Barry Gifford e il cinema noir: recensione del libro "Non batte il sole su quel volto"

Recensione di "Non batte il sole su quel volto" di Barry Gifford: un viaggio passionale e personale nella storia del cinema noir.

Valutazione: ★★★☆☆ (3.0 su 5)

Da collaboratore di David Lynch a critico viscerale: un viaggio tra capolavori e B-movies nella raccolta di saggi edita da Jimenez Edizioni.

[di Ludovico Cantisani]

Non batte il sole su quel volto. Avventure nel cinema noir – Barry Gifford

Barry Gifford, classe 1946, è una figura decisamente trasversale della cultura americana del Novecento. Un po' scrittore, un po' poeta, un po' sceneggiatore, un po' critico culturale e saggista, è stato profondamente influenzato dalla Beat generation, tanto da scrivere una biografia romanzata di Jack Kerouac. Per quanto riguarda il cinema Gifford fa parte a pieno titolo del pantheon lynchjano: negli anni novanta è stato infatti uno dei più frequenti collaboratori di David Lynch, con cui ha collaborato alla scrittura della poco nota miniserie televisiva Hotel Room del 1993 e ha co-sceneggiato il capolavoro Strade perdute (Lost Highway) del 1997; prima ancora, una sua raccolta di racconti era stata alla base di Cuore selvaggio, il film con cui Lynch aveva vinto la Palma d’Oro nel 1990 al Festival di Cannes, in una scelta azzardata e controversa della giuria presieduta da Bernardo Bertolucci. Per il cinema Gifford ha scritto pochi altri titoli per lo più tratti da suoi libri preesistenti, come il crime-horror Perdita Durango, diretto da Álex de la Iglesia nel 1997, City of Ghost del 2002 di e con Matt Dillon e The Phantom Father del regista rumeno Lucian Georgescu, del 2011; ma la sua ricca produzione letteraria sta attraversando una riscoperta in Italia, per merito soprattutto di Jimenez Edizioni, che negli anni scorsi ha tradotto e pubblicato Notti del Sud, Wyoming, Il mondo di Roy e Camera d'albergo, e che adesso porta in Italia Non batte il sole su quel volto. Avventure nel cinema noir, originariamente pubblicato nel 1988 e, in un’edizione espansa, nel 2001.

Un viaggio passionale e frammentario nel filone noir

Il libro, aperto dalla citazione del poeta e scrittore statunitense Frank O’Haramai discutere con i film”, testimonia la duratura passione di Gifford per il film noir, e nasce come raccolta dagli articoli e delle recensioni pubblicate dall'autore principalmente sulle riviste Mystery Scene e Projections che, svincolate dall'occasionalità delle uscite in sala, avevano permesso a Gifford di costruire una vera e propria cronistoria passionale attorno a titoli del filone usciti in un ampio range temporale che va dagli anni trenta alla fine degli anni ottanta dello scorso secolo, spaziando da capolavori come Giungla d'asfalto di John Huston, Ascensore per il patibolo di Louis Malle o Chinatown di Roman Polanski a innumerevoli B-movies - non per nulla Elmore Leonard a suo tempo commentò "i suoi saggi sono migliori di alcuni dei film di cui scrive". Gifford già nella nota dell’autore che apre il libro affetta disinteresse per le componenti storico-critiche di un’ipotetica cronistoria del cinema noir e, preferendo un approccio frammentario film per film ordinati peraltro in ordine alfabetico anziché cronologico, “garantisce solo la veridicità dell’impressione”: ma proprio perché col noir Gifford come spettatore e autore intrattiene una relazione viscerale sa individuare in maniera persuasiva quei film, all’interno del genere, capaci “non soltanto di dare un senso alla notte senza fine ma di imporre su di essa la propria volontà”, come commentano nella prefazione Edward Gorman e Dow Mossman.

Tra giudizi taglienti e film cult

La casa dei giochi, David Mamet
La casa dei giochi, David Mamet
La prosa saggistica di Gifford brilla soprattutto nei giudizi attribuiti ai singoli film, a volte icasticamente condensati in una singola espressione: Carter di Mike Hodges capolavoro noir sottovalutato e “chicca nascosta del cinema britannico”; La definizione di melone vestern per A muso duro (Mr. Majestyk) di Richard Fleischer; Repulsione e Cul de sac, di Polański, rappresentano “il noir-horror moderno al suo apice”, mentre il successivo Chinatown nel fornire ai suoi personaggi – e spettatori – “nessuna scusa, solo la realtà nuda e cruda” è un “film noir outré, al di là dei normali confini dell’oscurità”; i film prodotti a ripetizione da Edgar G. Ulmer, regista tedesco espatriato allievo di Murnau e antesignano di Roger Corman, gli valgono la qualifica di “principe dell’under-noir”. La casa dei giochi, il film d’esordio sul grande schermo da regista del grande drammaturgo americano David Mamet, è un “melodramma postmoderno/neonoir (scegliete voi) travestito da dramma morale”; Toro scatenato di Martin Scorsese è “in qualche modo austero ma elegiaco, elegante ma brutale”. Rilevante anche la sua analisi della trilogia noir di Jacques Tourneur, in cui Gifford definisce Ho camminato con uno zombie come “uno dei film più inquietanti mai realizzati”; mentre l’originale L’invasione degli ultracorpi di Don Siegel è definito tout court un “capolavoro di contaminazione”. Tra i tanti attori menzionati, Jeanne Moreau scena della disperazione sotto la pioggia nelle strade di Parigi, in una delle sequenze più celebri di Ascensore per il patibolo, o Gene Hackmanpiù bravo di qualunque altro attore vivente”; accade anche che un singolo attore nobiliti un film altrimenti trascurabile: “se non fosse per la presenza di William Hurt in questo film, dubito fortemente che mi disturberei a scriverne”, sentenzia Gifford in apertura alla sua recensione di Brivido caldo di Lawrence Kasdan. Una delle recensioni migliori e più sorprendenti – che dimostra da solo quanto Gifford in questo libro consideri il genere noir nell’accezione più ampia possibile è quella su La rabbia giovane (Badlands), il film d’esordio di Terrence Malick, in cui si formula un’interessante prova del nove applicabile volendo a ogni sorta di film: “vale la pena vederlo a colori, ma funziona altrettanto bene in bianco e nero: la grande prova!

Critica cinematografica, autobiografia e sociologia

I quattrocento colpi - François Truffaut
I quattrocento colpi - François Truffaut 
Più volte le esperienze personali e biografiche di Gifford fanno inaspettatamente capolino tra le pagine delle recensioni: nel parlare ad esempio di Foglie d’autunno di Robert Aldrich, lo scrittore si addentra in una riflessione sulle malattie mentali aperta dal ricordo “mia madre ebbe un marito così”; altre volte rimanda più semplicemente alla sua personale esperienza di visione, come nel caso dei due cult di fantascienza Il risveglio del dinosauro e Gli invasori spaziali, che lo spaventarono “più di qualsiasi altro horror abbia visto da bambino”; in una scena de I quattrocento colpi di Truffaut che evidenziava la freddezza dei rapporti matrimoniali nella casa dell’adolescente protagonista invece Gifford scrive che “penso di essermi in una certa misura immedesimato nel bambino, e di avere visto qualcosa della mia stessa madre nella donna sullo schermo, ma in qualche modo quel gesto patetico da parte del marito non amato, tradito, mi ha offerto una finestra sulla menzogna, e mi ha rivelato l’innegabile tragedia insita nella vita che doveva ancora venire”. Gifford non lesina neanche osservazioni di impronta più sociologica: nel ripercorrere Gioventù bruciata di Nicholas Ray Gifford conclude che “gli anni ottanta hanno un legame più profondo con gli anni cinquanta di quanto non dicano le mode: c’è ancora più spazzatura da assorbire e contro la quale ribellarsi, e, se possibile, è ancora più facile sentirsi non amati, non desiderati e inutili. Tutto questo si somma a la vie noire”. La sua recensione de La furia umana di Raoul Walsh si apre parlando ironicamente ma elogiativamente di un film sul “mammismo al suo apice”, e si chiude lodando la scena finale come “orgasmica, selvaggia, bellissima e folle. Puro incubo americano”.

Senza rappresentare una rivoluzione copernicana nel mondo della critica cinematografica statunitense e nella ricezione storico, stilistica o tematica del cinema noir, la lettura di Non batte il sole su quel volto è piacevole e a tratti illuminante; tra i meriti del libro, sicuramente quello di proporre, accanto ai titoli più blasonati e celebri, una serie di film apparentemente minori da riscoprire con lo sguardo sorprendente dello scrittore che pochi anni dopo la prima pubblicazione del volume, co-firmando la sceneggiatura di Strade perdute, avrebbe portato assieme a David Lynch il noir al massimo delle sue possibilità oniriche ed espressive.

---

LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp

È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.

COMMENTS

Loaded All Posts Not found any posts VIEW ALL Readmore Reply Cancel reply Delete By Home PAGES POSTS View All RECOMMENDED FOR YOU LABEL ARCHIVE SEARCH ALL POSTS Not found any post match with your request Back Home Sunday Monday Tuesday Wednesday Thursday Friday Saturday Sun Mon Tue Wed Thu Fri Sat January February March April May June July August September October November December Jan Feb Mar Apr May Jun Jul Aug Sep Oct Nov Dec just now 1 minute ago $$1$$ minutes ago 1 hour ago $$1$$ hours ago Yesterday $$1$$ days ago $$1$$ weeks ago more than 5 weeks ago Followers Follow THIS PREMIUM CONTENT IS LOCKED STEP 1: Share to a social network STEP 2: Click the link on your social network Copy All Code Select All Code All codes were copied to your clipboard Can not copy the codes / texts, please press [CTRL]+[C] (or CMD+C with Mac) to copy Table of Content