Apollo e Dafne, Plutone e Proserpina e ottanta opere da mezza Europa: il segreto di Ovidio dentro la Galleria Borghese, dal 23 giugno.
Dal 23 giugno al 20 settembre, ottanta opere svelano il segreto della collezione. Un viaggio scultoreo dove il mito ovidiano respira, da tre secoli.
[di Massimo Righetti]
Davanti alla Galleria Borghese. Ogni mattina. La stessa danza. Inconsapevole. Fila di turisti. Schermi accesi. A caccia della luce giusta, di un frammento da rubare a un Caravaggio, poi via, dritti verso l'uscita. Tacchi che scivolano sui marmi. Ma in una sala, qualcuno rallenta. Lì, nel pianterreno, due corpi di pietra sembrano respirare, sospesi a metà di una mutazione che non si conclude mai. Da quattrocento anni la pelle sta per farsi corteccia, senza arrivarci mai del tutto.
Dal 23 giugno al 20 settembre 2026, quella sala vibrerà ancora di più. Si apre "Metamorfosi. Ovidio e le arti". Una creatura nata dalle menti di Francesca Cappelletti e Frits Scholten. Un asse invisibile che unisce Roma al Rijksmuseum di Amsterdam, dove la prima tappa si è chiusa il 25 maggio. La città eterna cambia pelle. Un esito diverso, una propria, infinitesimale metamorfosi.
Il progetto non si limita ad accostare ottanta opere ai marmi di casa. Propone una rilettura sensoriale del mutamento: la tensione tra ordine e trasformazione, la fluidità delle identità, il rapporto instabile tra corpo e natura. La metamorfosi, nel percorso curatoriale, smette di essere solo un evento fisico e diventa categoria estetica, quasi filosofica, capace di interrogare insieme tempo, spazio, materia e forma.
Galleria Borghese, la casa che Ovidio abita da tre secoli
Un equivoco antico. Da dissipare. Scipione Borghese, all'alba del Seicento, edificò più di una dimora: una macchina teatrale per l'eternità. Il mito, l'arte, l'autorappresentazione del casato. Tutto fuso insieme, in un meccanismo perfetto. E quando, a fine Settecento, Marcantonio IV Borghese e Antonio Asprucci misero le sculture al centro, assecondarono soltanto le antiche storie ovidiane già impresse negli intonaci da due secoli.
Scipione Borghese architettò stanze, innalzò muri, dipinse dèi per convincersi che l'istante potesse essere trattenuto: che la pietra, a differenza della carne, potesse resistere alla furia cieca del tempo.
Apollo e Dafne di Bernini: l'attimo esatto della metamorfosi
Marmo. Cuore pulsante e gelido. Due corpi intrecciati. Gian Lorenzo Bernini, scultore poco più che ventenne. Apollo insegue. Dafne fugge. La vendetta di Cupido: una freccia d'oro per accendere il dio, una di piombo per spegnere la ninfa. Le dita diventano rami. La pelle si fa corteccia.
Apollo e Dafne mette in scena una dannazione che si ripete: l'inseguimento dell'assoluto che si chiude, ogni volta, su una corteccia indurita. Si vuole la vita, e si afferra il legno. Bernini ha fermato la pietra proprio lì, nel respiro sospeso del desiderio che collassa contro l'impossibile. Lasciando fuori il prima e il dopo. Resta solo la materia più immobile che esista, colta nell'atto di respirare. È l'opera scelta per aprire il tema dell'amore nel percorso curatoriale del 2026.
Amore, aldilà e il mito di Plutone e Proserpina nella mostra
Pochi passi più in là, un'altra prigione di marmo: Plutone e Proserpina. Il signore dell'oltretomba strappa la fanciulla alla luce. Il desiderio diventa violenza, soglia tra i mondi. Attorno a queste due sculture la mostra costruisce i suoi temi: l'amore, l'aldilà, la creazione del mondo. E un capitolo meno noto, ma decisivo: una riscrittura medievale che travestì da teologia i miti pagani di Ovidio, per poterli salvare. Sotto le maschere dei predicatori, il tremore della passione cruda è sopravvissuto, in segreto, fino al Rinascimento.
Da Correggio a Brancusi: ottanta opere per raccontare Ovidio e le arti
Ottanta opere. Oltre quattro secoli di ossessione visiva. Correggio, Michelangelo, Tiziano, Rubens, Poussin. E poi giù, fino alla vertigine di Gérôme, Rodin e Brancusi. Il mito fondativo è un vocabolario che ogni secolo riscrive. Brancusi leviga, astrae. Il corpo svanisce. La metamorfosi diventa forma pura, principio assoluto. Il catalogo stesso, impaginato dalla voce grafica di Irma Boom, è un transito. Olandese, inglese, italiano. Studiosi a colloquio sulla carta, in un'architettura di inchiostro e anima.
Roma, Amsterdam e la Casa del Cinema: il dialogo continua
Il dialogo tra Roma e Amsterdam non si esaurisce dentro le sale della Galleria. Il 24 giugno, un giorno dopo l'apertura, la Casa del Cinema ospiterà la conferenza di Gianpiero Rosati, professore emerito di Letteratura latina alla Scuola Normale Superiore di Pisa: "Ovidio, poeta dello sguardo e del desiderio". Si parlerà di corpo, di un diritto al piacere che Ovidio, duemila anni fa, aveva già messo nero su bianco. La mostra è realizzata con il sostegno di Intesa Sanpaolo – Gallerie d'Italia e Webuild.
Fuori, il sabato mattina, la fila continuerà a scorrere. Schermi accesi, inquadrature rubate, l'uscita già in mente prima ancora di essere entrati. Da giugno, però, in quella sala c'è una ragione in più per restare: ottanta opere arrivate da musei di mezza Europa, chiamate a dimostrare che un poema scritto duemila anni fa può ancora dettare la grammatica di uno sguardo contemporaneo. È questo il compito che si è data la mostra, in fondo: far respirare un'altra volta un classico vecchio di due millenni, dentro l'unica casa che lo ha sempre considerato di famiglia.
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