The Sea di Shai Carmeli-Pollak è al cinema dal 6 maggio: 5 premi Ophir, una tempesta politica in Israele e 15.000 spettatori nella sera d'esordio.
Da una settimana nelle sale italiane grazie a Mescalito Film e Pueblo Unido: la storia di un bambino palestinese e di un confine a un'ora da tutto.
[di Massimo Righetti]
Una settimana fa, mercoledì 6 maggio, più di 130 cinema italiani hanno proiettato The Sea in contemporanea. Fuori dai normali circuiti di distribuzione, senza il sostegno di un major, senza campagna pubblicitaria tradizionale. Eppure nella sola prima serata erano già 15.000 le persone sedute al buio. A coordinare tutto: Mescalito Film e Pueblo Unido, la società della giornalista Giulia Innocenzi, che del film è co-distributrice oltre che voce pubblica. A fine proiezione, nelle sale, dibattiti in diretta con esperti, attivisti, rappresentanti di Medici Senza Frontiere, e un collegamento streaming con la Global Sumud Flotilla in navigazione verso Gaza. Il film continua a girare: è ancora in programmazione, e vale la pena sapere perché.
Un bambino, suo padre e un'ora di strada impossibile
Khaled ha dodici anni e di questo mare ha sentito parlare tutta la vita, senza averlo mai visto. Ramallah dista sessanta chilometri dalla costa, ma la distanza reale si misura in permessi scaduti, controlli, moduli. La gita scolastica era l'occasione giusta, forse l'unica. Al checkpoint, un soldato guarda il documento e scuote la testa: non valido. I compagni salgono sul pullman, lui resta fermo sulla strada. Poi sparisce. Ha deciso di andarci lo stesso.
Mentre il ragazzo attraversa una città estranea e ostile, suo padre Ribhi, operaio edile clandestino che lavora in Israele senza documenti, scopre che il figlio è sparito e si mette a cercarlo. La ricerca ha un doppio peso: l'angoscia di ogni genitore, e il rischio concreto che ogni controllo di polizia lo faccia arrestare e perdere l'unica fonte di reddito della famiglia.
A scrivere e dirigere il film è Shai Carmeli-Pollak, regista israeliano di Giaffa, attivista e documentarista (tra i suoi lavori precedenti, Bil'in My Love, sulla resistenza non violenta contro il muro di separazione). The Sea è il suo primo lungometraggio di finzione. La fotografia è di Shai Goldman, le musiche, premiate agli Ophir Awards, di Avi Belleli. Il film è una co-produzione israelo-palestinese. A portare Khaled sullo schermo è Muhammad Gazawi, tredici anni, scoperto in un club di thai boxe, nessuna esperienza recitativa precedente. Ribhi, il padre, ha il volto di Khalifa Natour, veterano del cinema e del teatro arabo-israeliano.
La recensione: quando un boccaglio diventa un atto politico
The Sea ha vinto cinque Ophir Awards, il massimo riconoscimento del cinema israeliano: Miglior Film, Miglior Sceneggiatura, Miglior Attore Protagonista, Miglior Attore Non Protagonista e Miglior Colonna Sonora, scatenando una risposta governativa immediata: il Ministro della Cultura Miki Zohar ha annunciato il taglio dei finanziamenti pubblici alla cerimonia stessa, definendo il film «una vergogna». Non aveva nemmeno finito di vederlo.
Il film di Carmeli-Pollak non è un'opera di tesi. Non ci sono discorsi, non ci sono villain espliciti, non c'è nessuno che spiega niente. C'è un bambino con uno zainetto, dentro quello zainetto un boccaglio consumato, e attorno a lui un sistema che decifra ogni suo movimento attraverso la lente del sospetto. Quella è la chiave del film: il modo in cui la militarizzazione dello spazio quotidiano finisce per rendere illegittima persino l'infanzia.
Il riferimento a Ladri di biciclette è pertinente: stessa capacità di trasformare un oggetto banale in una questione morale universale, stessa precisione nello sguardo sui corpi che si muovono dentro strutture più grandi di loro. Carmeli-Pollak e il direttore della fotografia Shai Goldman costruiscono una sintassi visiva che alterna campi lunghi quasi paesaggistici, il mare visto da lontano, a Ramallah, come una linea azzurra irraggiungibile, a primissimi piani che portano lo spettatore dentro la confusione e la testardaggine di Khaled.
The Sea non spiega l'occupazione. La fa sentire.
Muhammad Gazawi, tredici anni, nessuna esperienza recitativa, non recita nel senso tradizionale del termine: è semplicemente lì, con una testardaggine che non si costruisce in un'aula di teatro. Al momento delle riprese non parlava una parola di ebraico, esattamente come il suo personaggio. Quel disorientamento nella Tel Aviv ostile non è recitato, è reale. Natour, dall'altra parte, porta decenni di mestiere e il contrasto tra i due è la tensione su cui regge l'intero film. Un ragazzo che non sa ancora fingere, un uomo che sa tutto tranne come smettere di temere.
The Sea non è un film comodo. Non lo è per il governo israeliano che lo ha attaccato, non lo è per i movimenti internazionali che lo hanno boicottato in quanto finanziato dall'Israel Film Fund, non lo è per chi si aspettava un'opera didascalica sul conflitto. È cinema che lavora nell'emozione prima che nel concetto, e che lascia allo spettatore il compito di fare i conti con quello che ha visto.
POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: No Other Land: Cosa Significa Guardare un Film sulla Cancellazione Quando il Suo Creatore è Stato Cancellato
LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp.
È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.
.jpg)


COMMENTS