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Nessun Fiore: Maurizio Maliore e il Cinema come atto di resistenza contro lo stupro di guerra

Scopri Nessun Fiore, il film di Maurizio Maliore sugli stupri di guerra. Analisi, interviste e la testimonianza di Luciana Romoli all'Azzurro Scipioni

Al Cinema Azzurro Scipioni, il racconto potente del documentario che intreccia mito, storia e la testimonianza della partigiana Luciana Romoli.

[di Redazione]

L’atmosfera densa di storia e passione civile del Cinema Azzurro Scipioni di Roma ha fatto da cornice, ieri sera, alla presentazione di un’opera che scuote le coscienze: Nessun Fiore – No Flowers. Il regista Maurizio Maliore ha offerto al pubblico un lavoro indipendente e necessario, capace di squarciare il velo di silenzio su uno dei crimini più atroci e persistenti dell'umanità: lo stupro come arma di guerra. Accompagnato dalla testimonianza vibrante di Luciana Romoli, staffetta partigiana di 95 anni conosciuta come Luce, e dalla sceneggiatrice e attrice Ilaria Padamia, Maliore ha trasformato la serata in un rito collettivo di memoria e denuncia.

L'incontro ha subito messo in luce la potenza catartica del racconto del dolore portando una realtà cruda sul grande schermo in un’epoca in cui l'informazione spesso rischia di edulcorare la tragedia. Maurizio Maliore ha spiegato la genesi di questo progetto, nato quasi per sfida: "Tutto è partito da una suggestione di Ilaria Padamia, che un giorno mi propose di fare un documentario sulle 'marocchinate'. Da lì è scattata una scintilla: mi sono chiesto se quelle violenze fossero l'unico caso al mondo. Ho iniziato una ricerca e ho scoperto una strisciata di orrore nella storia che non finisce mai, ancora oggi attualissima. Così ho deciso di allargare lo sguardo per raccontare questa piaga in profondità".

Il regista ha voluto sottolineare la dimensione globale e contemporanea del fenomeno: "In questo momento ci sono 56 guerre nel mondo, ma ce ne raccontano solo due. In tutti questi conflitti lo stupro di guerra è ancora una prassi consolidata. È sconvolgente pensare che sia stato dichiarato crimine di guerra solo nel 1995, dopo i fatti della Bosnia; prima era considerato quasi un inevitabile effetto collaterale delle battaglie". 

Maliore ha poi chiarito la sua precisa scelta stilistica di non indugiare sulla vittimizzazione: "Ho cercato una chiave che non fosse voyeuristica. Ho evitato di mostrare le vittime nel momento della loro fragilità, preferendo raccontare le donne che hanno resistito e che continuano a fare qualcosa contro questa aberrazione. Volevo dare un taglio che mostrasse come sia possibile vincere questo orrore. Questo è un film di parole, di donne che parlano: noi maschi dobbiamo imparare ad ascoltare".

Momento centrale della serata è stato l'intervento di Luciana Romoli, la cui vita è stata un esempio di resistenza fin dall'infanzia: "A otto anni ho iniziato a ribellarmi difendendo la mia compagna di classe ebrea cacciata dalla scuola del Regno. Sono cresciuta in una famiglia antifascista a Casal Bertone: casa nostra era il luogo dove si incontravano i combattenti. Mia madre ci diceva sempre di non raccontare nulla fuori, e noi eravamo orgogliosi di quel segreto. Ogni giorno in quella casa era una lezione di vita". Luciana ha ricordato con orgoglio la partecipazione corale alla lotta: "Mettevamo bandierine rosse nelle stazioni di Roma il primo maggio per dimostrare ai passeggeri che la città non si piegava al fascismo. Anche i bambini partecipavano. Poi, quando arrivarono gli americani, mentre molti festeggiavano, le donne dei quartieri popolari bombardati urlavano loro 'assassini' dai Fori Imperiali, perché avevano perso tutto: case, ricordi e affetti. Facevamo riunioni per dare coraggio a chi non aveva più nulla".

Il documentario scava anche nelle radici culturali della violenza, collegando gli stupri bellici alla piaga moderna dei femminicidi. Maliore ha riflettuto su questo legame invisibile: "Siamo partiti dalla Guerra di Troia e dal Ratto delle Sabine perché la storia è costellata da questa tragedia. Il messaggio sotteso è: non è che la violenza domestica di oggi ha le sue radici proprio nell'idea arcaica della donna come preda di guerra? Se un essere umano è visto come preda, non dobbiamo stupirci se poi assistiamo a follie in cui un uomo ammazza la moglie e cerca di giustificarsi. C'è un brodo culturale malato che dobbiamo bonificare".

Infine, Ilaria Padamia ha condiviso il suo incontro con una superstite del rastrellamento del 16 ottobre: "Incontrai l'unica donna tornata da Auschwitz della deportazione del ghetto. Mi colpì perché aveva gli occhi da bambina incastonati in un viso da donna anziana, un viso dissonante che ti fora dentro. Lei e Luciana hanno questo tratto comune: è come se la loro vita si fosse fermata in quei momenti, mantenendo però una forza incredibile". Maliore ha concluso citando un altro partigiano di cento anni, Angelo Nazio: "Il suo messaggio è stato: vivete, non sopravvivete. Dovremmo clonare lo spirito di queste persone per tramandarlo". Nessun Fiore, già premiato a Tokyo, Amsterdam e Berlino, si conferma un'opera che, pur affrontando l'oscurità, cerca la luce della resilienza.

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