Tilda Swinton al Festival di Cannes 2026: "L'IA non ha chance finché facciamo storie caotiche e avventurose."
Al Rendez-vous del Festival, l'attrice scozzese traccia la linea tra cinema e intelligenza artificiale: la minaccia è reale solo quando si smette di essere umani abbastanza.
[di Alex M. Salgado]
Ieri sulla Croisette Tilda Swinton ha passato un'ora e mezza in conversazione con il pubblico del Festival, uno di quei Rendez-vous che Cannes preferisce non chiamare Masterclass, perché la parola implica un cattedra, e Swinton non è il tipo da mettersi su un piedistallo. Sessantacinque anni, premio Oscar per Michael Clayton, Leone alla carriera ricevuto a Venezia nel 2020, musa di Derek Jarman, Jim Jarmusch, Wes Anderson, Joanna Hogg, Luca Guadagnino. Ci sono attrici che cambiano personaggio. Lei cambia pelle, ogni volta, in modo così radicale da sembrare un'altra persona. E però c'è una coerenza di sguardo che attraversa tutto, la stessa curiosità, la stessa disponibilità al rischio, la stessa refrattarietà alla formula.
È da quella posizione che ha parlato di intelligenza artificiale. E vale la pena ascoltarla.
La risposta al caos: fare storie che l'algoritmo non sa fare
La tesi di Swinton è semplice nella forma, radicale nella sostanza: l'IA è una minaccia reale solo quando il cinema smette di fare quello che solo il cinema sa fare. Finché la produzione cinematografica non diventa prevedibile e in qualche modo stancante per il pubblico, l'intelligenza artificiale non ha alcuna possibilità. La condizione per sopravvivere non è difendersi dalla tecnologia, è restare umani abbastanza da rendere la tecnologia irrilevante.
Come si fa? Creando storie caotiche e avventurose, dice, in modo che il pubblico non sappia cosa succederà e si goda l'esperienza. Partire da una storia personale è sempre un buon punto di partenza. E questo, aggiunge con quella leggerezza ironica che è il suo modo di dire le cose serie, può anche significare ritrovarsi in cima a una montagna medievale con un drago.
È un'immagine apparentemente bizzarra che contiene però un ragionamento preciso. L'algoritmo ottimizza. Trova i pattern, li riproduce, li affina. Sa fare molto bene le cose che sono già state fatte. Quello che non sa fare, per definizione, perché non ha un corpo, non ha paura, non ha desideri, è partire da una storia personale vera e portarla dove nessuno si aspetta che vada. Il drago sulla montagna medievale è la metafora di tutto quello che l'IA non può generare da zero: l'imprevedibile autentico.
Timida, curiosa, mai snob
L'incontro non era solo sul futuro del cinema. Era anche, e forse soprattutto, un ritratto di Swinton come artista e come persona. Ha parlato di sé come di una performer nerd, ha ammesso di essere timida con una naturalezza disarmante: lavorare sull'empatia, cercare di entrare in contatto con gli altri esseri umani con pazienza e comprensione, questo il suo metodo. Ha difeso il red carpet come esperienza glamour autentica, non nell'accezione di sfarzo, ma nell'accezione di magia: quella che si crea in sala quando si spengono le luci. Ha detto che non sarebbe mai snob verso nessun genere cinematografico, i superhero movie inclusi.
Ha ricordato i suoi sodalizi artistici con la stessa generosità con cui li ha costruiti. Jarman. Potter. Jarmusch. Anderson. Hogg. Guadagnino. Una carriera costruita scegliendo i registi per la loro unicità, mai per il loro peso commerciale. Una logica esattamente opposta a quella dell'algoritmo, che massimizza il gradimento medio.
E poi ha detto che dopo una pausa di due anni è al lavoro su due nuovi progetti con Apichatpong Weerasethakul, il regista tailandese che nel 2021 l'aveva diretta in Memoria, premio della Giuria proprio a Cannes. Due artisti che si scelgono di nuovo, che tornano a lavorare insieme non perché funzioni come brand ma perché hanno ancora qualcosa da esplorare insieme.
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Cannes 2026: il festival che non voleva parlare di IA
C'è qualcosa di significativo nel fatto che Cannes 2026 sia diventato, quasi senza volerlo, il luogo in cui il cinema mondiale si è trovato a fare i conti con l'intelligenza artificiale più apertamente che in qualsiasi altra sede. Nessuno lo aveva pianificato come tema dell'edizione. Eppure le voci si sono accumulate giorno dopo giorno, disegnando insieme qualcosa di più grande di una dichiarazione singola.
Peter Jackson, nella sua masterclass, aveva tracciato una distinzione: il problema non è la tecnologia, è il furto, usare il lavoro altrui senza consenso, sostituire l'umano senza permesso. Il direttore artistico Thierry Frémaux aveva indicato nelle menzogne prodotte dall'IA il rischio principale, rivendicando la vicinanza del Festival agli artisti e ai lavoratori della scena. E ora Swinton, con il suo stile obliquo e preciso, aggiunge l'ultimo tassello: il rischio non viene da fuori, viene da dentro. Un cinema che si comporta già come un algoritmo non ha bisogno dell'IA per perdere se stesso.
Messe insieme, queste voci non formano una posizione unitaria, sarebbe troppo comodo, e probabilmente falso. Formano qualcosa di più interessante: un campo di tensione, una conversazione in corso, un festival che ha scelto di non rispondere ma di continuare a fare domande. Il che, a pensarci, è esattamente quello che Swinton intende con storie caotiche e avventurose.
L'intelligenza artificiale ottimizza. Il cinema, quando è cinema, fa l'opposto.
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