Analisi della provocazione di Ridley Scott: "il 60% dei film fa schifo". Esploriamo la Legge di Sturgeon e il dibattito sulla qualità nel cinema.
L'iconico regista ha dichiarato che "il 60% dei film fa schifo". Un'analisi profonda di una provocazione che non è un attacco al cinema moderno, ma una scomoda e antica verità sull'arte e la sua industria.
[di Alex M. Salgado]

Ridley Scott sul set del film "Il Gladiatore 2"
Le parole di un maestro risuonano diversamente quando
scuotono le fondamenta del proprio tempio. Al BFI Southbank di Londra, Ridley
Scott, architetto di Alien, Blade Runner, Il Gladiatore, ha pronunciato una sentenza destinata a riverberare: "il 60% dei film
prodotti è merda" (shit, nell'originale). Brutale, apparentemente
il lamento di un veterano deluso. Eppure, sotto la superficie di questa
invettiva si cela una verità stratificata sull'essenza stessa della creazione
artistica.
La matematica è spietata: del restante 40%, il 25% "non
è male", il 10% "piuttosto buono", e solo un vertiginoso 5% può
definirsi "grandioso". Ma c'è un dettaglio cruciale: Scott ha
specificato che questa proporzione è sempre stata valida. Non è un'accusa al
cinema del 2025, all'era dello streaming o ai blockbuster. È la riaffermazione
di una legge antica, che da decenni aleggia in ogni campo creativo: la Legge di Sturgeon.
Negli anni Cinquanta, Theodore Sturgeon, scrittore di fantascienza stanco di veder denigrare il suo genere, coniò la "Rivelazione di Sturgeon":
«il novanta percento di tutto è spazzatura».
Una difesa appassionata: applicare gli stessi standard con cui si
liquida il 90% della fantascienza porterebbe a concludere che anche il 90%
della letteratura e del cinema lo sia. Scott si inserisce in questo solco. La
sua è un'osservazione statistica sulla produzione di massa: in un sistema
industriale che deve produrre ininterrottamente per alimentare sale e
piattaforme, la mediocrità non è anomalia, ma norma. L'eccellenza è eccezione
rara.
Comprendere questo sposta la prospettiva. La provocazione di
Scott cessa di essere un atto d'accusa per diventare strumento critico. Ci
costringe a interrogarci su cosa collochi un'opera in quel 60% e cosa la elevi
al 5%. Il destino di film ambiziosi ma incerti, drammi d'autore con star
d'azione, è forse finire nel limbo delle opere che non soddisfano nessuno? E
il successo globale di thriller politici complessi dimostra che quel 5% di
cinema "grandioso" esiste e ha un pubblico?
Il dibattito sulla qualità è antico quanto il cinema stesso.
Ingmar Bergman liquidò Michelangelo Antonioni come "soffocato dal proprio tedio" e
definì Orson Welles "una bufala". Jean-Luc Godard trovava i film di
Bergman "infinitamente noiosi" e quelli di Tarantino un frullatore di
cultura popolare. Persino Stanley Kubrick fu descritto da Jacques Rivette come
"una macchina, un mutante, un marziano" privo di sentimenti. Queste
faide tra titani testimoniano come la definizione di "grande cinema"
sia un campo di battaglia intellettuale dove visioni del mondo si scontrano.
La dichiarazione di Scott è un invito a partecipare a questa
battaglia. In un'epoca in cui Hollywood si polarizza tra mega-produzioni e
streaming, la fascia intermedia, quella dell'originalità, viene erosa. La
pressione economica spinge verso formule sicure, repliche di successi
garantiti, alimentando quel 60% di prevedibilità. Le parole di Scott assumono
valore di monito: la quantità non può sostituire la qualità. Il nostro ruolo,
come critici e pubblico, è cercare, difendere e celebrare quel 5% che giustifica
l'esistenza del resto.
Quando gli è stato chiesto quali film apprezzi, Scott ha
risposto con ironia tagliente: "Ho iniziato a guardare i miei film, e in
realtà sono piuttosto buoni". Al di là della battuta, emerge un'ultima
verità: ogni grande artista crea secondo il proprio canone, inseguendo una
visione che, nel migliore dei casi, coinciderà con quel 5% di grandezza. La sua
provocazione non è sentenza di un giudice, ma sfida di un artigiano che, dopo
decenni a forgiare capolavori, ci invita a non accontentarci mai della mediocrità.
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