Carl Rinsch condannato a 30 mesi di carcere per la frode Netflix da 11 milioni. Nemmeno Keanu Reeves è bastato a salvarlo.
Il regista di 47 Ronin pagherà per i fondi di White Horse finiti in criptovalute e Rolls-Royce. La lettera di Keanu Reeves non ha cambiato la sentenza.
[di Alex M. Salgado]
C'è una regola non scritta nel cinema americano, ed è questa: se chiedi undici milioni di dollari a una piattaforma di streaming per finire una serie, forse sarebbe il caso di usarli per finire la serie. Carl Rinsch, regista di 47 Ronin non l'ha fatto, e lunedì il giudice federale Jed S. Rakoff lo ha condannato a 30 mesi di carcere per frode e riciclaggio ai danni di Netflix. A questo si aggiungono tre anni di libertà vigilata, 11 milioni di dollari di confisca e i fatidici 700 dollari di sanzione amministrativa obbligatoria, che suonano quasi comici accostati a una cifra a otto zeri, come una multa per divieto di sosta affibbiata a chi ha appena rapinato una banca.
White Horse, la serie di fantascienza che non è mai esistita
La storia, ridotta all'osso, è quella di un assegno troppo facile. Netflix aveva già versato circa 44 milioni di dollari per White Horse (poi ribattezzata Conquest), un progetto fantascientifico ambizioso quanto, evidentemente, fuori controllo. Quando Rinsch ha chiesto altri 11 milioni per completare le riprese, lo studio ha pagato. Il regista, secondo l'accusa, ha dirottato i fondi su un conto personale e li ha buttati in scommesse speculative su opzioni azionarie, perdendo più della metà del capitale in meno di due mesi. Il resto è finito in criptovalute e in uno shopping compulsivo da far impallidire un rapper agli inizi di carriera: auto di lusso, orologi, mobili d'antiquariato. Della serie, manco l'ombra. Il procuratore Jay Clayton lo ha riassunto con la freddezza burocratica tipica di chi ha visto questo film altre cento volte: Rinsch ha orchestrato uno schema per rubare milioni dichiarando il falso su come li avrebbe usati, e la condanna di oggi manda un messaggio dissuasivo, perché la frode non sarà tollerata.
La difesa: salute mentale, farmaci e un'autocoscienza arrivata tardi
Davanti al giudice, Rinsch non ha negato i fatti, ha provato a spiegarli. Lui e i suoi legali hanno parlato di un crollo psicologico iniziato attorno al 2019, aggravato da una terapia farmacologica gestita male, con familiari e collaboratori che testimoniano cambiamenti drastici nel suo modo di pensare e comunicare. "Ho fallito nel riconoscere il pericolo della condizione in cui mi trovavo", ha detto in aula, in quella che è la versione cinematografica del mea culpa da colletto bianco: non sono un criminale, ero fuori di testa. L'accusa aveva chiesto cinque anni; Rakoff ne ha concessi due e mezzo, riconoscendo che la fragilità psichica può spiegare alcuni eccessi ma non cancella la determinazione con cui Rinsch ha mentito per ottenere il denaro e poi insabbiare tutto.
Keanu Reeves scrive al giudice: la clemenza di chi sullo schermo non la concede mai
E qui arriva la parte che rende questa storia irresistibile per chiunque ami i paradossi dell'industria. Keanu Reeves, che con Rinsch ha girato 47 Ronin nel 2013, ha scritto personalmente al giudice Rakoff chiedendo "misure di clemenza e misericordia, oltre che di giustizia". Nella lettera, Reeves chiarisce subito di non essere né terapeuta né psicologo: scrive piuttosto come collega d'arte e amico, e su queste basi definisce Rinsch un artista eccezionale, descrivendo White Horse, nella versione che ha visto, come un'opera visionaria sebbene incompiuta. Poi arriva il passaggio più interessante, quello che suona quasi da diagnosi clinica travestita da lettera di referenze: Reeves osserva che Rinsch tende ad autosabotarsi amplificando la portata di ciò che ha negoziato, finendo per mettere sé stesso e le controparti in rotta di collisione. Una frase che, scritta da chiunque altro, suonerebbe come uno scarico di responsabilità, ma che da un vecchio amico assume il tono di un de profundis affettuoso. Non è una giustificazione, ha precisato lui stesso, solo un tentativo di spiegazione. E qui la beffa si completa da sola: l'uomo che sullo schermo ha costruito un'intera saga sulla vendetta chirurgica e implacabile, un sicario, un cane morto, un'agenda di conti in sospeso lunga quanto l'elenco telefonico di Manhattan, nella vita vera si trasforma nell'avvocato d'ufficio più gentile del pianeta. Non sfidare mai John Wick, certo. Ma se sei suo amico e hai appena bruciato undici milioni di dollari altrui in Rolls-Royce e bitcoin, John Wick non ti punta una pistola contro: ti scrive due pagine al giudice firmandosi "amico e pari artistico". Pare che persino i sicari, sotto sotto, abbiano un cuore.
Un giudice poco incline alle leggende del crimine dei colletti bianchi
Rakoff, va detto, non si è lasciato impressionare più di tanto. Ha riconosciuto la fragilità psichica come elemento attenuante, ma ha chiarito che Rinsch "era determinato a mentire per ottenere ingenti somme da Netflix, e a insabbiare tutto attraverso riciclaggio e altre bugie". Una sintesi che vale più di mille analisi: il talento non è un'attenuante automatica, e nemmeno l'amicizia con una superstar ti tiene fuori da una cella. Rinsch dovrà presentarsi in carcere il primo settembre. Netflix, dal canto suo, ha rifiutato di commentare la sentenza, probabilmente perché sa già che di quegli 11 milioni non vedrà mai un centesimo, e in fondo c'è poco da aggiungere a una storia che si commenta da sola: un'azienda che produce contenuti su misura per il pubblico si è fatta scrivere, gratis, uno dei plot twist più assurdi dell'anno.
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