Giovanni Allevi chiude il FestivalFlorio 2026 a Favignana con Armonie Invisibili. Musica, parole e fragilità in una serata indimenticabile. Recensione
Al FestivalFlorio, il compositore marchigiano trasforma fragilità e malattia in un racconto di coraggio e autenticità davanti a tremila persone.
[di Elisabetta Castiglioni]
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| Giovanni Allevi- ph. Paola Manera |
Era da diversi anni che non ascoltavo Giovanni Allevi dal vivo. L'ultima volta era prima della malattia, quando il protagonista assoluto era il pianoforte e il suo modo inconfondibile di farlo cantare. Per l'ultimo appuntamento del FestivalFlorio 2026, in programma il 5 luglio alla marina di Favignana, sapevo che Armonie Invisibili non sarebbe stato un concerto nel senso tradizionale del termine. Sapevo che avrei assistito a una performance costruita sull'alternanza di musica e parole, di riflessioni e confessioni. Quello che non immaginavo era che, nell'arco di poco più di un'ora, Allevi sarebbe riuscito a trasformare una piazza di oltre tremila persone in una sorta di salotto dell'anima, dove nessuno si sentiva semplice spettatore, ma parte di una conversazione intima e profondamente umana.
L'uomo oltre il pianoforte
Il pianoforte è stato il filo conduttore della serata, ma non il suo unico protagonista. Lo è stato l'uomo Giovanni Allevi, che ha scelto di raccontarsi senza filtri, affrontando la malattia non come un dramma da esibire, ma come un'esperienza capace di cambiare radicalmente il modo di guardare la vita. Il racconto della diagnosi di mieloma multiplo, arrivata dopo un concerto a Vienna a causa di un dolore insopportabile alla schiena, non è mai diventato un esercizio di autocommiserazione. Al contrario, è stato il punto di partenza di una riflessione molto più ampia sulla fragilità umana.
Qui siamo tutti uguali
Tra tutti i passaggi della serata, quello che mi è rimasto maggiormente impresso è il ricordo dell'anziano paziente incontrato all'Istituto dei Tumori che, vedendolo arrivare, gli disse semplicemente: "Qui siamo tutti uguali." Una frase pronunciata con dolcezza, non con rivalsa, che Allevi ha descritto come il momento in cui hanno iniziato a cadere tutte le maschere costruite nel corso della sua vita. Il compositore affermato, il concertista internazionale, il personaggio pubblico lasciavano spazio soltanto all'uomo. Ed è forse proprio questa la riflessione più preziosa che porto a casa: non dovrebbe servire una diagnosi devastante per imparare a vivere senza maschere. Dovremmo riuscire a farlo molto prima, quando la vita ancora ci concede il privilegio di scegliere.
L'ironia come armatura gentile
Sorprende la naturalezza con cui Allevi riesce ad alternare profondità e leggerezza. Parla apertamente degli oppiacei che gli consentono di affrontare il concerto, scherza sul tremore delle mani, invita il pubblico a perdonargli qualche eventuale nota sbagliata attribuendola ai farmaci e, con la stessa ironia, aggiunge che se invece dovessero ascoltare qualcosa di particolarmente geniale, probabilmente il merito sarebbe sempre degli stessi farmaci. La piazza sorride, ma è un sorriso che nasce dall'empatia, non dalla battuta. In quel momento il pubblico comprende che quell'ironia è il suo modo di non concedere alla malattia il diritto di definirlo.
Il tocco sensibile delle dita, la musica che resiste
Osservarlo mentre suona diventa quasi più emozionante dell'ascoltarlo. Sapere che ogni movimento è accompagnato dal dolore cambia inevitabilmente la percezione della sua musica. Le mani, il cui tatto è per lui sicuramente diverso da prima ma non meno efficace, continuano a cercare i tasti con una delicatezza straordinaria. Non c'è più il desiderio di stupire con il virtuosismo. Ogni nota sembra invece diventare un gesto d'amore, verso la musica, verso il pubblico e verso quella vita che continua ostinatamente a scegliere ogni giorno.
Lo yacht, le mele e la libertà di innovare
La stessa serenità emerge quando affronta un tema che avrebbe potuto raccontare con amarezza: le critiche ricevute da una parte del mondo della musica classica. La metafora dello "yacht" dal quale sarebbe stato gettato per aver immaginato una musica "classica nelle forme e contemporanea nei contenuti" strappa un sorriso, ma contiene anche una riflessione importante. Innovare significa inevitabilmente esporsi all'incomprensione. Eppure Allevi non cerca rivincite. Continua semplicemente a seguire la propria idea di musica, con la stessa libertà che gli permette di trasformare il rumore di alcune mele cadute sul pavimento della metropolitana in una composizione pianistica. Dove tutti vedono un piccolo incidente quotidiano, lui sente un ritmo. È forse questa la definizione più autentica di artista: saper cogliere armonie invisibili nella normalità.
Una foglia di basilico e le fusa di un gatto
Anche quando parla della cultura, della natura, della foglia di basilico che lo aiutava a respirare durante le cure o del gatto che, con le sue fusa, gli insegnava inconsapevolmente la meditazione, il filo conduttore resta sempre lo stesso. La ricerca di un contatto autentico con ciò che conta davvero. Con gli altri. Con il mondo. Con sé stessi.
Tremila persone, un solo silenzio
Il FestivalFlorio si è chiuso così, con oltre tremila persone raccolte davanti al mare in un silenzio quasi irreale. Non era il silenzio dell'ammirazione verso un grande pianista. Era quello che si crea quando qualcuno riesce a dare voce a pensieri che appartengono un po' a tutti. L'applauso finale è sembrato quasi un abbraccio collettivo, e per un attimo ho avuto la sensazione che quell'energia fosse necessaria a lui quanto lo erano state, durante tutta la serata, le sue parole per ciascuno di noi.
Allevi ha detto di non credere alle statistiche che provano a disegnare il suo futuro. Preferisce immaginare il domani come "un presente allargato". Mi piace pensare che quel presente continui ad allargarsi ancora a lungo. Non soltanto perché il mondo della musica ha ancora bisogno del suo talento, ma perché la nostra società ha bisogno di persone capaci di ricordarci, con una semplicità disarmante, che la fragilità non è il contrario della forza. È il luogo in cui la forza trova finalmente il coraggio di mostrarsi.
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