Victor Willis è morto: addio al pifferaio magico vestito da poliziotto che ci ha insegnato a essere ridicoli (e liberi)

Victor Willis, voce dei Village People e co-autore di YMCA, è morto a 74 anni. Un omaggio a chi ci ha insegnato a ballare senza vergognarci.

Se n'è andato a 74 anni il frontman dei Village People, l'uomo dietro YMCA. Un ricordo tra ironia e nostalgia, lontano dalla politica che ha provato a rubargliela.

[di Massimo Righetti]

village people

Le braccia. Una linea obliqua, poi un'altra. Una Y. Poi una M. E una C. E infine una A. Non era una danza. Era un rito. Il rito di pace più imbarazzante dell'Occidente, va detto. Una sghemba coreografia che chiunque, cresciuto dopo il 1978, ha tentato di eseguire almeno una volta. Di solito male. Di solito a un matrimonio. Di solito quando la notte scivola via, dopo il terzo bicchiere di prosecco. Nessuno ce l'ha mai insegnata per davvero. L'abbiamo rubata. Guardando gli altri, agli angoli delle piste, con la stessa goffa urgenza con cui da bambini cercavamo di vestirci da Village People a Carnevale. Il poliziotto con il fischietto di plastica che, invariabilmente, non funzionava mai. Il costruttore col casco troppo grande. Sempre qualcuno che mancava. Sempre qualcuno costretto a fare l'indiano, perché le maschere erano finite. La libertà, in fondo, comincia quasi sempre da un costume sbagliato.

Eppure, quell'uomo. Quello vero, dentro il costume da poliziotto, non ballava per caso. Si chiamava Victor Willis. Ed è scivolato via il 30 giugno del 2026. Un giorno appena prima di compiere settantacinque anni. Una malattia, sussurra la famiglia. Breve. E aggressiva. Aveva scritto lui, insieme a Jacques Morali, quella canzone che oggi sembra di tutti. Di tutti, tranne che sua.

📲 Luci Sulla Scena Magazine è anche su WhatsApp. Vuoi leggere i nostri approfondimenti più comodamente? → Iscriviti al canale!

Chi era Victor Willis, la voce dietro YMCA

Prima di essere un poliziotto di plastica, Willis era un ragazzo di Dallas, cresciuto tra le nebbie di San Francisco. Figlio di un pastore battista. Aveva imparato a cantare in chiesa, nell'eco delle navate, prima ancora di sapere cosa fosse la disco music. Studiò recitazione. Studiò danza. Arrivò a New York e calcò le assi del Wiz a Broadway. Poi, l'incontro. Jacques Morali, produttore francese, e un'idea. Tanto semplice quanto assurda. Costruirgli attorno un gruppo di uomini in costume. Ognuno l'archetipo esagerato di una mascolinità americana. Il marinaio, e il cowboy, e l'operaio, e il poliziotto. Un catalogo di stereotipi virili così spinto da rasentare la parodia ancora prima di debuttare il che, probabilmente, fu proprio il motivo per cui funzionò. Nel 1977 nacquero i Village People. Un anno dopo, YMCA divenne il loro marchio a fuoco, seguita da Macho Man e In the NavyWillis stesso, negli anni, avrebbe indossato più di una divisa: prima il poliziotto, poi, dal 1979, anche l'ammiraglio.

Willis lasciò il gruppo nel 1980, tornò brevemente, e se ne andò di nuovo nel 1983. Passò anni difficili. Tra dipendenze e battaglie legali sui diritti d'autore. Battaglie che, infine, vinse. Nel 2012. Una sentenza che oggi si studia nei corsi di diritto d'autore americano. Vinse la causa. La canzone, però, nel frattempo aveva già traslocato altrove in una specie di comproprietà collettiva che nessun tribunale è mai riuscito a revocare. Tornò a cantare con i Village People nel 2017, riprendendosi quello che era suo. La voce. Il nome. Il suo posto, esatto, sul palco.

L'ombra dietro la festa: YMCA e la politica americana

Qui la storia, che fino a questo punto sembrava intessuta solo di paillettes e nostalgia, improvvisamente si complica. Perché negli ultimi anni, YMCA è mutata. È diventata la colonna sonora dei comizi di Donald Trump. Il jingle di un ballo goffo, divenuto virale. La canzone che il presidente ha definito "l'inno gay nazionale", pur rivendicandola come propria bandiera elettorale. Un paradosso che, va detto, non ha bisogno di ulteriori commenti. 

Willis, da parte sua, aveva passato anni a smentire che YMCA fosse un inno gay. "Toglietevi la testa dalla fogna", disse una volta, riferendosi a chi vi leggeva ciò. Poi, anni dopo, passò al dibattito elettorale. Prima chiese esplicitamente che Trump non usasse la loro musica. Salvo fare marcia indietro anche su questo, e cantarla lo stesso alla festa inaugurale del presidente, in quel gelido gennaio del 2025. Due ammorbidimenti diversi, a distanza di anni, sullo stesso pezzo: quasi che YMCA gli fosse scivolata di mano due volte, in due direzioni opposte. Un'inversione a U compiuta, va detto, con la stessa disinvoltura con cui sul palco passava dalla divisa del poliziotto a quella dell'ammiraglio: bastava cambiarsi d'abito.

Non è una contraddizione da giudicare. È solo la prova che le canzoni, una volta uscite dalla stanza in cui sono nate, smettono di appartenere a chi le ha scritte e cominciano, semmai, ad appartenere al primo DJ di paese che le rimette su alle undici di sera, tra una salamella e l'altra.

Si potrebbe fare filosofia, qui. Si potrebbe scomodare la maschera che cade, l'uomo che scopre di non possedere ciò che ha creato, il caos che danza sopra le migliori intenzioni. Ma forse la lezione è meno solenne di così. Willis lo sapeva meglio di chiunque altro: aveva passato una vita intera, e parecchie parcelle d'avvocato, a rincorrere legalmente i diritti su note che nel frattempo erano già diventate di tutti. Di chi le balla a un matrimonio. Di chi le fischietta senza sapere chi le ha scritte. Persino di chi le usa per fini che l'autore, con ogni probabilità, avrebbe preferito evitare. Quando scrivi una canzone che la gente vuole ballare, hai già perso il controllo su di essa. È il prezzo del biglietto e nessuno, nemmeno chi l'ha scritta, ha mai avuto diritto al rimborso.

Cosa resta di YMCA dopo Victor Willis

E allora. Forse è proprio qui, in questo cortocircuito, che si può provare a restituirgli qualcosa.

Perché accadrà. La prossima volta che YMCA esploderà a una sagra di paese. Tra le luminarie e il banco dei formaggi e salumi del posto. Con il DJ che alza il volume, in quell'istante preciso in cui tutti fingono di non aspettarla, con quella prevedibilità quasi liturgica che hanno solo le canzoni che nessuno ammette più di amare, e che tutti ballano lo stesso. Non penseremo più a un comizio. A un politico. A un ballo goffo rubato per convenienza elettorale.

Penseremo a quando avevamo dodici anni e non sapevamo ancora bene disegnare quelle quattro lettere con le braccia. E a qualcuno vestito da poliziotto che, su un palco lontanissimo, ce le stava comunque insegnando. Insieme a qualcosa di più grande. Qualcosa per cui allora non avevamo le parole: che si può essere ridicoli e liberi nello stesso istante. E che, spesso, sono la stessa cosa.

Il pifferaio magico vestito da sbirro non c'è più. Ma la fila di chi continua a inciampare dietro di lui, ragazzini o nonni che siano,  senza saperlo, esiste ancora.

Le braccia. Una Y. Una M. Una C. Una A.

Ed è, alla fine, l'unico tributo che conta davvero.

---

LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp

È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.

COMMENTS

Loaded All Posts Not found any posts VIEW ALL Readmore Reply Cancel reply Delete By Home PAGES POSTS View All RECOMMENDED FOR YOU LABEL ARCHIVE SEARCH ALL POSTS Not found any post match with your request Back Home Sunday Monday Tuesday Wednesday Thursday Friday Saturday Sun Mon Tue Wed Thu Fri Sat January February March April May June July August September October November December Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec just now 1 minute ago $$1$$ minutes ago 1 hour ago $$1$$ hours ago Yesterday $$1$$ days ago $$1$$ weeks ago more than 5 weeks ago Followers Follow THIS PREMIUM CONTENT IS LOCKED STEP 1: Share to a social network STEP 2: Click the link on your social network Copy All Code Select All Code All codes were copied to your clipboard Can not copy the codes / texts, please press [CTRL]+[C] (or CMD+C with Mac) to copy Table of Content