incazzati. Gladiator ha rifondato il peplum e ha dato a Russell Crowe una carriera intera. In questo senso stretto, Ridley Scott ha ragione. È un influencer. È forse l'unico influencer che abbia mai contato qualcosa.
Il resto è promozione, mascherata da testamento. Vuole ancora girare un western. Vuole dirigere un musical. Vuole fare un film sull'elefante africano. Ha ingaggiato Hugh Jackman per un adattamento de L'isola del tesoro. A ottantotto anni, con l'Oscar della carriera che sta per arrivare, il regista di The Dog Stars procede al ritmo di due film all'anno. Chi lo ferma non è ancora nato. E magari non è ancora nato nemmeno chi lo influenza.
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