La sostituzione delle vetrate di Viollet-le-Duc a Notre-Dame. Il progetto di Tabouret, la volontà di Macron e la violazione della carta di Venezia.
La decisione di sostituire le vetrate di Viollet-le-Duc con l'opera di Claire Tabouret segna una frattura epistemologica nel restauro. Un'analisi tra le pieghe della Carta di Venezia e le ambizioni politiche dell'Eliseo.
[di Mina Jane]
La riapertura di Notre-Dame, celebrata come la resurrezione di un simbolo globale, porta con sé l'ombra lunga di una controversia che trascende il mero gusto estetico per investire i fondamenti stessi della tutela patrimoniale. La vittoria di Claire Tabouret nel concorso per la realizzazione delle sei nuove vetrate delle cappelle laterali sud non è semplicemente l'innesto del contemporaneo nell'antico; rappresenta un precedente critico che rischia di scardinare la dottrina del restauro così come codificata nel Novecento.
Il progetto dell'artista francese, residente a Los Angeles, propone una rilettura della Pentecoste attraverso cromie vibranti e astrazioni che dialogano, nelle intenzioni, con la luce gotica. Tuttavia, l'operazione richiede la rimozione delle vetrate a "grisaille" disegnate da Eugène Viollet-le-Duc nel XIX secolo. Qui risiede il vulnus teorico e giuridico. Le opere ottocentesche sono sopravvissute indenni all'incendio del 2019; la loro sostituzione non risponde a una necessità conservativa, bensì a una volontà di sovrascrittura autoriale avallata dalla presidenza Macron.
![]() |
| vetrate disegnate da Eugène Viollet-le-Duc |
Il gesto assume i contorni di un capriccio istituzionale. Laddove il restauro dovrebbe arrestarsi sulla soglia dell'autenticità materiale, la politica culturale francese forza la mano, cercando di imprimere il sigillo del XXI secolo sulla cattedrale. È il trionfo dell'ego politico sulla pazienza della storia. La Cattedrale diviene così non più un testo da tramandare nella sua integrità stratificata, inclusiva delle rifazioni ottocentesche che ne hanno definito l'identità moderna, bensì uno schermo su cui proiettare le ambizioni estetiche del potere corrente.
Claire Tabouret, con il suo linguaggio pittorico fluido, si inserisce in questo vuoto etico con un'opera che, per quanto valida artisticamente, risulta contestualmente violenta. L'arte contemporanea, quando diviene strumento di cancellazione patrimoniale, fallisce la sua missione dialogica. Notre-Dame meritava un rispetto rigoroso delle sue cicatrici e delle sue stratificazioni, non una cosmesi che, nel tentativo di renderla "attuale", ne tradisce la memoria materiale.
LuciSullaScenaMagazine è anche su Whatsapp.
È sufficiente cliccare qui per iscriverti al canale ed essere sempre aggiornati.

COMMENTS