MAPPA e Netflix: l'accordo che cambia l'animazione. Tra il successo di Chainsaw Man e i dubbi sul lavoro, ecco il futuro.
Dalle raccomandazioni degli algoritmi alla purezza dello shintoismo: un filo del destino, che collega due forze da non sottovalutare. Ma dove non tutto è oro colato.
[di Valentina Cioni]
Chi pensa all’animazione giapponese, ha in testa una azienda e un autore: Studio Ghibli e Hayao Miyazaki. Forse, se lo spettatore è curioso e ha fatto maratone di Porco Rosso, La Città Incantata e Principessa Mononoke, non solo sa che “piuttosto che diventare un fascista, meglio essere un maiale!” ma avrà guardato qualche documentario o clip su Youtube del celebre regista.
Ebbene, l’animazione in Giappone e l’industria a essa collegata NON sono solo quelle mostrate nei video dello Studio Ghibli. È un settore sottopagato, dove spesso le mansioni meno rilevanti vengono sub-appaltate ad animatori in Corea del Sud. Dove le squadre, spesso esigue, lavorano per giorni consecutivi senza chiudere occhio.
Unica sopravvivenza: gli energy drink dei kombini.
Pochi soldi e, per rimanere a galla, tanti e tantissimi lavori che si accumulano sulle scrivanie. I passaggi principali, degli anime giapponesi, che occupano un palinsesto stagionale, sono in televisione.
Pensiamo tutti che gli anime siano realizzati perché il target è il mercato dell’home video o di Canale 5. Oggi di Netflix, o Amazon.
Errore-errore: gli anime sono realizzati per spingere le vendite dei manga. E occupare ore e ore di palinsesto su NHK TV in Giappone, diventando uno degli esempi più intelligenti e pop del transmedia storytelling. Perché il manga, si traduce in anime (tranne rari OVA o opere originali), ama essere seriale e produce tonnellate di plastica e resine in action figure.
Questa è l’economia.
Uno penserebbe che un character animator in Giappone guadagni una montagna di denaro. No, soprattutto se bassa manovalanza e non un direttore o supervisore.
Poi è arrivato lo streaming, e l’animazione è tornata una nicchia dove la domanda primaria è cresciuta vertiginosamente. Nonostante però l’opportunità di aprire una finestra sul mondo nuova e competitiva, molti studi di animazione hanno fatto comunque flop.
Quello che negli ultimi anni ha fatto fuoco e fiamme, è stato lo studio MAPPA. Succede che MAPPA dal periodo Covid ha fatto un salto: prende dallo studio WIT (che non ce la fa più) Attack On Titan, realizzando 2 stagioni e un film al cinema. Prende Jujistsu Kaisen, e fa uno dei film più visti globalmente nel 2021. Prende Chainsaw Man e fa la stessa cosa nel 2025. Un tris che forse non dice molto ai non appassionati: tradotto significa che hanno preso un carico di lavoro pari a quello degli schiavi in Egitto con le piramidi.
E ce l’hanno fatta, alla grande.
Numeri che avranno fatto pensare a Netflix: ecco i nostri nuovi Walt Disney.
Annunciata il 21 Gennaio 2026, la partnership tra il colosso dello streaming e lo studio guidato da Manabu Otsuka continua nel segno di inglobare nuove IP, la cui scarsità e differenziazione sono necessariamente elementi per la competizione tra grandi piattaforme.
L’alleanza prevede, come in altri casi, il doppio ruolo assunto dalle piattaforme di streaming: produzione e distribuzione. Non a caso, è prevista la distribuzione in esclusiva dei nuovi contenuti originali di MAPPA.
La catena del valore si estende fino a valle, andando a comprendere il merchandising – le modalità ancora non sono state esplicitate. Un aspetto altamente remunerativo considerato che, secondo il colosso di Los Gatos, metà degli abbonati globali guarda anime.
Un trend che investe le stesse sale cinematografiche, basti pensare al travolgente Chainsaw Man – The Movie: Reze Arc, capace di incassare 160 milioni di dollari in tutto il mondo.
Obiettivo della collaborazione, secondo le dichiarazioni istituzionali del CEO di MAPPA Manabu Ootsuka, è sostenere l’indipendenza creativa e commerciale dello studio. Collaborare con Netflix garantirebbe una maggiore indipendenza sulle proprietà intellettuali e sulla loro creazione.
Chissà se questo sarà un cambio di paradigma per le condizioni lavorative dei dipendenti: leak disillusi degli animatori, in passato, affermavano di non voler più collaborare con lo studio. Una situazione riconosciuta pubblicamente dal vicepresidente MAPPA.
Altra domanda: cambierà il prodotto, ovvero gli anime? Sappiamo che Netflix ha i suoi ingredienti magici per il successo, basati su algoritmi. Famose sono le discussioni online sul fatto che la piattaforma “imbocchi” con i suoi contenuti gli utenti, aggiungendo spiegazioni lunghe, considerata la distrazione costante e il basso sforzo cognitivo dell’utente, in particolare da mobile.
L’appassionato che ama l’ibridazione dell’anime, che innesta elementi occidentali alla cultura e società giapponese, ha molti timori a riguardo.
Si tratta comunque dell’unica mossa per Netflix, qualificata ad accaparrarsi nuove quote di mercato (young-adult) a fronte di player come Chruncyroll che hanno sbaragliato ogni concorrenza (leggasi la acquisizione di Sony, e la fusione con Funimation).
Un mercato dove è sempre più difficile muoversi, finendo a fare gomitate con vicini ingombranti. Eppure, spereremmo che lo spazio per la creatività e opere tanto travolgenti quanto autentiche nel DNA non cambi.
E voi che ne pensate? Il cambiamento sarà positivo o negativo per la community di appassionati? Ditelo nei commenti!
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