Tekla Taidelli e 6:06: la rinascita come atto psicomagico

All'Azzurro Scipioni di Roma, la regista presenta "606", il film premiato a Venezia che trasforma una vita intera in imma...

All'Azzurro Scipioni di Roma, la regista presenta "606", il film premiato a Venezia che trasforma una vita intera in immagine.

[di Redazione]

Tekla Taidelli

C'è un momento, durante la serata di presentazione di 6:06 all'Azzurro Scipioni, in cui la sala sembra trattenere il respiro. Tekla Taidelli sta descrivendo la scena del suicidio, quella che richiama la morte di suo padre, e lo fa con una calma che ha il sapore di qualcosa di conquistato, non ricevuto in dono. «Girare quella scena è stato un vero atto psicomagico», dice, «tutta la troupe sapeva quanto fosse importante. Quando ho dato lo stop, piangevano tutti e ci siamo abbracciati. Lì ho capito quanto il cinema mi abbia salvata.»

Sei parole che potrebbero bastare a descrivere l'intera opera. Ma Taidelli è una regista che non si ferma alla superficie, e nemmeno questa serata lo fa.

Il cinema Azzurro Scipioni, uno di quei luoghi dove il cinema si vive ancora come rito collettivo, ha ospitato la presentazione di 6:06, lungometraggio che ha vinto il Premio SIAE alle Giornate degli Autori della Mostra del Cinema di Venezia. L'evento è stato reso possibile grazie al supporto dell'associazione Mujeres nel Cinema, rappresentata per l'occasione dalla sua presidente Giulia Rosa d’Amico, e alla distribuzione LSPG PopCorn. In sala, regista e pubblico si sono incontrati in uno di quegli scambi rari in cui le domande pesano quanto le risposte.

Un film che è una vita cucita addosso a due corpi

Prima della proiezione, Taidelli ha fatto un'introduzione breve, quasi schiva. Ha detto solo l'essenziale: «Questo film parla della mia vita. Davide Valle, il protagonista maschile, rappresenta la mia parte dannata. George Li Tourniaire, la protagonista femminile, è la mia parte salvifica. Il film parla di rinascita, perché c'è sempre una seconda chance.»

606 nasce da un percorso lungo e tortuoso. Il suo primo film, Fuori Vena, risale a vent'anni fa: era nato dall'urgenza di raccontare la storia del suo ex fidanzato, morto a causa dell'eroina. Dopo quel lavoro, Taidelli aveva smesso. «Mi avevano perfino inserita nella lista dei registi maledetti», racconta con un mezzo sorriso. Nel frattempo, ha insegnato cinema in strada, lavorando con i senzatetto. È durante uno di questi corsi che un suo allievo presenta un'idea, in bianco e nero, ambientata a Civitavecchia, sul loop della tossicodipendenza, arrivata a due minuti dalla scadenza di un bando. «Mi sono ritrovata tra le mani questa idea primordiale», dice. Da lì, ha cucito la sua vita.

LEGGI LA RECENSIONE: Alle 6:06 del mattino, quando il buio non è ancora finito, qualcuno dice che non si deve vincere

Il bianco e nero come gabbia, il colore come respiro

La forma visiva di 6:06 porta la firma del direttore della fotografia Tommaso Lusena De Sarmiento, incontrato quasi per caso, «sono "inciampata" in lui», dice la regista, e formatosi alla scuola di Franco Maresco. «Tommaso ha la capacità di vedere con i miei occhi e di dare forma e colore al caos che ho in testa

La scelta estetica racconta molto del film: la parte in bianco e nero, girata con lenti Cooke e due telecamere dal ritmo sincopato, rappresenta l'oppressione del loop della droga. Poi l'inquadratura si apre, e con essa arrivano i colori, la vita che rientra. È una metafora visiva potente, quasi didattica nella sua chiarezza, eppure mai meccanica: il passaggio tra i due regimi cromatici diventa un evento emotivo, qualcosa che si sente prima ancora di capirlo razionalmente.

Determinante anche il lavoro del montatore Fabio Nunziata, storico collaboratore di Abel Ferrara. Taidelli aveva assemblato una versione d'autore di due ore e venti, piena di piani sequenza. Nunziata l'ha ridotta a novanta minuti. «All'inizio ho litigato molto con questa scelta», ammette la regista, «ma poi, vedendo il pubblico portoghese piangere in sala senza nemmeno i sottotitoli, ho capito che aveva reso universale il mio messaggio.»

Il coraggio di portare in scena il dolore vero

Quando qualcuno dal pubblico le chiede da dove arriva il coraggio di raccontare un passato così esposto, Taidelli cita la sua professoressa di cinema, Marina Spada: «"Quando il regista soffre è privilegiato, perché può trasformare la sofferenza in luce." Per me questo processo è catartico. Girare la scena del suicidio di mio padre è stato un atto psicomagico

La figura paterna attraversa il film in modo capillare, spesso implicito. Taidelli racconta che cercava suo padre ovunque, nelle persone da salvare: «Dato che si è tolto la vita, io cercavo di salvarlo in altre persone, cadendo nella sindrome di Candy Candy. Volevo salvare personaggi estremi e problematici proprio perché non ero riuscita a salvare lui.» George Lee, la protagonista femminile, per una coincidenza che la regista stessa fatica a chiamare tale, richiama il nome Giorgio, proprio come il padre.

Un set senza monitor, ma con tutto il corpo

George Li Tourniaire
Sul set, Taidelli lavora in modo radicalmente fisico: niente monitor, niente cuffie. «Non uso mai il monitor e nemmeno le cuffie! Non mi interessa, io vado a empatia», spiega senza esitazioni. La sua formazione è quella della strada, dei senzatetto, dei corsi tenuti fuori da ogni istituzione. «Avendo una formazione di strada e facendo recitare i senzatetto, creo un rapporto sanguigno e viscerale con le persone. Trasmetto i valori di lealtà che ho imparato per strada e sul set si creano legami fortissimi, in cui ci mettiamo tutti in gioco.»

Questa prossimità ha plasmato anche il casting. Taidelli avrebbe voluto un'attrice più grande, una surfista francese di trentasette anni. È stato l'attore Davide Valle a insistere per una giovane della sua età, convinto che solo così il film avrebbe parlato davvero ai ragazzi. «Aveva ragione», ammette la regista. Dai provini è arrivata George Li Tourniaire: durante il suo test, Davide si è messo a piangere. E Taidelli, ripensando a quella scena, aggiunge qualcosa che suona come un augurio rivolto a tutti: «Spero che questo film sia un manifesto per voi giovani, per mostrarvi che si può far passare la luce in mezzo alle crepe e far risplendere le cicatrici.»

La frase che resta

Prima ancora di arrivare alla frase diventata quasi un motto della serata, Taidelli offre una premessa che vale quanto una dichiarazione di poetica: «Alla fine la risposta è che non devi vincere, ma devi imparare a combattere.» È una sottile distinzione, ma cambia tutto: toglie la pressione del traguardo e restituisce dignità al percorso, alle ricadute, ai giorni in cui ci si alza senza sapere perché. E poi arriva l'immagine definitiva, quella che il pubblico porta a casa insieme al biglietto staccato: «Il vuoto non lo riempi, ci metti dei fiori intorno.»

Forse è questa l'immagine più precisa di ciò che 6:06 fa allo spettatore. Porta dentro qualcosa di doloroso e poi lo lascia lì, senza chiuderlo, senza risolverlo, ma illuminato, trasformato, quasi abitabile. Quando esci dalla sala, il vuoto è ancora vuoto. Ma intorno, forse, riesci a vedere i fiori.

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