Recensione di Intrattenimento Violento: Eleonora Danco in solitaria al Teatro Vascello. Un flusso di coscienza crudo e geniale.
L'autrice "kamikaze" chiude il suo trittico romano con un flusso di coscienza metropolitano che indaga le fragilità umane e sfida la civiltà della performance.
[di Ludovico Cantisani]
La personale dedicata ad Eleonora Danco al Teatro Vascello di Roma di aprile 2026, dopo dETERSIVO e Sabbia (clicca qui per la recensione), ha concluso il suo trittico con Intrattenimento violento, testo originariamente debuttato nel 2010. Sempre fedele al suo stile a mo’ di flusso di coscienza à la Joyce o à la Virginia Woolf ma sul palcoscenico anziché sulla carta, la Danco in Intrattenimento violento estremizza le cifre stilistiche caratteristiche del suo teatro immergendo il pubblico in una narrazione sfilacciata ma come sempre folgorante ancorché privo di un vero e proprio filo conduttore, al di là della generica descrizione di “una galleria di personaggi invischiati in conflitti adolescenziali che cercano disperatamente, vitalisticamente, di affermarsi ma non sanno scegliere in che direzione andare” come recitava una delle presentazioni con cui lo spettacolo è andato in scena negli anni.
Dalla provincia alla metropoli: una performance in solitaria
Eleonora Danco è stata definita, o forse si è autoproclamata “l’unica autrice kamikaze italiana che più mette a repentaglio il corpo, un’audace sperimentatrice di linguaggi, temi, ritmi, provocazioni e ironie”. Il suo sguardo e la sua vocalità a più riprese si erano soffermati su ambientazioni provinciali, in Intrattenimento violento invece si immerge in una dimensione cittadina, urbana, con i rari riferimenti geografici che rimandano tutti quanti su Roma nella sua accezione e, anche letteralmente, metropolitana. Se in alcune precedenti messe in scena dello spettacolo Eleonora Danco era affiancata in scena da altri attori, anche nomi significativi come Lunetta Savino e Paola Minaccioni, nella reprise messa in scena al Teatro Vascello è significativamente in solitaria a dare la voce a tutti i personaggi che popolano il testo, al netto di alcuni interventi sonori preregistrati della cantante senza volto riconoscibile e senza nome anagrafico M¥SS KETA.
Un'accusa alla società della performance
Il titolo rimanda volutamente a una dimensione televisiva, da cabaret quasi, ma a parte la grande varietà di personaggi rappresentati e di situazioni rievocate, più che altro a parole, Intrattenimento violento della Danco è quanto di più anti-televisivo si possa immaginare: proprio per l’antifrasi del titolo può se mai riportare alla mente con le dovute proporzioni il romanzo-fiume di David Foster Wallace, Infinite Jest, calco shakesperiano traducibile come “Intrattenimento infinito”, altro atto artistico e narrativo di implicita accusa contro la cosiddetta civiltà della performance e la visione edulcorata della realtà quotidianamente trasmessa e rilanciata dai media, protesi a rimuovere tutto ciò che di violento, di predatorio, di traumatico ma anche di vulnerabile, di fragile o semplicemente di non categorizzabile faccia parte della nostra quotidianità di umani.
Oltre i cliché: echi letterari e cinematografici
Se il precedente Sabbia era monografico nella sua frammentarietà, Intrattenimento violento è volutamente e compiaciutamente dispersivo e freewheelin’, come a voler tracciare le coordinate di una condizione esistenziale piuttosto che uno specifico riscontro tematico. L’impressione che si trae da Intrattenimento violento non è dissimile da quella che si può provare di fronte a un film come Happy End di Michael Haneke, un’altra opera, quest’ultima volutamente testamentaria e conclusiva di un’intera filmografia, in cui i motif, le ossessioni e le tonalità di un grande autore del cinema contemporaneo si riunivano tutti quanti assieme in una narrazione che più che sulla trama faceva affidamento sulle assonanze tematiche con i titoli precedenti del suo percorso e la commistione di diversi squarci argomentativi sul presente. Del resto, come disse Umberto Eco parlando di Casablanca, “due cliché fanno ridere, cento cliché commuovono, perché si avverte oscuramente che i cliché stanno parlando tra loro e celebrano una festa di ritrovamento”. Applicata al particolarissimo universo umano e intellettuale della Danco, questa massima riguarda non tanto cliché quanto i loro ribaltamenti, scampoli di umanità varia e lacerti di situazioni esistenziali a sé stante che fanno luce su inconsulte vulnerabilità e su sincerissimi impasse, al tempo stesso individuali e collettivi.
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