6:06 di Tekla Taidelli al cinema dal 19 marzo: un film sulla resistenza, la dipendenza e il coraggio di non dover vincere.
Tekla Taidelli torna al cinema 6:06, un film che brucia e che non si dimentica.
[di Massimo Righetti]
Immaginiamo un orologio che ogni mattina segna la stessa ora. Non per propria colpa. Non perché sia stato scelto. Semplicemente, quella lancetta torna sempre lì, 6:06, come se il tempo avesse deciso di punire con la sua memoria perfetta. È così che comincia tutto, dentro il film di Tekla Taidelli che da giovedì 19 marzo entra nelle sale cinematografiche italiane distribuito da LSPG Popcorn. Non con una spiegazione, non con una mappa del territorio. Con un loop. Con la sensazione, precisa e fisica, di essere intrappolati in qualcosa che si ripete all'infinito e che, forse, si chiamerebbe vita.
Leo (Davide Valle) ha ventisei anni e un'esistenza che sembra già esaurita. Lavora per un salario minimo, cerca la dose successiva di cocaina, si sveglia ogni giorno alla stessa ora come se un meccanismo invisibile e spietato lo obbligasse a ricominciare. Poi arriva Jo-Jo (George Li Tourniaire), una ragazza nomade, un camper sgangherato, la lingua francese come unica patria, e insieme partono verso il Portogallo, verso il mare, verso qualcosa che forse non ha ancora un nome.
6:06 è questo: un road movie dell'anima su asfalti polverosi e coste oceaniche, girato in un bianco e nero che a un certo punto esplode in un colore febbricitante, espressionista, quasi allucinato. Come quando si esce dall'anestesia e il mondo sembra troppo, tutto insieme, prima ancora di essere bello. È il cinema che fa sentire il dolore invece di descriverlo. E questa differenza, tra sentire e descrivere, è esattamente la distanza che separa un film necessario da uno semplicemente ben fatto.
Jo-Jo, o del caos necessario
Jo-Jo non è la salvezza di Leo. Taidelli è categorica su questo punto, e fa bene a esserlo. Jo-Jo è il caos, una forza destabilizzante, un'anima altrettanto spezzata in fuga dai propri demoni, che irrompe nell'ordine mortifero del loop e lo incrina. Non lo guarisce. Lo incrina.
Questa scelta narrativa è già, di per sé, una dichiarazione politica. Quante volte il cinema ha raccontato che bastava una persona giusta, un amore abbastanza forte, per raddrizzare un'esistenza deviata? Taidelli rifiuta quella consolazione. Dice che la vera salvezza non ha un nome singolare: ha la forma di una costellazione imperfetta di presenze, amici, fratelli presi dalla strada, sconosciuti che occupano lo stesso margine, che insieme costruiscono qualcosa di abbastanza resistente da reggersi in piedi. È una visione comunitaria della cura, quasi controrivoluzionaria in un'epoca che celebra l'individualismo come virtù suprema.
Taidelli torna al lungometraggio vent'anni dopo il suo esordio, Fuori vena, portando con sé tutto il peso di ciò che ha vissuto nel mezzo, le perdite umane, la Scuola di Street Cinema che ha fondato nel 2013, l'eredità di Claudio Caligari che in lei aveva riconosciuto una voce necessaria. Il risultato è un'opera vincitrice del premio SIAE al Talento Creativo alle Giornate degli Autori di Venezia 82 e del Premio Miglior Interprete all'Ortigia Film Festival per Davide Valle, protagonista assoluto. Il premio più grande, però, lo darà chi esce dalla sala portandosi dentro una domanda senza risposta facile.
Non devi vincere. Il dogma che nessuno osa sfidare
C'è una frase nel film che funziona come una chiave, o forse come uno strappo. "Non devi vincere. Devi imparare a combattere." All'inizio la si potrebbe scambiare per un incoraggiamento sportivo, uno di quelli che si stampano sulle magliette da palestra. Poi si capisce che in realtà quella frase è una piccola bomba filosofica piazzata sotto le fondamenta di tutto ciò in cui si è cresciuti credendo.
La nostra epoca, più di qualunque altra, è ossessionata dalla vittoria. "Ottimizza te stesso". "Costruisci il tuo personal brand". "Sii la versione migliore di te ogni singolo giorno". I social media, quelle piattaforme che Taidelli descrive come il grande agente di logoramento della generazione post-Covid, amplificano questo imperativo fino a renderlo irrespirabile. Il risultato è una gioventù iper-connessa e al tempo stesso deserta dentro, che colma un vuoto emotivo enorme non con l'espansione della coscienza ma con lo stordimento: chimico, digitale, emotivo. Leo è questa gioventù. E probabilmente, in certe mattine, gli assomigliamo anche noi.
Imparare a combattere: un'etica per chi è rimasto
Imparare a combattere: il verbo scelto non è casuale. Non saper combattere, come se fosse un talento innato, ma imparare, attraverso le cadute, i graffi, le ricadute. La capacità di sopravvivere all'oscurità non è un dono di nascita. È una competenza che si acquisisce faticosamente, sul campo, sbagliando. E questo cambia tutto: perché se è una competenza, allora è alla portata di chiunque sia disposto a pagare il prezzo dell'apprendimento.
Taidelli stessa ha dichiarato che senza la macchina da presa sarebbe "morta o in galera". Il cinema come atto di sopravvivenza. L'arte come salvagente lanciato verso l'abisso. Non la vittoria. La resistenza.
6:06 non è un film che dà una risposta. Lascia a chi guarda qualcosa di molto più prezioso: il permesso di smettere di dover vincere. E l'invito, gentile e spietato insieme, a imparare, finalmente, ostinatamente, a combattere.
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6:06
Anno 2025
Durata: 90'
Regia Tekla Taidelli
Sceneggiatura Tekla Taidelli, Edoardo Moghetti, Davide Valle
Cast Davide Valle, George Li Tourniaire, Roberto Sadhi Sersanti, Hayden, Romina Lo Bue
Montaggio Fabio Nunziata
Fotografia Tommaso Lusena De Sarmiento
Scenografia Antonio Fiscina, Alice Rocchetta
Costumi Silvia Segoloni
Musiche Neerg, DSastro, Maskk
Produzione Argo Film, Tranky Film, Filmesdamente
Distribuzione italiana LSPG Popcorn Distribution
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