L'Odissea di Nolan esce il 16 luglio. Cronaca semiseria della più grande adunata di filologi da tastiera degli ultimi anni.
Il 16 luglio esce il film di Christopher Nolan. Novanta secondi di trailer hanno risvegliato un esercito planetario di esperti di Omero mai vista prima.
[di Massimo Righetti]
Il 16 luglio esce L'Odissea di Christopher Nolan. Io ci andrò così com'è: biglietto, poltrona, buio, quasi tre ore. Senza vocabolario di greco antico infilato nello zaino, senza il volume dei Meridiani sotto braccio, senza appunti sulle armature micenee. Andrò a vedere un film. Sembra un dettaglio, e invece nel 2026 è quasi una posizione politica.
La grande adunata dei filologi da tastiera
Perché nelle settimane che ci separano dall'uscita è successo qualcosa di sociologicamente interessante e comicamente istruttivo. Un trailer di novanta secondi ha prodotto oltre seicentomila dislike su YouTube, secondo trailer più disprezzato nella storia di Hollywood, subito dopo la Biancaneve di Rachel Zegler. Universal ha dovuto disattivare le repliche sui suoi canali social. Elon Musk ha dato del "verme" a Christopher Nolan. E da ogni angolo della rete si è alzato un coro di specialisti, di filologia classica, di storia antica, di costumistica dell'Età del Bronzo, che fino al giorno prima ignoravamo esistessero in numero così vasto. Non è nemmeno la prima ondata: a dicembre avevamo già raccontato gli Opliti da Divano fermare il frame sull'elmo di Agamennone perché somigliava troppo a Batman (clicca qui per leggere l'articolo). Sette mesi dopo la rivolta è passata dal costume al casting, ma il copione è identico. Un rinascimento culturale improvviso, concentrato quasi tutto sulla piattaforma di proprietà del signore che ha dato del verme al regista, quasi tutti con l'immagine profilo di un busto greco.
Emily Wilson e la memoria corta del web
Il fenomeno non è nuovo. Nel 2017 la filologa Emily Wilson, docente all'Università della Pennsylvania, pubblicò la prima traduzione inglese dell'Odissea firmata da una donna. Ci lavorò anni. Sostituì il pomposo wily con un elegantissimo complicated man. Oggi è studiata a Oxford, Yale, Princeton. All'epoca fu accolta da Twitter come "woke abomination". Oggi la stessa Wilson difende Nolan con un argomento semplice: il poema omerico è un testo vivo, ininterrottamente tradotto e riscritto da secoli, e l’odissea di Nolan si iscrive esattamente in quella tradizione: è un film in inglese, non in greco antico, e ogni traduzione è per definizione una reinterpretazione. Ma gli stessi utenti che nel 2017 avevano spiegato a una classicista come si traduce Omero, oggi spiegano a Nolan come si adatta un poema che la stessa classicista dice essere adattato benissimo. La coerenza intellettuale, si sa, viaggia più lenta della fibra ottica. Una corsa affannosa. Verso il niente.
Elena di Troia, leukōlenos e Christopher Marlowe
L'epicentro vero, però, è estetico. Lupita Nyong'o, premio Oscar, formatasi alla Yale School of Drama, interpreta Elena di Troia e sua sorellastra Clitemnestra. Matt Walsh, opinionista conservatore americano, ha dichiarato che "nessuno al pianeta pensa davvero che Nyong'o sia la donna più bella del mondo". Musk ha aggiunto il suo verme rituale. E in molti hanno esibito, con orgoglio da riscoperta scolastica, la parola leukōlenos, "dalle bianche braccia", con cui Omero descrive Elena in Iliade. Prova provata, dicono, che Elena era bianca.
Peccato che leukōlenos sia un epiteto formulare applicato da Omero a un catalogo lunghissimo di donne: Era ventiquattro volte solo nell'Iliade, poi Andromaca, Nausicaa, Arete regina dei Feaci, persino le ancelle di corte. È un tassello ritmico dell'esametro, non un dato antropometrico. E il "bianco" delle braccia, nel Bronzo miceneo, indicava la pallidità aristocratica delle donne che stavano al chiuso: marcatore di classe, non di etnia. La categoria di "razza", nel senso moderno, semplicemente non esisteva. Discorso analogo per l'altra parola che immancabilmente ricompare a rinforzo, xanthē, con cui Esiodo definirà Elena "dalla chioma dorata": nel greco antico copre una gamma cromatica che va dal biondo al fulvo al rossiccio, ed è la stessa parola usata per il vino, per il grano maturo, per i capelli di Achille. Nulla che assomigli alla "bionda" del senso moderno.
C'è poi la citazione che immancabilmente compare sotto ogni post indignato: "il volto che fece salpare mille navi", frase con cui da secoli si sintetizza la bellezza sovrumana di Elena e, di conseguenza, l'assurdità di affidarne il ruolo a un'attrice nera. Grande classico. Peccato che quella frase non sia di Omero. È di Christopher Marlowe, Il Dottor Faust, atto quinto: Faust evoca lo spirito di Elena e le si rivolge con "Was this the face that launch'd a thousand ships?" Il testo fu composto tra il 1589 e il 1592, pubblicato per la prima volta nel 1604. Marlowe, per giunta, riprendeva l'immagine da Luciano di Samosata, satirico greco del II secolo d.C. Duemila anni dopo l'Iliade. Un blockbuster elisabettiano, per capirci. I difensori della purezza omerica difendono, senza saperlo, un verso di un contemporaneo di Shakespeare.
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Travis Scott, gli aedi e la stessa liturgia di sempre
Travis Scott interpreta Demodoco, l'aedo cieco che nell'ottavo libro canta le imprese di Odisseo davanti ai Feaci. Nolan lo ha scelto perché il rap è la sopravvivenza contemporanea dell'oralità performativa antica: formule ritmiche, improvvisazione, memoria orale, gestione del pubblico dal vivo. È un'intuizione filologica precisa. Ma su X è diventata materiale per meme.
E allora forse è utile ricordare, ai leoni da tastiera che oggi difendono la purezza di Omero, che nel 2006 gli stessi indirizzi email firmavano petizioni contro Heath Ledger nei panni del Joker. Troppo giovane, troppo effeminato. Sette mesi dopo l'uscita del film: Oscar postumo. La stessa liturgia si è ripetuta con Craig-Bond, Keaton-Batman. Un ciclo così regolare che potrebbe entrare tra le costanti astronomiche. La memoria collettiva del web, si sa, dura esattamente un trailer.
La posizione dello spettatore
Nolan ha liquidato tutto al Telegraph in una riga: "Queste conversazioni che avvengono prima che le persone vedano il film sono sempre irrilevanti, perché nessuno di quelli che le fanno sa ancora cosa sia il film". Ha ragione, ovviamente. Ma la questione non è nemmeno Nolan. È la disinvoltura con cui, di fronte a un testo fondativo della letteratura occidentale, ci si sente autorizzati a passare in un attimo dalla traduzione del greco antico alla regia di un blockbuster IMAX, senza sostare un momento sull'umile posizione dello spettatore.
Che è poi la posizione, mi pare, per cui il cinema è stato inventato.
Il vocabolario che non porterò
Così, il 16 luglio, entrerò in sala senza vocabolario di greco antico. Lo lascerò a casa, sullo scaffale, dove ha vissuto tranquillo per anni senza chiedere nulla a nessuno. Non porterò nemmeno il testo di Wilson evidenziato. Non porterò nemmeno il Il Dottor Faust, che pure sarebbe più pertinente di molti interventi letti negli ultimi due mesi.
Porterò solo quello che il cinema chiede da sempre: la disponibilità a farmi raccontare una storia. Il vocabolario, se serve, lo si apre dopo. Prima si guarda. Prima si ascolta. Prima si sta zitti.
È il minimo sindacale che dobbiamo, se non a Nolan, a Omero. Al vero Omero, non a quello iscritto su X.
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