Al MACRO di Roma, Mechanical Kurds di Hito Steyerl: chi etichetta immagini per l'IA diventa il bersaglio di quell'IA. Prima italiana.
La videoinstallazione debutta in Italia a Roma: un saggio visivo sull'economia sommersa del data labeling, la geopolitica curda e il potere nascosto degli algoritmi.
[di Mina Jane]
C'è un momento nel video di tredici minuti che dà il titolo alla mostra in cui i lavoratori che insegnano alle macchine a riconoscere oggetti diventano essi stessi un oggetto riconosciuto e neutralizzato. Il cerchio si chiude con una precisione geometrica che non è simbolica ma documentaria: i rifugiati curdo-siriani impiegati nella classificazione di immagini per l'addestramento di sistemi di intelligenza artificiale vengono inquadrati dagli stessi droni automatizzati che quei sistemi imparano ad armare. Hito Steyerl non inventa una metafora. Descrive un'infrastruttura.
Mechanical Kurds, videoinstallazione monocanale (13 minuti, HD, colore, sonoro) commissionata nel 2025 dal Jeu de Paume di Parigi e dal New Museum di New York, apre il 29 aprile il nuovo ciclo espositivo del MACRO di Roma, curato da Alice Labor nell'ambito della programmazione ideata dalla direttrice artistica Cristiana Perrella. È la prima volta che l'opera viene presentata in Italia, e il contesto romano la riceve in un momento in cui il dibattito pubblico sull'IA oscilla ancora, stancamente, tra utopia dell'efficienza e paura apocalittica. Steyerl propone una terza via: l'anatomia politica.
Il Turco meccanico e la sua reincarnazione digitale
Il titolo è un cortocircuito storico deliberato. Il Turco meccanico (Mechanical Turk) era un automa costruito nel 1770 da Wolfgang von Kempelen: una macchina da scacchi apparentemente autonoma che nascondeva al suo interno un giocatore in carne e ossa. Due secoli e mezzo dopo, Amazon scelse quel nome per la propria piattaforma di crowdsourcing, mercato digitale dove compiti frammentati, classificare immagini, trascrivere audio, annotare dataset, vengono affidati a lavoratori anonimi sparsi nel mondo. Il nome riconosce candidamente la frode strutturale: la macchina sembra intelligente, ma dentro c'è ancora un essere umano a fare il lavoro.
L'installazione non si limita al video. Due risciò automatici fungono da sedute davanti a uno schermo di grandi dimensioni inserito in due parallelepipedi: la struttura rimanda alla CAVE (Cave Automatic Virtual Environment), spazio per la proiezione di mondi illusori di realtà virtuale, e alcune sequenze del video riproducono esattamente questo ambiente finzionale, inclusa una scena in cui un gruppo di visitatori attraversa in risciò un campo profughi e viene attaccato da droni. Lo spazio espositivo diventa esso stesso un'interfaccia ambigua: il visitatore è immerso, ma anche esposto.
La geopolitica come risorsa estrattiva
Steyerl lavora con uno dei paradossi più brutali dell'economia digitale contemporanea: le zone di conflitto sono ottimali per il data labeling. La narrazione si sviluppa tra il campo profughi di Domiz, nel Kurdistan iracheno, e ambienti generativi, rivelando la precarietà di un'economia digitale fondata su sistemi estrattivi di risorse umane ed energetiche. I rifugiati curdi etichettano immagini per i sistemi di visione artificiale delle grandi piattaforme. Alcune di quelle immagini ritraggono veicoli militari, bersagli, scenari di combattimento. I droni turchi che sorvolano il Kurdistan iracheno nell'ambito dell'offensiva anti-curda usano sistemi di targeting che funzionano grazie a quel tipo di addestramento. Il lavoratore che insegna alla macchina a identificare un obiettivo può diventare, con la stessa logica, un obiettivo identificabile.
I conflitti politici risultano, nell'indagine di Steyerl, risorse sfruttabili, dal punto di vista geografico e umano, da parte delle grandi aziende tecnologiche. Non è una denuncia sentimentale. È una descrizione del funzionamento ordinario di un sistema che preferisce non essere descritto.
L'occhio del padrone, la bounding box e il saggio visivo
Per leggere Mechanical Kurds nella sua piena portata filosofica, è utile tenerla in dialogo con The Eye of the Master (Verso, 2023) di Matteo Pasquinelli, tra i libri più rigorosi e politicamente lucidi pubblicati in questi anni sull'intelligenza artificiale. Il volume sostiene che gli studi precedenti sull'IA abbiano trascurato «il ruolo della conoscenza collettiva e del lavoro come fonte primaria dell'intelligenza che l'IA estrae, codifica e mercifica». Pasquinelli propone una svolta materialista: l'IA non imita l'intelligenza biologica, imita e cristallizza l'intelligenza sociale. Impara dal lavoro collettivo, lo astrae, lo automatizza, e lo restituisce come proprietà privata di chi possiede l'infrastruttura.
Pasquinelli descrive lo sviluppo delle reti neurali artificiali come l'iterazione più recente dello sforzo pluri-generazionale del capitale di sottrarre la conoscenza ai lavoratori e cristallizzarla nelle macchine. La bounding box con cui i lavoratori curdi delimitano oggetti nelle immagini è, in questa prospettiva, un atto di cessione. Non cedono solo tempo: cedono percezione. Cedono la capacità di vedere, di distinguere, di nominare. E quella capacità viene incorporata in sistemi che poi funzionano senza di loro o contro di loro.
Steyerl rende questa astrazione concreta, visibile, spazialmente abitabile. La bounding box non è solo un'unità tecnica: è la forma elementare dello sguardo macchinico. E lo sguardo macchinico, come l'occhio del padrone di Pasquinelli, non guarda in modo innocente.
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Il paradigma postdemocratico e la responsabilità delle immagini
Nel 2018, con Duty Free Art, Steyerl aveva già formulato la domanda politica centrale: come si fa arte in un'epoca in cui le immagini sono armi, merci e strumenti di sorveglianza simultaneamente? Il libro metteva in guardia contro il paradigma postdemocratico e postpolitico: una condizione in cui le forme della rappresentazione si sono svuotate di contenuto reale, diventando interfacce di gestione del consenso. Mechanical Kurds è la continuazione di quel progetto con mezzi più radicali: non si limita a teorizzare la questione, la incarna nello spazio. Lo spettatore romano che si siede su un risciò davanti allo schermo non è un testimone neutro. È dentro l'architettura del problema.
«Invece di mettere la testa sotto la sabbia, dovremmo guardare in faccia i problemi. Dovremmo aprire gli occhi sul completo deragliamento della realtà, reintroducendo un sistema di garanzie costituzionali, rinegoziando i valori e il ruolo dell'informazione, evitando di scendere a compromessi quando si tratta di rappresentazione e solidarietà umana»: sono parole di Steyerl, e scandiscono la logica di tutta l'opera.
Il MACRO come spazio di complessità necessaria
Il giornalismo tecnologico tiene abitualmente separati tre filoni che Mechanical Kurds ricuce in un unico corpo: la geopolitica del Kurdistan, l'economia ombra del data labeling globale, l'estetica delle interfacce «pulite» che nascondono il costo umano della loro pulizia. Che a ospitare quest'opera sia il MACRO di Roma con la direzione di Cristiana Perrella, che ha dichiarato di voler fare del museo uno spazio che «non semplifica il presente, ma lo rende attraversabile» ha una coerenza precisa. L'arte contemporanea, quando funziona, fa esattamente questo: mostra la cucitura.
Mechanical Kurds è in mostra al MACRO (via Nizza 138, Roma) dal 29 aprile al 30 agosto 2026. Curatrice: Alice Labor.


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