I pesci non chiudono gli occhi, la recensione del documentario su Erri De Luca

I pesci non chiudono gli occhi di Audrey Gordon: Erri De Luca torna a Ischia tra infanzia, militanza e scrittura. Dalla Festa di Roma, la recensione.

Valutazione: ★★★½☆ (3.5 su 5)

Audrey Gordon riporta Erri De Luca a Ischia, tra reenactment, Super8 di famiglia e ricordi dalla Napoli del dopoguerra a Lotta Continua. In anteprima nella sezione Freestyle Arts della Festa del Cinema di Roma.

[di Ludovico Cantisani]

I pesci non chiudono gli occhi - scena del film

“Io non direi mai ‘io sono Erri De Luca’. Non siamo i nomi che portiamo. I nomi hanno questa pretesa di essere l’identità, ma non è vero. Sono tutta un’altra cosa: la prima cosa che direi di me è che sono un lettore, poi posso dire di me che sono un napoletano, che sono uno del Mediterraneo, posso dire di me che sono anche uno scrittore, ma in fondo a questo elenco”. Sin dai primi minuti di I pesci non chiudono gli occhi, documentario diretto dalla regista francese Audrey Gordon, presentato in anteprima assoluta nella sezione Freestyle Arts della Festa del Cinema di Roma e tratto dall’omonimo libro autobiografico edito da Feltrinelli nel 2011, Erri De Luca sfodera tutto il suo aplomb e il tono tra l’introspettivo e l’umoristico dei suoi scritti più autobiografici.

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Ritorno a Ischia

Se il libro raccontava un’estate degli anni sessanta a Ischia, in cui l’io narrante decenne stringeva un complesso rapporto con una ragazzina di pochi anni più grande e con tre ragazzini suoi “rivali”, tutto il documentario di Audrey Gordon ruota attorno a un ritorno quasi iniziatico dello scrittore sull’isola, dopo anni di assenza. Il reenactment di alcuni brani del libro, con Nine d’Urso nel ruolo della madre e il piccolo Agostino Ceparano in quello di Erri bambino, fino all’incrocio tra l’anziano De Luca e la sua versione infantile, anticipato dalla stessa locandina, è una scelta un po’ scontata e didascalica. Ma è ben bilanciata dalle riflessioni che lo scrittore fa a favore di camera, dalla condivisione dei suoi ricordi d’infanzia e dalle situazioni in cui si viene a trovare, con fotografie e anche Super8 provenienti dall’archivio di famiglia che arricchiscono molto il racconto e rendono il documentario una testimonianza unica in termini di ritratto dello scrittore da bambino, per quanto il protagonista ribadisca a più riprese di essere contrario alla nostalgia.

Un bambino del dopoguerra napoletano

Classe 1950, De Luca racconta di essere “stato un bambino del dopoguerra napoletano”, in un periodo in cui Napoli aveva la più alta mortalità infantile d’Europa. Se i De Luca, grazie alla scelta del padre di emigrare in America in cerca di fortuna, rimasero in quei frangenti relativamente benestanti, fu grazie alla madre che il giovane Erri si accorse delle condizioni in cui vivevano altri bambini, vestiti di stracci e impossibilitati ad andare a scuola: “l’indifferenza sta nel fatto che non riconosci queste differenze” sociali, conclude lo scrittore. Agli anni dell’infanzia risale anche l’abitudine di praticare la lettura come forma di isolamento, e c’è un momento manifestamente proustiano quando De Luca ordina in un chiosco di Ischia un ghiacciolo al limone, confrontandone la forma e il sapore con i gelati artigianali comprati sull’isola da bambino.

Estrarsi come un dente

I pesci non chiudono gli occhi - manifesto ufficiale

Fedele all’idea, espressa dallo stesso De Luca, per cui ogni individuo a dieci anni è un “guscio” che prelude a tutte le sue trasformazioni future, il documentario racconta la giovinezza dello scrittore solo nella seconda parte e più succintamente: la traiettoria dalla militanza politica alla scrittura, passando per importanti esperienze da operaio e da volontario in missioni internazionali, è quasi secondaria nella struttura del film, che a parte ovviamente I pesci non chiudono gli occhi si sofferma più sulla passione di De Luca per la Bibbia letta nell’originale ebraico che sugli altri volumi della sua ormai vasta produzione letteraria. C’è innanzitutto la scelta fulminea di abbandonare Napoli senza lasciare nemmeno un biglietto, “perché qualunque parola sarebbe stata insufficiente, o goffa. Dico che mi sono estratto da lì come si estrae un dente da una mascella: da soli, i denti non si ripiantano, rimangono senza mascella”.

Non piombo, ma rame

A metà degli anni sessanta, la partecipazione quasi casuale a una manifestazione e al successivo scontro, in cui finì pestato, rappresentò la sua “introduzione al Novecento” e spianò la strada alla successiva adesione a Lotta Continua come responsabile del servizio d’ordine. Ripensando a quegli anni, De Luca dichiara di essere rimasto idealmente fedele ai valori profondi della militanza, ma esprime una certa insofferenza per la categoria storica degli anni di piombo, perché si tratta di “una definizione che è stata data da alcuni giornali italiani per la prima volta prendendo il titolo di un film tedesco” (Anni di piombo di Margarethe von Trotta). “Il piombo dal punto di vista dei proiettili era un materiale secondario”, commenta lo scrittore. “Io dico che il piombo non era rappresentativo di quegli anni, io dico che era più rappresentativo il rame”: non per la violenza, ma per la rete comunicativa informale che permetteva di far attecchire proteste quasi coordinate in tutta Italia. Suggestivo e sintomatico è il ricordo del padre che, dopo aver accettato obtorto collo la partenza da casa e la militanza politica del figlio, comprava ogni giorno il giornale di Lotta Continua per seguirne a distanza le attività.

La scrittura come compagnia

Quanto alla sua tardiva vocazione letteraria, De Luca racconta di essersi “sempre tenuto compagnia con la scrittura, anche da ragazzino, e la scrittura mi ha fatto compagnia anche sul posto di lavoro”: occupandosi soprattutto di lavori manuali, aveva tempo e spazio mentale per concepire storie e concetti. Dopo una serie di libri pubblicati dalla fine degli anni ottanta, solo il successo di Tu, mio nel 1998 gli permise prima di sospendere e poi di abbandonare il lavoro in fabbrica, per quanto De Luca ribadisca tuttora di non aver mai considerato la letteratura un lavoro e di concepire la sua scrittura non come indirizzata ai posteri, ma rivolta ai contemporanei e ai defunti.

Una stagione di Erri De Luca

I pesci non chiudono gli occhi è solo uno dei titoli cinematografici legati a Erri De Luca in questa stagione: sempre alla Festa del Cinema di Roma è stato presentato Me, You, diretto dal grande regista danese Bille August, due volte Palma d’oro a Cannes, tratto proprio da Tu, mio, anch’esso ambientato a Ischia ma girato a Ventotene. Un altro documentario, Viaggio di servizio, diretto da Marco Zingaretti e incentrato sull’attività di De Luca come “missionario civile” e laico, coinvolto in operazioni umanitarie a favore dei Balcani negli anni novanta e dell’Ucraina negli ultimi tempi, risulta in post-produzione. Con un linguaggio cinematografico semplice, e un po’ retorico nelle sequenze di reenactment, I pesci non chiudono gli occhi rimane comunque impresso grazie alla grande disponibilità e confidenza dimostrata da Erri De Luca nei confronti della regista, con la cui collaborazione traccia il suo autoritratto più personale.

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