Leggi la recensione di Sabbia, lo spettacolo di Eleonora Danco al Teatro Vascello. Un viaggio viscerale tra identità e queerness.
Un'analisi viscerale della queerness e dell'identità nel monologo storico di Eleonora Danco, in scena a Roma.
[di Ludovico Cantisani]
Originariamente messo in scena nel 2005, e nato dalla commissione di un testo sul tema dell'omosessualità, Sabbia è lo spettacolo centrale del trittico-omaggio a Eleonora Danco nel cartellone del Teatro Vascello per l'ultima decade di aprile 2026, in mezzo a dETERSIVO, già rappresentato, e a Intrattenimento Violento, in scena dal 28 al 30 aprile.
Un viaggio crudo tra le voci dell'omosessualità
Alternando diversi registri, dall’ironico più liberatorio - "non posso trovarmi a chiamare mia moglie Bruno" – al proud - "nelle ombre ci sguazzo, ci vengo dentro come i cani" – a una forma più cupa di ironia drammatica – il riferimento alle immancabili domande dei parenti "e tu quando ti sposi?" – Sabbia traccia una rappresentazione viscerale e problematizzante della queerness non priva di propositi paradossali di tornare normale e di provocatorie esternazioni come "mi fanno schifo i gay" – rifiutando ogni lettura dell’omosessualità in chiave psicoanalitica, per cui il multiforme io narrante incarnato dalla Danco si scaglia contro "tutta 'sta psicologia" per affermare contro ogni lettura edipizzante della condizione gay "no che non c'entra mia madre".
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La sabbia come metafora di un'identità instabile
In questa materia mobile e refrattaria a ogni fissazione si inscrive anche il corpo della Danco, che attraversa la scena come un campo di forze, oscillando tra esposizione brutale e ritrazione improvvisa. Il dispositivo scenico, ridotto all’essenziale ma densissimo sul piano sensoriale, amplifica la dimensione performativa della parola, che si fa gesto, suono, attrito più che racconto compiuto. Ne emerge un teatro che rifiuta tanto la narrazione lineare quanto la rassicurazione politica, scegliendo invece di sostare nel disagio, nella contraddizione, in una zona opaca dove identità e linguaggio si incrinano continuamente. Se a tratti questa insistenza sul conflitto rischia una certa ripetitività, è proprio in tale accanimento che Sabbia trova la sua coerenza più radicale, trasformando l’irrisolto in forma, e la forma in un’inaspettata, dolente poesia.
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