Kokuho – Il Maestro di Kabuki: il film che ha riscritto la storia del box office giapponese. Al Cinema Azzurro Scipioni dal 14 al 20 maggio.
Un'arte immateriale, due corpi che la attraversano, un film che in Giappone ha riscritto la storia del cinema.
[di Redazione]
Il kabuki è un'arte immateriale, dicono: non si conserva su carta né su pellicola, vive solo nel momento in cui un corpo la attraversa e la consegna a un altro corpo.
Da questa trasmissione, fisica, quasi biologica, parte Kokuho – Il Maestro di Kabuki, l'opera più ambiziosa di Lee Sang-il. Quindici anni di gestazione, un romanzo di Yoshida Shuichi adattato dalla sceneggiatrice Okudera Satoko, e un film che in Giappone è diventato il maggiore incasso della storia del cinema non animato: oltre 20 miliardi di yen. Giapponese di origini coreane, allievo di Imamura Shōhei, Lee ha ricevuto nel 2025 il premio Kurosawa alla carriera al Tokyo International Film Festival. Kokuho è il film che probabilmente se lo è guadagnato.
Al centro c'è l'onnagata, l'attore maschio che nel kabuki interpreta ruoli femminili, e la domanda che quella figura porta con sé da quattro secoli: cos'è che rende convincente una femminilità costruita interamente fuori dal corpo biologico? Lee Sang-il non risponde. Preferisce mostrarla incarnata in Kikuo, figlio di un boss della yakuza scoperto per caso durante un banchetto a Nagasaki nel 1964, mentre esegue un ruolo femminile con una naturalezza che il maestro Hanjiro Hanai, Watanabe Ken, riconosce immediatamente come talento. Da quel momento Kikuo cresce accanto a Shunsuke, il figlio biologico di Hanjiro: due uomini formati dalla stessa arte, yin e yang l'uno dell'altro, destinati a una rivalità che assomiglia sempre più a una fusione.
Lee ha scelto di non usare controfigure kabuki professioniste per le sequenze teatrali. Yoshizawa Ryō, che porta sulle spalle l'intero peso di Kikuo adulto, e Yokohama Ryusei nel ruolo di Shunsuke hanno eseguito personalmente le scene di scena. È una scelta che cambia qualcosa nella texture del film: il corpo dell'attore cinematografico che impara il kabuki diventa lo specchio esatto del personaggio che il kabuki lo ha costruito da dentro. La finzione si morde la coda. E funziona.
La fotografia è di Sofian El Fani, da La Vie d'Adèle in poi abituato a trattare il corpo come paesaggio. Le musiche sono di Hara Marihiko, il montaggio di Imai Tsuyoshi.
Kokuho – Il Maestro di Kabuki è al Cinema Azzurro Scipioni dal 14 al 20 maggio, distribuito in Italia da Tucker Film. Dopo la Quinzaine des Cinéastes di Cannes 2025 e il Far East Film Festival, ora è nei cinema d'Italia. Nel kabuki esiste una parola, ma', la pausa, il vuoto tra un gesto e l'altro. È lì che vive il significato. Il resto è silenzio.
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