Metallica a Mosca, 1991: il diario del soldato che lanciò il berretto

28 settembre 1991, Tushino: un soldato con il manganello in mano si ritrova in prima fila ai Metallica. Una pagina di diario che è storia.

Dal diario immaginario di un coscritto della Tamanskaya: quando i Metallica suonarono e un'intera generazione sovietica smise di obbedire.

[di Massimo Righetti]

Metallica - Monster of Rock Mosca

Nota: questo testo è un racconto in forma di diario immaginato, costruito fedelmente sulle testimonianze reali dei soldati presenti a Tushino il 28 settembre 1991. Le parole di Igor Samoylyuk, coscritto della Divisione Tamanskaya di Kalinìnets, hanno ispirato e guidato ogni mia frase.

Hanno detto che saremmo stati lì per mantenere l'ordine.

Ci hanno svegliato all'alba, ci hanno dato il manganello, ci hanno caricato sull'elektrichka. Il sergente ha detto una cosa sola: "tenete la linea, non lasciate che la folla si avvicini al palco". Era settembre, faceva freddo come sempre a Mosca a settembre, e l'aeroporto di Tushino era una distesa piatta di cemento e erba bruciata che il vento attraversava senza trovare nessun ostacolo. Lo stesso campo da cui fino a due anni prima volavano i MiG-29. Lo stesso campo su cui adesso si ergeva il palco nero infinito del Monsters of Rock.

Avevo ventun anni. Prestavo servizio nella Seconda Divisione Guardie Tamanskaya, la stessa che cinque settimane prima aveva mosso i tank verso Mosca. Non verso un nemico. Verso i nostri stessi coetanei.

Il servizio d'ordine all'aeroporto di Tushino: ordini e manganelli

Non avevamo dormito. Eravamo arrivati la sera prima in mezzo a quegli altri scaricati da ogni treno notturno proveniente da Kaliningrad, da Voronezh, da Omsk, da ogni angolo dell'URSS. Li riconoscevi dal passo, da come reggevano le bottiglie di Zhigulevskoe, da come gridavano il nome della loro città nella notte buia, accendendo fuochi con le casse di frutta trovate ai bordi del campo. T-shirt dei Metallica stampate in casa con la vernice perché il merchandising non esisteva, capelli lunghi, jeans sbiaditi. Noi, con il kaki delle uniformi, eravamo una macchia su quel mare nero. Ci fecero schierare in cordone quasi fino al palco.

Avevo sentito i Metallica su una cassetta passata di mano in mano nel dormitorio. Era il 1989. Era pericoloso anche solo averla. Il suono era cattivo, metallico, come se qualcuno avesse preso tutta la rabbia di un ventenne sovietico e l'avesse compressa dentro quattro accordi. Ci piaceva per questo: non per ribellione o ideologia. Ma per la verità fisica di quel suono. Per la sensazione che dall'altra parte del mondo ci fosse qualcuno che sapeva esattamente come ci sentivamo, senza averci mai visti in faccia.

Ma a Tushino non ero lì per la musica. Ero lì col manganello.

Pantera, le bottiglie e la vergogna: quando la repressione non aveva più senso

Monsters of Rock - Mosca
Quando salirono i Pantera, capii che la giornata sarebbe diventata brutta.

La folla era già al limite, un milione di persone, forse più, forse meno, cifre che non significano niente quando sei dentro quell'oceano di carne e urla. I Pantera iniziarono con Domination e un ruggito di libertà si abbatté sulla pista come se qualcuno avesse spinto l'intera Unione Sovietica giù per una rampa di scale. Le bottiglie di vetro volavano. Qualcuno picchiava qualcuno. Le prime spinte. Il primo sangue.

Ho usato il manganello. Non lo dico con orgoglio. Lo dico perché è vero, perché questo è un diario e i diari non mentono. Ho colpito ragazzi della mia età. Ragazzi che ascoltavano la stessa cassetta che avevo ascoltato anch'io nel dormitorio. La vergogna ha un sapore preciso: è amara, è secca, rimane in fondo alla gola molto più a lungo di quanto uno si aspetti.

Il sergente gridava: "tenete la linea". La linea. Come se ci fosse ancora una linea da tenere.

Quando i Metallica attaccarono Enter Sandman: il riff che cambiò tutto

Poi arrivarono i Metallica.

Monsters Of Rock Mosca 1991
Il palco si oscurò. Dall'amplificazione uscirono le prime note di The Ecstasy of Gold di Ennio Morricone. La folla ruggì. Gli elicotteri Mi-8 ronzavano sopra le nostre teste a dieci metri come ombre di un vecchio mondo che ancora non sapeva di essere finito.

E poi James Hetfield attaccò quel riff.

Lo conoscevo. Tutti lo conoscevamo, su quelle cassette che circolavano di nascosto nei dormitori, ti entrava in testa e non usciva più. Ma sentirlo adesso, qui, dal vivo, a trenta metri dal palco, con 550 kilowatt di amplificazione che lo proiettavano nell'aria fredda di settembre sopra Tushino era un'altra cosa. Era una cosa fisica. Scendeva. Scendeva lento, circolare, come una spirale che si stringe. Una nota. Poi un'altra. Poi ancora la stessa.

Girava su se stesso. Girava e non capivi dove finiva e dove ricominciava. Girava e ogni volta che tornava al punto di partenza mi trovava leggermente diverso da come mi aveva lasciato, un millimetro meno soldato. Non era una cosa che capivi con la testa. Era una cosa che succedeva prima, nelle mani, nelle spalle, nel modo in cui le ginocchia cedevano appena.

Ho guardato i miei commilitoni. Le mascelle si erano allentate e gli occhi...gli occhi avevano un'espressione che non avevo mai visto in caserma, che non avrei saputo nominare allora, che solo adesso dopo trent'anni so chiamare con il suo nome preciso: meraviglia.

Il riff girava. Girava ancora. Girava e Hetfield era immobile davanti al microfono come se stesse aspettando qualcosa. Come se sapesse che c'era un momento esatto, un secondo preciso in cui tutto sarebbe cambiato, e stesse aspettando che arrivasse.

E poi arrivò.

Lars Ulrich abbatté le bacchette sul rullante.

Kirk Hammet
Secca. Precisa. Una detonazione. Fu il momento in cui quella spirale ipnotica smise di essere un sussurro e diventò un muro. Chitarre, basso, batteria, tutto insieme, tutto in un colpo solo, un'onda che partiva dal palco e attraversava un milione di corpi come una corrente elettrica. La folla esplose. Non urlò: esplose. E io sentii qualcosa, qualcosa che non era il suono, qualcosa che era sotto il suono, dentro le ossa, dentro il petto. Qualcosa che si spezzava.

Non so chi lo disse per primo. Forse lo disse qualcuno. Forse lo pensammo tutti insieme, in quel modo in cui le cose accadono nelle folle, per contagio, per gravità, per quella forza che fa muovere i corpi quando la musica ha già deciso per loro. Il manganello era ancora in mano. La divisa era ancora addosso. Ma la mano si aprì. Le dita mollarono e il manganello cadde a terra. E il berretto, il berretto kaki d'ordinanza della Seconda Divisione Guardie Tamanskaya, lo stesso berretto che portavo il giorno in cui la nostra divisione aveva mosso i tank contro i nostri stessi ragazzi, uscì dalla testa come da solo, come se avesse aspettato quel momento preciso per tutta la vita.

Volò alto. Altissimo. Lo vedo ancora adesso, quel berretto contro il cielo grigio di settembre sopra Tushino, piccolo, ridicolo, liberissimo. Il pubblico lo intercettò e andò in estasi.

Le uniformi erano ancora sui nostri corpi. Ma non eravamo più soldati.

Eravamo semplicemente ventunenni.

Tushino 1991: il berretto in volo e una generazione che non tornò mai più com'era

Tornammo all'unità solo all'alba. Ci addormentammo sull'elektrichka così profondamente da saltare la fermata e non ci importò niente. Avevo fango nelle scarpe, il collo che mi doleva, e qualcosa di irrevocabilmente cambiato dentro.

James Hetfield disse dopo che a Tushino aveva visto la trasformazione di una società chiusa in libertà, individuo per individuo, davanti ai suoi occhi. Novanta giorni dopo quella sera, il 25 dicembre 1991, la bandiera rossa con la falce e il martello venne ammainata definitivamente sul Cremlino.

Tushino non fu la causa di niente. Tushino fu lo specchio.

Quello specchio mostrava un'intera generazione che aveva ascoltato la propria musica di nascosto per anni, a rischio della propria incolumità, su cassette che passavano di mano in mano nei dormitori delle caserme e nelle cucine degli appartamenti comunali. Una generazione che aveva aspettato, con quella pazienza silenziosa che solo chi cresce sotto la pressione di un sistema sa coltivare. E che in un pomeriggio di settembre, sotto il cielo freddo di Mosca, nel preciso istante in cui Lars Ulrich abbatté le bacchette sul rullante e il mondo smise di essere quieto, aveva finalmente smesso di aspettare.

La suoneria del mio telefono, ancora oggi, è una melodia degli AC/DC.

Con il rock, attraverso la vita.

Chiudo il diario.

Non ricordo più il nome del sergente che quella mattina ci ordinò di tenere la linea.

Ricordo ogni nota.

--

LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp

È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.

COMMENTS

Loaded All Posts Not found any posts VIEW ALL Readmore Reply Cancel reply Delete By Home PAGES POSTS View All RECOMMENDED FOR YOU LABEL ARCHIVE SEARCH ALL POSTS Not found any post match with your request Back Home Sunday Monday Tuesday Wednesday Thursday Friday Saturday Sun Mon Tue Wed Thu Fri Sat January February March April May June July August September October November December Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec just now 1 minute ago $$1$$ minutes ago 1 hour ago $$1$$ hours ago Yesterday $$1$$ days ago $$1$$ weeks ago more than 5 weeks ago Followers Follow THIS PREMIUM CONTENT IS LOCKED STEP 1: Share to a social network STEP 2: Click the link on your social network Copy All Code Select All Code All codes were copied to your clipboard Can not copy the codes / texts, please press [CTRL]+[C] (or CMD+C with Mac) to copy Table of Content