Mapplethorpe a Venezia e Milano: che cosa può un corpo?

Da Venezia a Milano, le prime due tappe della retrospettiva su Robert Mapplethorpe. In attesa dell'Ara Pacis, la lezione di un corpo che diventa forma

Valutazione: ★★★★☆ (4.0 su 5)

Le prime due tappe della mostra tripartita curata da Denis Curti per Marsilio Arte. A Venezia Le forme del classico, a Milano Le forme del desiderio. In attesa della tappa romana all'Ara Pacis, una riflessione sul corpo come forma, possibilità, metamorfosi.

[di Ludovico Cantisani]

Mapplethorpe a Venezia e Milano

È con un percorso a tre tappe, in altrettante città italiane, che Marsilio Arte sta celebrando il mito di Robert Mapplethorpe, tra i più influenti fotografi del Novecento, in occasione degli ottant’anni dalla nascita. La prima tappa di questa mostra tripartita, intitolata Robert Mapplethorpe. Le forme del classico, è stata allestita a Venezia alle Stanze della Fotografia da aprile 2025 a gennaio 2026; la seconda, Le forme del desiderio, a Milano a Palazzo Reale da gennaio a maggio 2026. In attesa dell’ultima tappa della mostra tripartita, Le forme della bellezza, che sarà esposta al Museo dell’Ara Pacis dal 29 maggio al 4 ottobre 2026 (clicca qui per leggere l'approfondimento), ripercorriamo il contenuto delle prime due mostre, capaci di far luce su componenti diverse dello stesso unico e prolifico percorso fotografico. Di tutte e tre le mostre il curatore è Denis Curti, e gli allestimenti sono stati realizzati in collaborazione con la Fondazione Robert Mapplethorpe di New York.

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A Venezia, la forma come desiderio

A Venezia, nelle sale de Le Stanze della Fotografia, la retrospettiva dedicata a Robert Mapplethorpe si dispiega come un attraversamento compatto ma sorprendentemente esaustivo della sua vicenda artistica, restituendo il senso di una ricerca che non ha mai smesso di oscillare tra rigore formale, desiderio di bellezza e pulsione trasgressiva. Non soltanto fotografie, ma anche collage e lavori assemblati introducono il visitatore nel laboratorio visivo dell’artista: una croce costruita attraverso materiali eterogenei, la rielaborazione dell’immagine di Kim Novak, frammenti di un immaginario in cui il sacro convive naturalmente con la cultura pop, l’iconografia religiosa con il divismo hollywoodiano.

Fra le presenze che scandiscono il percorso emerge quella di Patti Smith, compagna di vita, musa e interlocutrice privilegiata di una stagione irripetibile della controcultura newyorkese. Le sue immagini, alcune ormai consegnate alla memoria collettiva, come quelle finite sulle copertine di Horses e Wave, restituiscono il rapporto di intimità e costruzione estetica che legava i due artisti. Poco distante si impone la figura di Lisa Lyon, pioniera del bodybuilding femminile e simbolo di una bellezza insieme classica e sfuggente, in equilibrio tra grazia e potenza, femminilità e androginia.

La mostra veneziana insiste poi su un altro grande tema della sua opera: l’autorappresentazione. Gli autoritratti, disseminati lungo il percorso, raccontano un artista che trasforma sé stesso in maschera mutevole, oggetto di desiderio, provocazione o vulnerabilità, fino a rendere il proprio volto uno spazio di sperimentazione identitaria. Attorno a lui si ricompone inoltre una vera e propria costellazione di figure decisive del Novecento culturale: da Arnold Schwarzenegger a Isabella Rossellini, da David Hockney a Bruce Chatwin, passando per Richard Gere, Yoko Ono, Donald Sutherland, William S. Burroughs, Truman Capote, Marisa Berenson, Susan Sarandon, Annie Leibovitz, oltre ai galleristi italiani Lucio Amelio e Leo Castelli, figure che testimoniano il fitto intreccio di relazioni culturali costruito da Mapplethorpe.

Eppure, oltre la dimensione mondana e scandalosa che spesso accompagna il suo nome, il percorso veneziano lascia emergere soprattutto una ricerca sulla forma. Ai celebri nudi maschili e femminili si affiancano i fiori, calla, orchidee, tulipani che sembrano scolpiti dalla luce, e il dialogo costante con la statuaria classica, mai semplice citazione ma modello compositivo. "La fotografia è proprio il modo perfetto di fare una scultura", dichiarò una volta l’artista, arrivando persino a immaginare che, nato "uno o due secoli prima", sarebbe forse diventato uno scultore: un’intuizione che attraversa tutta la mostra veneziana, dove il corpo sembra sempre aspirare a una perfezione sospesa.

Milano, il respiro analitico della bellezza

A Milano, nelle sale di Palazzo Reale, il racconto assume invece un respiro più analitico e quasi meditativo, mettendo in evidenza la tensione di Mapplethorpe verso una permanenza dell’immagine che travalica il tempo del vissuto. "La fotografia per Mapplethorpe rappresenta una ricerca di permanenza che mira a creare immagini capaci di oltrepassare la contingenza del presente", osserva il direttore del museo Domenico Piraina, individuando nella sua opera il tentativo di trasformare la fragilità dell’esperienza in una forma destinata a durare.

Qui il percorso sembra quasi rallentare, insistendo maggiormente sulle radici iconografiche dell’artista. Collage e assemblaggi di materiali diversi tornano ad affacciarsi come anticamera della fotografia, rivelando un immaginario che oscilla continuamente tra simbolismo religioso, desiderio, glamour e cultura visiva americana. A emergere è soprattutto la volontà curatoriale di sottrarre Mapplethorpe alla riduzione di semplice fotografo-provocatore. "Robert Mapplethorpe è molto più e molto altro", sottolinea il curatore Denis Curti, leggendo nelle sue immagini la ricerca di "un sogno fatto di quieto equilibrio", affine alla morbidezza plastica di Michelangelo Buonarroti, Gian Lorenzo Bernini e Antonio Canova.

Anche a Milano ritornano alcuni nuclei fondamentali della sua opera, ma organizzati secondo un criterio quasi monografico. Una sala intera è dedicata a Patti Smith, un’altra a Lisa Lyon, mentre gli autoritratti occupano uno spazio autonomo che permette di cogliere, in successione, la costruzione di una soggettività instabile e teatralizzata. Tre sale sono invece riservate ai ritratti, come se l’universo umano di Mapplethorpe si disponesse in una sorta di atlante sentimentale e culturale: Richard Gere, David Hockney, Andy Warhol, Susan Sontag, Bruce Chatwin, Willem de Kooning, Roy Lichtenstein, Isabella Rossellini, William S. Burroughs, Truman Capote, Robert Wilson, Annie Leibovitz e Fran Lebowitz.

Se Venezia sembrava privilegiare la restituzione di un universo artistico nella sua varietà e immediatezza, Milano ne accentua invece la dimensione teorica e spirituale. I nudi, i fiori e il riferimento costante alla statuaria classica non appaiono più soltanto esercizi di perfezione estetica o provocazioni visive, ma tappe di una ricerca ostinata di armonia, di una bellezza destinata a sottrarsi alla precarietà del presente. 

Deleuze, Spinoza e la lezione di Mapplethorpe

Riletto alla luce dell’interrogativo formulato da Gilles Deleuze a partire dalla filosofia di Spinoza, "che cosa può un corpo?", il lavoro di Mapplethorpe sembra trovare forse una delle sue chiavi più profonde. I suoi corpi, infatti, non coincidono mai semplicemente con un’identità, un genere, una funzione o un desiderio: sono superfici di tensione, dispositivi di metamorfosi, presenze che interrogano continuamente il confine tra vulnerabilità e potenza, disciplina e abbandono, eros e forma. Nel rigore quasi scultoreo delle pose, nella levigatezza della pelle restituita dalla luce, nei muscoli di Lisa Lyon come nei nudi maschili o negli autoritratti, Mapplethorpe non fotografa soltanto ciò che un corpo è, ma ciò che può diventare, ciò che può sostenere, incarnare, eccedere. La sua ricerca appare allora come un tentativo ostinato di sottrarre il corpo alla sua contingenza biologica e sociale per restituirlo a una dimensione quasi metafisica: non oggetto di scandalo o semplice desiderio, ma luogo di possibilità, forma in cui fragilità e perfezione, mortalità e permanenza, convivono in un equilibrio instabile, irresistibile e abbacinante.

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