Metallica a Bologna – M72 Tour 2026, recensione: il ferro non si piega

Metallica a Bologna, 3 giugno 2026. 45.000 anime, un palco circolare e una sigla anime che nessuno si aspettava. La recensione del concerto

Valutazione: ★★★★☆ (4.0 su 5)

Metallica al Dall'Ara di Bologna: 45.000 spettatori, produzione stellare e un Doodle con Ken il Guerriero che ha fermato il tempo. La nostra recensione del M72 Tour.

[di Massimo Righetti]

Metallica al Dall'Ara – M72 Tour 2026

Piadina. Birra. Stadio Renato Dall'Ara, Bologna. La coda avanza lenta. Odore di birra, sudore, asfalto caldo di giugno. T-shirt con teschi, capelli grigi dove un tempo erano neri. Quarantacinquemila persone che convergono su uno stadio di calcio per una cerimonia che non ha nulla a che fare col calcio.

C'è un'isola di ferro nel mezzo del prato. Trentasei metri di diametro, struttura circolare, torri di casse alte trenta metri come tralicci di alta tensione. Nessun fronte. Nessun retro. Solo acciaio.

Mi fermo.

Riavvolgo il nastro.

Da Marino al Dall'Ara: trentaquattro anni di Metallica

Marino 1992 Metallica

16 novembre 1992. Palaghiaccio di Marino, Castelli Romani. Ho ventitrè anni.

Il mosh non era un'opzione. Era l'unica risposta possibile. Carne contro carne, gomiti, spalle, ginocchia. Gente che si lanciava dal primo anello sul pubblico, senza rete, senza permesso, senza la minima preoccupazione per le conseguenze. La musica era una cosa fisica: ti colpiva nello stomaco prima ancora che arrivasse alle orecchie. Il sudore non era tuo. Era di tutti. Il sangue neanche.

Una bolgia infernale. La migliore della mia vita.

Sono uscito da quel palaghiaccio con gli abiti fradici e un acufene che ha tenuto compagnia per giorni. Nessun rimpianto. Zero.

Da quella notte ho inseguito questa band ovunque. Roma. Milano, Imola, Bologna. Ancora Roma. Madrid. Ancora Milano. Nelle serate buone c'era la musica. In quelle brutte, il caso Napster, i dischi discutibili, le crisi esistenziali trasmesse in televisione, c'era la lealtà cieca di chi non molla. I fan veri non mollano. Incassano. Si incazzano. Ma non abbandonano la trincea.

Poi è arrivato 72 Seasons. Il tour mondiale. E Bologna di nuovo. Stadio Renato Dall'Ara, 3 giugno 2026. Il cerchio si chiude.

Metallica a Bologna e la scaletta da karaoke (cit. Gianluca)

James Hetfield Bologna giugno 2026

L'Estasi dell'oro di Ennio Morricone. In Italia, questo ha il peso di una benedizione. Le luci si abbassano. Il Dall'Ara trattiene il respiro.

Poi Hetfield attacca Creeping Death e il suono arriva dall'alto, dalle torri, trenta metri di acciaio verticale che sparano verso il basso, direzionali, chirurgici. Un'onda d'urto. Fine delle cerimonie.

For Whom The Bell Tolls. Cyanide. King Nothing. Fuel. James Hetfield ha 62 anni e tiene l'arena come un generale che ha già vinto la guerra e lo sa.

Bisogna però dirlo. Gianluca, compagno di trincea da trent'anni, ha chiamato la scaletta "da karaoke". Non ha tutti i torti: sei brani dal Black Album su quindici pezzi è tanta roba. Chi segue i Metallica dall'era di Kill 'Em All e Ride the Lightning conosce una discografia più oscura, pezzi che non si sentono più dal vivo.

Ma poi attacca The Unforgiven e la difesa cede. Nothing Else Matters fa ancora quello che faceva nel 1991. One, con la sezione finale di doppia cassa e le luci stroboscopiche, resta intoccabile. Master of Puppets ed Enter Sandman chiudono nel modo in cui devono essere chiuse le serate dei Metallica. Senza sconti.

Discuto la setlist. Poi abbasso le armi.

Il Doodle di Ken il Guerriero: la cosa più italiana di questa notte

Poi è successa la cosa più italiana possibile in un concerto dei Metallica.

Hetfield e Ulrich escono di scena, ricarica fisica, prassi consolidata. Hammett e Trujillo restano soli sul palco per la jam session con cui la band lega ogni show alla memoria locale. A Monaco hanno suonato i Rammstein. Nelle precedenti date italiane avevano già pescato dai Prozac+ con Acida. A Bologna?

Attaccano la sigla di Ken il Guerriero.

Sì, quella lì. Hokuto no Ken. La sigla italiana composta da Claudio Maioli che una generazione intera ha fischiettato davanti alla televisione negli anni Ottanta. Quattro accordi e quarantacinquemila persone che urlano e sorridono allo stesso tempo.

Questo è il motivo per cui i Metallica non invecchiano: sanno fare la cosa che non ti aspetti. Sanno che il pubblico italiano di questa generazione è fatto anche di questo. Di Ken il Guerriero. Di sabati mattina davanti alla TV. Di una cultura pop che con il thrash metal ci va a braccetto da quarant'anni.

La Metallica Family e la fine del mosh

Kirk Hammet a Bologna 2026

Non c'è più il mosh. Punto. Le zone VIP hanno sostituito il prato libero. I posti riservati con gadget e selfie hanno sostituito la ressa. I telefonini alzati hanno sostituito l'headbanging. I miei coetanei gestiscono la cervicale, lo capisco, mi ci metto anch'io, siamo uomini e donne con la colonna vertebrale che ci presenta il conto.

È una resa? No. Mai.

Sappiamo ogni parola di ogni pezzo. Cantiamo One come se stessimo recitando un rito di guerra. Che non ci sediamo durante Creeping Death, che non ci sediamo durante Master of Puppets neanche se ce lo chiedessero con educazione. I cellulari in alto, sì, certo, ma anche le voci, i pugni,  la schiena dolorante ma dritta di chi non ha dimenticato niente.

E poi ci sono i figli. Portati da chi trent'anni fa era nel mosh. Una band che non ha bisogno di algoritmi per trasmettersi. Passano le mode. Passano i generi, e ne abbiamo visti tanti fare la fine che meritavano. Il metal non è un genere. È una filosofia. Non si eredita da Spotify. Si eredita dalla vita. Dalle cicatrici.

Il colpo di spugna su San Siro

m72 2026 Bologna - Metallica 2026

C'era un concerto che mi aveva fatto incazzare. L'Ippodromo di San Siro. Li ricordo così: svogliati. Sul palco per obbligo contrattuale. Movimenti minimi, energia sotto zero, la sensazione precisa di stare guardando qualcosa che stava morendo sul palco. Ho guidato ore per arrivare lì. Ho tirato fuori i soldi per quel biglietto. Mi hanno messo in tasca una pratica burocratica con la chitarra.

Quella sera ho pensato: è finita.

Bologna ha cancellato tutto. Con una passata di spugna lunga due ore e mezza e quarantacinquemila testimoni. Una band che si rimette la maglia da guerra e la indossa come si deve, senza risparmio, senza scorciatoie, senza la faccia di chi aspetta che finisca. "Bellissimo Bologna!" hanno scritto sui social dopo. Per una volta, ci credo.

Piadina, birra, e poi questo.

Passano le mode. Passa tutto.

Il ferro no.

Lunga vita al rock. Lunga vita agli dei del metal.

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