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Melania: cronaca di un disastro da 75 milioni di dollari

l documentario Melania è un flop storico. Critica italiana e internazionale demoliscono il film di Ratner: sale vuote e accuse di propaganda.

Il documentario sulla First Lady doveva essere il trionfo del ritorno trumpiano. Si è trasformato nel flop più costoso e imbarazzante della storia recente, tra sale vuote e critici che affilano i coltelli.

[di Alex M. Salgado]

Melania

C'è un odore strano nell'aria questo weekend, quel misto inconfondibile di disperazione corporativa e popcorn stantii che permea le sale cinematografiche quando il pubblico decide di disertare. Amazon MGM Studios ha scommesso la cifra folle di 75 milioni di dollari, 40 per i diritti, 35 per spiegarci quanto fosse imperdibile, su Melania, il ritorno in pompa magna della First Lady più enigmatica d'America. Il risultato? Un deserto di poltrone rosse che si estende da Londra a Los Angeles.

"Ieri sera ho visto 'Melania' per la seconda volta. Il pubblico l'ha adorato e anche io. Dategli un'occhiata: da non perdere", ha tuonato Donald Trump sui social, sponsor instancabile e pressoché isolato di un'opera che il resto del mondo sembra voler ignorare con ostinazione.

Siamo di fronte a un'allucinazione collettiva orchestrata dai piani alti. Mentre i dirigenti brindavano a un'apertura glamour al Kennedy Center, la realtà picchiava duro sui botteghini. A Londra, nel cinema Vue di Islington, per la prima proiezione è stato venduto un solo biglietto. Uno. Negli Stati Uniti, persino nei feudi MAGA vicino a Mar-a-Lago, l'occupazione delle sale ha faticato a raggiungere il 13%. Il pubblico ha annusato l'aria e ha scelto di restare a casa, lasciando il regista redivivo Brett Ratner,  ripescato dall'oblio del #MeToo per dirigere questa sinfonia del nulla, a contemplare il vuoto pneumatico della sua opera.

Il verdetto è unanime e sanguinoso. Il Guardian ha calato l'asso definendo il film "un remake spazzatura dorata di 'La zona d'interesse'", paragonando l'indifferenza di Melania verso il caos esterno a quella della famiglia del comandante di Auschwitz

Variety non ha usato mezzi termini, descrivendolo come un prodotto "orchestrato e patinato, ma privo di anima, dove questo documentario non ha niente di rivelatorio".

Se pensate che l'estetica curata possa salvare la baracca, vi sbagliate. The Hollywood Reporter ha bollato l'operazione come "un’opera così adulatrice da sentirsi quasi un obbligo patriottico applaudire", mentre  The Independent liquida la pellicola con una sola, devastante parola: "void", vuoto. 

La stampa italiana, solitamente misurata, ha deciso di togliersi i guanti di velluto e mirare alla giugulare. Non si tratta di semplice critica cinematografica; qui si analizza la sottomissione. Andrea Fioravanti su Linkiesta ha centrato il bersaglio grosso, definendo l'operazione non come cinema, bensì come un atto di "prostrazione dei miliardari americani", un esempio plastico di come i tecnoligarchi si siano ridotti a pagare il pizzo culturale pur di non subire ritorsioni dal nuovo Cesare alla Casa Bianca.

Veronica Villafane su Adnkronos poneva la domanda che tutti avevamo sulla punta della lingua, brutale nella sua onestà: "Che si aspettavano? Che qualcuno andasse a vedere un documentario sulla First Lady meno carismatica di sempre?".

Davide Sica su Movieplayer.it rincara la dose riportando le voci dal set di una troupe a disagio, costretta a girare quello che definiscono un "vero e proprio film di propaganda".

Non c'è arte qui, solo la cronaca di un investimento suicida. Melania rimarrà negli annali non come documentario, ma come il monumento più costoso mai eretto alla vanità e al vuoto politico. E il pubblico, nella sua saggezza silenziosa, ha deciso di non visitare il monumento.

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