Oscar 2026: l'equazione della fuga e la vittoria di Valentina Merli

La produttrice bolognese Valentina Merli conquista l'Oscar per il Miglior Cortometraggio con Two People Exchanging Saliva.

Nel mezzo di una notte hollywoodiana segnata da miliardi di dollari e guerre culturali, una produttrice di Bologna si è portata a casa la statuetta più inaspettata della serata.

[di Massimo Righetti]

Valentina Merli

Il Dolby Theatre di Los Angeles, la notte del 15 marzo 2026. Luci puntate sul palco, tremila persone in silenzio. E su quel palco, un uomo, l'attore Kumail Nanjiani, che fissa un pezzo di carta appena estratto dalla busta. Lo fissa una volta. Poi una seconda. Un istante di troppo. Quella frazione di secondo in cui il copione del mondo si inceppa. "È un pareggio", dice. "Non sto scherzando, è davvero un pareggio." Un brivido. Risate nervose. Applausi confusi. Silenzio, di nuovo. Una parità che nella storia quasi secolare dell'Academy si era verificata appena sei volte. Questa è la settima.

In quell'esatto millimetro di storia, in quello spiraglio dell'improbabile, si incunea una donna. Valentina Merli. Bolognese di nascita. Parigina per scelta e per necessità. L'unica italiana premiata nella 98ª edizione degli Oscar. L'unica.

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Un film che fa male — e dovrebbe

Two People Exchanging Saliva

Nelle sue mani stringe la statuetta per la categoria Miglior Cortometraggio Live Action con Two People Exchanging Saliva. Un ex aequo diviso con The Singers di Sam A. Davis, un film di luce e redenzione. Ma l'opera di Valentina è altra cosa. È una distopia in bianco e nero. Cruda. Feroce. Girata di notte, nelle viscere silenziose delle Galeries Lafayette. Un mondo alienato dove il denaro non esiste e si paga con il dolore. Schiaffi in faccia al posto delle monete, mortificazione del corpo come transazione commerciale. E l'amore, l'attrazione clandestina tra la consumatrice ossessiva Angine e la commessa ribelle Malaise, è un crimine. Un bacio punibile con la morte.

Un film scritto e diretto da Alexandre Singh e Natalie Musteata, interpretato con potenza viscerale da Zar Amir Ebrahimi e Luàna Bajrami, concepito per gridare contro le prigioni dell'Iran, in risposta al movimento Woman, Life, Freedom. Musteata ci ha messo anche la propria famiglia, fuggita dalla Romania comunista. L'orrore vissuto. Gli assurdismi di una società di sorveglianza conosciuti da dentro. Cinema che prende per le spalle. Che scuote. 

Chi è Valentina Merli

Laureata in Giurisprudenza all'Alma Mater. Cresciuta nell'ombra protettiva del Cinema Lumière di Bologna, quell'ecosistema culturale che rende la città emiliana unica in Italia e che l'ha formata quanto qualsiasi aula universitaria. Il punto di svolta arriva con uno stage a Eurimages, il fondo del Consiglio d'Europa per le co-produzioni cinematografiche. È lì che si delinea una visione industriale precisa: il cinema europeo si costruisce attraverso alleanze, finanziamenti incrociati, rischio condiviso.

Nel 1999 prende una decisione definitiva e si trasferisce a Parigi. Lavora per Gemini Films sotto l'ala di Paulo Branco, poi per Pyramide International. Impara il mestiere nei mercati che contano, Berlino, Cannes, Locarno. Nel 2020 viene chiamata a guidare Locarno Pro, la piattaforma industry del festival svizzero. A pochi mesi dall'inizio, si trova ad affrontare la pandemia: migra l'intera piattaforma online senza perdere l'essenziale, elimina i cocktail virtuali e si concentra sul business reale. Con la collega argentina Violeta Kreimer fonda Misia Films, una casa di produzione che abbatte deliberatamente i confini tra cinema narrativo, documentario e arti visive. L'Oscar non è un caso isolato. È il punto d'arrivo di una traiettoria coerente.

Il paradosso italiano

Two People Exchanging Saliva
A stringere quell'oro, mentre il cinema italiano restava a guardare, orfano e assente, incapace perfino di far entrare Familia di Francesco Costabile nella shortlist. "Mi dispiace per l'assenza dell'Italia in concorso. Abbiamo una tradizione solida e ammirata ovunque, registi, attori, tecnici straordinari. Ma la cultura non è abbastanza sostenuta. In Francia ti senti ascoltato, accompagnato."

Ed è qui che lo spettacolo finisce. Ed è qui che inizia il disagio vero. Quello che non passa con gli applausi. Perché il punto non è la vittoria, né l'arte, né il tappeto rosso. Il punto è il momento esatto in cui un essere umano capisce che per esistere, deve andarsene. Il punto è la condizione, squisitamente tragica, del talento che si fa esilio.

La retorica dei sindaci e l'ironia dei biglietti aerei

E ora, dopo la notte degli Oscar, c'è un'ironia infinita, intrisa di malinconia, nel modo in cui celebriamo chi ce l'ha fatta altrove. Il Sindaco di Bologna Matteo Lepore e la Sottosegretaria alla Cultura Lucia Borgonzoni si sono affrettati a celebrare la concittadina. Si applaude e si rivendica. Ci si appropria di una genialità sistematicamente ignorata. Ma la verità è che Valentina ha dovuto attraversare le Alpi nel 1999. Per fiorire, ha dovuto sradicarsi. Per trovare la Gemini Films, Pyramide, Misia Films. Per trovare il CNC francese, un ecosistema che non fosse fatto di colli di bottiglia e normative balbettanti, ma un sistema che tratta la cultura come un'industria pesante dell'anima.

E quanti sono? Quanti, in questo preciso istante, stanno chiudendo una valigia per partire alla ricerca?Portando via le loro visioni, perché qui non c'è terra disposta ad annaffiarle? È l'esodo silenzioso. Quello dei creatori che questo paese preferisce twittare per festeggiare anzichè coltivare per trattenere. E noi restiamo qui, a piangere le nostre notti opache, condannati a guardare da lontano la grandezza che non abbiamo saputo trattenere.

Una statuetta pesante

Alla fine, resta solo quell'immagine sul palco. Valentina con l'Oscar. Ha detto che la statuetta è pesante, ma che se la sente bene in mano. Il peso giusto. Finalmente. Dopo decenni di frontiere attraversate. Il peso di una vita che ha dovuto farsi mondo per non spegnersi.

E nel buio della sala, mentre le luci si abbassano e la notte hollywoodiana scivola via, si percepisce un fruscio di carta sottile, secco, inesorabile. Non quello della busta dell'Academy che si apre. È il rumore di un altro biglietto aereo che viene staccato. Un'altra partenza. E noi, ancora una volta, immobili. A guardare.

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