La Fura dels Baus porta "Codice Umano" all'ex Ceramica Vaccari di Santo Stefano Magra: teatro immersivo contro l'IA.
La storica compagnia catalana chiude in una fabbrica di ceramiche ligure il ciclo COM dell'Accademia di Carrara: il teatro trova la risposta all'intelligenza artificiale nell'imperfezione.
[di Angelo Bruno]
L'ex Ceramica Vaccari di Santo Stefano Magra (SP) è esattamente il tipo di posto che un algoritmo generativo non saprebbe descrivere: capannoni che sanno ancora di argilla, travi di ferro che reggono un tetto che regge il cielo ligure, e quella densità che i luoghi industriali abbandonati accumulano per decenni. Il 29 giugno ci è arrivata La Fura dels Baus con Codice Umano, uno spettacolo che poneva una domanda semplice e vertiginosa: cosa rimane dell'essere umano nell'era dell'intelligenza artificiale?
Una compagnia vecchia abbastanza per ricordare il mondo prima
La Fura dels Baus esiste dal 1979. È nata a Barcellona quando non esisteva ancora il personal computer di massa, e ha attraversato decenni di trasformazioni tecnologiche restando sempre dalla parte degli strumenti: li ha incorporati, li ha usati in modo massiccio, ha fatto delle macchine sceniche una componente essenziale del suo linguaggio. Non è, e non è mai stata, una compagnia luddista. Questo è il primo punto da chiarire, perché altrimenti Codice Umano rischia di essere letto come il solito lamento degli artisti spaventati dal progresso.
La questione che La Fura dels Baus pone non è se l'IA sia pericolosa o se debba essere fermata. È più precisa, e più scomoda: se una macchina può generare immagini, testi, musica, soluzioni progettuali con una coerenza e una velocità che nessun essere umano potrà mai eguagliare, cosa giustifica ancora il gesto umano? Non dal punto di vista economico, quella battaglia è già in corso altrove, ma da quello ontologico. Cosa significa creare, se creare smette di essere un'attività esclusivamente umana?
È una domanda che una compagnia con quarantasei anni di storia sul corpo, che ha aperto le Olimpiadi di Barcellona 1992 con una freccia infuocata, che ha allestito opere liriche dentro bacini navali, che ha trattato il corpo dei performer come materia scenica da spingere fino ai suoi limiti fisici, ha tutto il titolo per porre. Non perché sia immune dalla tecnologia, ma perché ha sempre saputo che il teatro dipende da qualcosa che la tecnologia non fornisce: la presenza di un corpo reale in uno spazio reale, condiviso con altri corpi reali. Una simultaneità che non si comprime in un file e non si genera con un prompt.
Il paradosso istituzionale
Codice Umano è andato in scena come evento conclusivo di COM — City Open Museum, progetto finanziato nell'ambito del PNRR con fondi Next Generation EU, di cui l'Accademia di Belle Arti di Carrara è capofila di una rete nazionale di diciotto istituzioni tra Accademie, Università e Conservatori. Vale la pena fermarsi un momento su questa architettura, perché contiene un'ironia che non è accessoria ma strutturale.
Il PNRR — Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza è la risposta dell'Europa alla crisi post-pandemica, e una delle sue direttrici fondamentali è proprio la transizione digitale: l'accelerazione tecnologica, l'adozione dell'intelligenza artificiale, la modernizzazione dei sistemi produttivi e formativi attraverso gli strumenti digitali. Quegli stessi fondi europei hanno finanziato un progetto che ha invitato una compagnia teatrale a chiudere il suo percorso interrogando il prezzo umano di quella stessa accelerazione. L'Europa paga, contemporaneamente, la domanda e la risposta. Non è una contraddizione: è la fotografia di come le istituzioni contemporanee gestiscono le proprie tensioni interne e le finanziano tutte, sperando che si bilancino da sole.
C'è però un aspetto del progetto COM che va oltre l'ironia istituzionale. Gli studenti dell'Accademia di Belle Arti di Carrara non erano in platea il 29 giugno: erano in scena, come parte integrante della produzione in tutte le sue componenti, scenografia, performance, recitazione, musica, video. La generazione che più direttamente deve fare i conti con un mercato del lavoro creativo ridisegnato dall'automazione è stata messa fisicamente dentro la risposta, non lasciata a osservare il dibattito dagli spalti. Questo è un gesto pedagogico prima ancora che scenico, e come tale merita di essere letto.
L'etica dell'imperfezione
La risposta che Codice Umano propone non è ottimista nel senso facile del termine. Non dice che l'arte sopravviverà, che l'umano è insostituibile per definizione, che le macchine non capiranno mai davvero. Dice qualcosa di più preciso: la salvezza, se c'è, sta in ciò che è fragile, inefficiente e imperfetto. In un gesto che non può essere programmato perché non segue la logica dell'ottimizzazione statistica, ma quella dell'errore, della deriva, dell'intuizione che non si giustifica.
Questo è, a ben vedere, un ribaltamento radicale del modo in cui siamo abituati a pensare al valore. Nell'economia dell'attenzione, nell'estetica dei feed, nell'architettura dei sistemi generativi, il valore è precisione: la risposta giusta, l'immagine coerente, il testo senza sbavature. L'IA eccelle esattamente in questo: produce l'output statisticamente più probabile, quello che si avvicina di più alla media ponderata di tutto ciò su cui è stata addestrata. È una macchina del consenso, potente e sofisticata.
Il teatro, e La Fura dels Baus in modo particolare, ha sempre operato nel territorio opposto: la deviazione dalla media, la scelta inattesa, il momento in cui qualcosa va storto e quella stortura diventa il centro della scena. L'imperfezione non è un difetto del processo artistico: è il processo. È la prova che una persona ha fatto una scelta che avrebbe potuto fare diversamente, che c'era un rischio, che c'era qualcosa in gioco.
Quello che l'intelligenza artificiale non può replicare non è la complessità tecnica, quella è una questione di tempo e di parametri. È la contingenza: il fatto che un gesto umano accade una volta sola, in un corpo specifico, in un luogo specifico, in un momento che non si ripete. La performance dal vivo non è riproducibile per definizione, e questa sua irriproducibilità non è un limite che la tecnologia supererà. È la sua ragione di esistere.
Codice Umano non risolve il problema. Non indica una via d'uscita dall'automazione creativa né propone soluzioni per il mercato del lavoro artistico. Fa qualcosa di più modesto e forse più necessario: ricorda che c'è una zona dell'esperienza umana, quella del corpo presente, del gesto rischioso, dell'imperfezione condivisa, che non ha bisogno di competere con l'IA perché si trova altrove. Non migliore. Irriducibile.
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