Iron Maiden: Burning Ambition — La recensione

Iron Maiden: Burning Ambition al cinema dal 14 maggio. La recensione del documentario sui 50 anni della band più grande della storia del metal.

Valutazione: ★★★★☆ (4,0 su 5)

Dal 14 maggio al cinema: Malcolm Venville firma un rockumentary che è anche un atto di antropologia culturale sull'heavy metal.

[di Massimo Righetti]

Iron Maiden: Burning Ambition

C'è un momento preciso nella vita di un certo tipo di ragazzo, dodici anni, una musicassetta passata tra compagni di scuola, in cui le prime tre note di The Trooper entrano dalle cuffie e qualcosa dentro cambia irreversibilmente. Non lo capisci subito. Lo capisci quaranta anni dopo, quando ti ritrovi a commuoverti davanti a un documentario.

Iron Maiden: Burning Ambition arriva nelle sale italiane il 14 maggio 2026, distribuito da Universal Pictures, per celebrare i cinquant'anni esatti dall'inizio di tutto, dall'East London operaio dove un bassista di nome Steve Harris aveva deciso, con la feroce convinzione di chi non ha niente da perdere, che avrebbe suonato la musica che voleva suonare. Centosei minuti per tentare di raccontare quello che nessun documentario di questo tipo ha ancora davvero raccontato: non la band. I fan. E attraverso i fan, la band.

La regia è di Malcolm Venville, cineasta e fotografo britannico noto per opere dedicate a figure monumentali come Churchill, Lincoln e Grant, una scelta apparentemente strana, e invece perfetta. Un occhio esterno, non devoto, capace di guardare senza la reverenza del convertito. La produzione porta la firma di Dominic Freeman per Black Label Productions, già artefice di Spirits in the Forest sui Depeche Mode, e di Universal Pictures. Le voci narranti appartengono ai sei membri della formazione attuale, Steve Harris, Bruce Dickinson, Dave Murray, Adrian Smith, Janick Gers e Nicko McBrain, ma non li vedrete mai in video. Le testimonianze arrivano invece da Lars Ulrich, Javier Bardem, Chuck D di Public Enemy, Tom Morello, Gene Simmons e Scott Ian, tutti accreditati sullo schermo con un unico, preciso titolo: "Fan".

La scelta è già una dichiarazione d'intenti.

Nessun volto, solo voci: la scommessa registica che funziona

Iron Maiden: Burning Ambition. Dave Murray e Adrian Smith

La prima cosa che colpisce di Burning Ambition è quello che non c'è. Nessun membro attuale degli Iron Maiden compare in video. Nessuna talking head di anziani settantenni seduti su un divano a sorridere ai ricordi. La band ha convinto il regista a registrare solo audio, e le loro voci scorrono sopra i filmati d'archivio come un flusso di coscienza collettivo, disincarnato, stranamente più intimo di qualsiasi inquadratura in primo piano avrebbe potuto essere.

Funziona. Funziona perché senza la pressione dell'obiettivo i musicisti parlano in modo diverso. Harris è laconico e assoluto, come i suoi riff. Dickinson è torrenziale e preciso, come i suoi testi. E quando Adrian Smith parla della depressione clinica che lo ha colpito nel momento di massimo successo commerciale della band, fine anni Ottanta, stadi pieni, dischi d'oro ovunque, la voce ha una fragilità che nessun montaggio televisivo avrebbe mai lasciato passare.

Eddie come protagonista visivo: l'animazione che apre il film

Se la scelta sonora è audace, quella visiva è spettacolare. In assenza dei volti della band, il ruolo di frontman visivo passa interamente a Eddie the Head,  la mascotte scheletrica creata dalla matita di Derek Riggs alla fine degli anni Settanta, quella faccia che abbiamo avuto stampata su una maglietta per anni senza nemmeno chiederci perché ci piacesse così tanto. Venville ha commissionato sequenze CGI che portano le copertine degli album a tre dimensioni. Il film si apre con un'animazione che attraversa le ere, The Number of the Beast, Somewhere in Time, Seventh Son, come se quei dipinti surreali, quelle tele di un immaginario violento e barocco, prendessero vita e ti inghiottissero, accompagnate da una colonna sonora che senti nella cassa toracica. È una dichiarazione di poetica: la band non invecchia perché il suo volto non è mai stato di carne.

Il vero soggetto del film: un'antropologia del fandom e le sue prove estreme

Il centro di Burning Ambition non è la band. È il pubblico. Venville ha iniziato il lavoro di produzione intervistandone centinaia in tutto il mondo, e quello che emerge è un affresco sociologico che demolisce mezzo secolo di stereotipi. Il fan dell'heavy metal di questo documentario è un banchiere latinoamericano. Un premier giapponese. Un meccanico dell'East End. Lars Ulrich dei Metallica, accreditato semplicemente come "Fan / Metallica", che spiega con l'acutezza di un businessman come Eddie abbia rivoluzionato il concetto di brand nella musica rock molto prima che qualcuno usasse quella parola. Quello che nel film qualcuno chiama "DNA Maiden" è un sistema di valori condiviso fatto di etica del lavoro, rifiuto del compromesso, lealtà assoluta verso chi ti ascolta. Costruito senza passaggi radiofonici. Senza MTV. Solo palchi e passaparola.

Iron Maiden: Burning Ambition. Bruce Dickinson

Ma il documentario non si ferma alle testimonianze sorprendenti. Le porta fino al limite. Il tour in Polonia nel 1984, oltre la Cortina di Ferro, in piena Guerra Fredda, con uno show teatrale che i polacchi non avevano mai visto né immaginato, viene raccontato dai fan dell'epoca con la stessa intensità con cui si raccontano le cose che ti cambiano la vita. Non era un concerto. Era un varco. E poi c'è la donna libanese, il momento più potente dell'intera pellicola. Una pacatezza nel parlare di cose enormi: la guerra civile, i morti, i vicoli distrutti. E poi quella scoperta di una band inglese che cantava di battaglie e di morte con una precisione che sembrava scritta apposta per lei. Non per consolarla. Per dirle che qualcun altro sapeva. Ci sono i fan serbi e albanesi sopravvissuti al Kosovo. I newyorkesi dell'11 settembre. Venville costruisce un argomento non con le parole ma con le facce: la musica degli Iron Maiden funziona come strumento terapeutico globale non nonostante la sua durezza, ma esattamente grazie ad essa.

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Paul Di'Anno: l'ultima intervista

Non si può scrivere di questo film senza fermarsi su Paul Di'Anno. Il primo cantante della band, quello di Iron Maiden, quello di Killers, quello di Running Free, è morto alla fine del 2025, a 66 anni. Le riprese per Burning Ambition costituiscono la sua ultima, lunga intervista. È in sedia a rotelle. Ha i segni di decenni di scelte sbagliate dappertutto. Ed è di un'onestà che toglie il fiato.

Non si fa pena. Non si propone come martire. Dice che i suoi limiti tecnici erano reali, che l'etica del lavoro di Harris era incompatibile con il suo stile di vita, che era il cantante sbagliato per la band che stava diventando e che lo sapeva anche lui. Parla del voler essere ricordato soprattutto come un buon padre. La critica ha usato il parallelo con Pete Best dei Beatles: l'uomo presente alla scintilla, lontano dall'esplosione. È giusto. È anche doloroso come solo le cose giuste sanno essere.

Un film per chi ama, non solo per chi sa

Detto tutto questo, Burning Ambition è anche un film per chi gli Iron Maiden non li ha mai ascoltati. Non nel senso che sarà una conversione, quella è un'altra storia, richiede tempo, una buona cuffia e forse una sera sola con Powerslave. Ma funziona come documento antropologico, come ritratto di come una certa musica, spigolosa e non conciliante, possa diventare il linguaggio con cui generazioni di persone diversissime raccontano la stessa cosa: che ce la fanno.

È per questo che ci si trova a commuoversi davanti a questo film. Non per nostalgia. Ma perché riconosce qualcosa che sapevamo già da dodici anni, da quella cassetta prestata e mai restituita, da quel momento in cui il basso di Harris ti ha colpito nello sterno come se ti stesse dicendo qualcosa di importante.

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