A Roma una mostra ripercorre l'opera di Mario Schifano dagli anni 50 al 1991: tra Pop Art, atomismo e dialogo con Warhol, curata da Daniela Lancioni.
Dal 19 marzo al 12 luglio 2026 Roma celebra l'artista con un percorso tra atomismo, Warhol e profezie sull'era delle immagini
[di Ludovico Cantisani]
Mario Schifano, l'artista che anticipa il presente
Nato nel 1934 nella Libia - allora - italiana e morto a Roma nel 1998 dopo una classica vita da artist maudit, Mario Schifano è stato uno degli esponenti più radicali e riconoscibile dell'arte italiana del Secondo Novecento. Tanto celebrato quanto controverso, legato all'inizio alla cosiddetta Scuola di Piazza del Popolo assieme, tra gli altri, a Tano Festa e a Franco Angeli, in quattro decenni di attività Schifano ha realizzato un corpus di opere eterogenee, con un significativo détour cinematografico, che rivestono tuttora una forte risonanza col presente, soprattutto la serie di opere, risalenti all'ultima parte del suo percorso, con cui l'artista ha sperimentato l'applicazione di tecniche computerizzate di creazione e replicazione.
In programma dal 19 marzo al 12 luglio 2026, una mostra al Palazzo delle Esposizioni intitolata semplicemente Mario Schifano omaggia tutto il suo percorso, raccogliendo esempi di opere dagli anni cinquanta fino all'ultimo periodo di vita e di attività dell'artista. La mostra, prodotta e organizzata da Azienda Speciale Palaexpo in collaborazione con Intesa Sanpaolo e Gallerie d'Italia, con la partnership di Eni e il supporto della Fondazione Silvano Toti, è curata da Daniela Lancioni; il catalogo, edito da Electa, oltre al testo della curatrice include contributi di storici e storiche dell'arte quali Manuel Barrese, Fabio Belloni, Stefano Chiodi, Andrea Cortellessa, Giorgio Di Domenico, Flavio Fergonzi, Giorgia Gastaldon, Francesco Guzzetti e Chiara Perin.
Schifano e Warhol: un dialogo, non un'imitazione
L'operazione espositiva sembra leggere Schifano non soltanto come figura storica della Pop Art italiana, ma come un artista che attraversa e anticipa la condizione visiva contemporanea, segnata dalla riproducibilità tecnica e dalla saturazione delle immagini fino a giungere a una dimensione quasi "post-umana" della creazione artistica. Il dialogo che in alcune opere si avverte nitidamente con il percorso di Andy Warhol è fertile, mai imitativo: alle numerose riproduzioni in serie delle celebri icone di Warhol come Marilyn Monroe e Mao fa il verso un unico, vastissimo mosaico di un migliaio di ritratti e di cartoline, tra cui si riconoscono Giorgio De Chirico, Alberto Moravia, Luciano Pavarotti, Furio Colombo, Michail Gorbaciov, Tonino Guerra e l'Innocenzo X di Francis Bacon.
Anche l'amore di Warhol per brand come la Coca Cola o la Campbell's Soup appare rifratto e sclerotizzato, in Schifano, in opere come Grande particolare di propaganda, che mostrano solo scampoli del marchio. L'arte di Schifano è ruvida, dissonante, spiacevole, respingente, a tratti volutamente sporca: un'arte atomica, atomistica e atomizzante, che risente del clima della Guerra Fredda ma al tempo stesso coglie sommessamente qualcosa della condizione umana tout court. Quadri come Era atomica "A" del 1970, le sei tele dei Paesaggi TV e le quattro di Ore 22.15 - Maestro italiano del Novecento, queste ultime entrambe serie del 1971, ci portano al cuore della concezione atomista che dell'arte aveva Mario Schifano: scissa, scardinata, frammentata, giocata su un'ossessiva ripetizione delle forme, degli argomenti e delle funzioni, e a volte anche su una quadratura ulteriore dell'immagine, per cui i soggetti dipinti si trovano ulteriormente isolati all'interno del quadro anche al di là dei confini della tela.
Un percorso costruito sulla sorpresa
Tutto il percorso espositivo al Palazzo delle Esposizioni è giocato sulla sorpresa, sullo sfasamento tra le aspettative che si hanno verso l'arte di Schifano, e l'effettiva realtà del quadro. Sono sorprendenti le piccole vedute risalenti alla metà degli anni cinquanta, come Muri o il semplice Paesaggio, così come epifanico è l'archetipico albero senza titolo, noto come Beebe's Tree, del 1963, uno dei momenti più apparentemente pacificati della produzione artistica di Mario Schifano. E pure sorprendenti sono le opere della produzione tardiva, quando la fama e la "famigeratezza" del personaggio pubblico oscuravano ormai l'analisi dei nuovi dipinti - opere risalenti al suo ultimo decennio di vita come Cultura del 1991, che col suo astrattismo intellettualista giustifica un posizionamento di Schifano in una forma personalissima di Kulturkritik.
Nei confronti della storia dell'arte del primo Novecento Schifano compie un curioso omaggio col Futurismo rivisitato a colori del 1965, certo sardonicamente fedele ai dettami del gruppo di Marinetti ma decisamente contaminato da una buona dose di dadaismo e di Pop Art; non lontani dalla sensibilità coeva di Fabio Mauri ci sono tele che mettono al centro scritte lapidarie, come la sessantottino-kierkegaardiana Aut Aut. L'attualità politica si fa strada a più riprese in opere come Compagni compagni del 1968, che sembra indicare - senza eccessiva convinzione - nel simbolo della falce e del martello la "giusta soluzione alle contraddizioni in seno alla società". Per inquadrare bene l'attenzione di Schifano ai dibattiti politici e alle rivendicazioni dell'opinione pubblica del suo tempo, senza mai scendere a rivendicazioni piene di engagement, sono non meno interessanti alcune opere cronologicamente ben distanti dalla temperie sessantottina, come Palestina del 1990 o i vari quadri dedicati alla Prima guerra del Golfo, tra cui Sorrisi scomparsi del 1991. Fisicamente e geograficamente collocata al centro della mostra è l'Interno di una casa romana del 1968, quasi un murales su tre pareti, pittoricamente e concettualmente densissimo, che non senza sorpresa avvicina Schifano a certe tonalità coloristiche e tematiche di Marc Chagall.
Allestimento essenziale, ricco apparato multimediale
Radicale, con i suoi pro e i suoi contro, la scelta di ridurre al minimo le didascalie delle opere in mostra al Palazzo delle Esposizioni, di cui nella maggior parte dei casi si legge solo titolo, anno e materiale, senza ulteriori indicazioni sul contesto, sul milieu e sulle intenzioni di Schifano nel realizzarle. Tra i materiali più interessanti della mostra un ricco corredo di apparati video, tra programmi televisivi, interviste registrate e video sperimentali. Rilevante anche la programmazione nella sala cinema di tre lungometraggi del Mario Schifano regista: Satellite del 1968, il celebre Umano, non umano, che vedeva la partecipazione tra gli altri di Carmelo Bene, Mick Jagger, Keith Richards, Sandro Penna e Alberto Moravia, e Trapianto consunzione e morte di Franco Brocani (Dedalo '69), questi ultimi datati entrambi 1969.
Questo arazzo di iniziative è senza dubbio efficace nel suo obiettivo di promuovere la riscoperta e l'approfondimento di uno dei percorsi artistici più respingenti e al tempo stesso ipnotici dell'arte italiana durante il cosiddetto "secolo breve", facendo rimpiangere di Schifano, al confronto con l'oggi, la radicalità tanto della forma quanto del pensiero.
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