La Biennale Danza 2026 premia Bangarra Dance Theatre: il Leone d'Oro a 65.000 anni di memoria custodita nei corpi.
Alla Sala delle Colonne di Ca' Giustinian, la compagnia australiana di danzatori aborigeni riceve il massimo riconoscimento della danza contemporanea.
[di Mina Jane]
Un piede nudo si posa sul legno del palcoscenico. Come si posa una domanda. È un gesto piccolissimo, di quelli che sfuggono a chi guarda una coreografia in cerca della piroetta o del grand jeté. Eppure è tutto lì, in quella suola che ascolta la terra anche quando la terra è un tavolato veneziano.
Questa mattina, a mezzogiorno in punto, nella Sala delle Colonne di Ca' Giustinian, il presidente della Biennale Pietrangelo Buttafuoco ha consegnato il Leone d'Oro alla carriera della Biennale Danza 2026 al Bangarra Dance Theatre. È la prima volta che il massimo riconoscimento europeo per la danza contemporanea va a una compagnia interamente composta da danzatori aborigeni australiani e delle Isole dello Stretto di Torres. Stephen Page e Frances Rings hanno ritirato il premio insieme, e in quel gesto duplice c'era qualcosa che diceva più di ogni discorso: la staffetta di un sapere che non si consegna a un solo nome.
Un Leone d'Oro che sposta il baricentro della danza contemporanea
Wayne McGregor, direttore artistico del settore Danza, ha motivato la scelta parlando di Bangarra come di una delle maggiori formazioni artistiche australiane, capace di costruire un repertorio unico, in cui tradizione e contemporaneità convivono senza compromessi. Cinque giorni prima, il 21 luglio, il Leone d'Argento era andato alla coreografa e attivista sudafricana Mamela Nyamza. Due premi che, letti insieme, disegnano una traiettoria precisa: la geografia della danza si allarga, il centro non è più a Parigi né a New York, e forse smette del tutto di essere un centro. Diventa una rete di corpi che ricordano, ciascuno alla propria maniera.
Bangarra Dance Theatre: 65.000 anni di memoria in movimento
La compagnia nasce nel 1989, fondata da Uncle Rob Bryant, Cheryl Stone e Carole Y. Johnson dall'esperienza della National Aboriginal Islander Skills Development Association. Diciotto danzatori in organico. Un patrimonio culturale che risale a sessantacinquemila anni fa, una vertigine numerica, se ci si ferma a pensarla davvero. Dal 1991 al 2022 la direzione artistica è stata di Stephen Page, dei popoli Quandamooka Nunukul/Ngugi e della nazione Yugambeh Munaldjali: oltre ventisette produzioni che hanno portato Bangarra sui grandi palcoscenici internazionali. Dal 2023 il testimone è passato a Frances Rings, coreografa della comunità Mirning della costa occidentale dell'Australia Meridionale, oggi direttrice artistica e co-CEO insieme alla direttrice esecutiva Louise Ingram.
Nella Sala delle Colonne, Page ha detto una cosa che vale la pena riportare intera: "Con la nostra compagnia vogliamo raccontare la verità, attraverso storie che parlano degli effetti della colonizzazione. I ballerini che salgono sul palco portano con sé un peso: quello delle storie che ci sono state affidate dai nostri anziani". E ha aggiunto, con la stessa quiete: "Più di 230 anni fa l'arrivo dei britannici ha lasciato ferite profonde. Noi siamo la coscienza di questa storia. Attraverso la danza custodiamo una memoria che rischierebbe di andare perduta e la condividiamo con il mondo".
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Terrain al Teatro Malibran: la geografia si fa coreografia
Al Teatro Malibran di Venezia, ieri sera, ha debuttato in prima europea Terrain, la coreografia di Frances Rings che stasera torna in replica. Nove quadri ispirati al Kati Thanda–Lake Eyre, il più grande lago salato dell'Australia, luogo sacro delle Prime Nazioni. Un lago che d'estate è un deserto bianco di sale, poi le piogge arrivano da nord e lo colmano, e quando smettono torna a scomparire. Rings non lo rappresenta. Lo restituisce come pulsazione, come respiro. La colonna sonora è di David Page, e si posa sui corpi come una seconda pelle sonora.
Il tema è la connessione con il Country — parola che in italiano si traduce male, perché non è né "campagna" né "paese", ma qualcosa di simile a un'entità viva, un interlocutore. La terra, secondo Bangarra, entra in scena come partner. Danza anche lei. Cambia dalle fondamenta la definizione stessa di coreografia. Chi guida chi."
La linea Wayne McGregor: il canone si riscrive dai margini
McGregor lo aveva detto all'inizio del suo mandato: "Ho cercato di dare risalto e sostenere artisti e compagnie straordinarie, la cui influenza e il cui impatto vanno oltre il loro peculiare lavoro. […] Si tratta di coreografi e compagnie che hanno provocato un cambiamento epocale nella nostra comprensione della danza e del contesto culturale in cui viene eseguita". Con Bangarra e Nyamza, la promessa prende forma.
Frances Rings, dal palco della Sala delle Colonne, ha inquadrato l'anomalia in una frase che merita di essere pesata: "Siamo l'unica compagnia al mondo che costruisce ogni spettacolo confrontandosi con le comunità indigene e con gli anziani, ascoltando le loro testimonianze e chiedendo il loro consenso per raccontare quelle storie". La parola chiave è consenso. Nel teatro contemporaneo si parla molto di firma d'autore, molto meno di autorizzazione. Bangarra rovescia il rapporto: prima il permesso, dopo la firma.
Torniamo al piede sul legno del palcoscenico. Adesso quel gesto pesa diverso. È il modo in cui una civiltà ha attraversato sessantacinquemila anni senza librerie e senza server. La memoria, in certe geografie, si custodisce nei muscoli. Il Leone d'Oro è un premio a una tecnica di sopravvivenza. E a una domanda che riguarda tutti — dove finiscono davvero i ricordi, quando gli anziani se ne vanno.
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