È nato lo slop-pop. E lo zero di Pitchfork lo certifica

Pitchfork dà 0.0 a Tyga per $TARFACE, album fatto con Suno: primo zero dopo 19 anni. Millard conia lo slop-pop.

Il disastroso esperimento di Tyga con l'IA ha scatenato l'ira della critica e le accuse di colleghi. Ma mentre il pubblico boccia l'album sintetico, l'industria discografica firma accordi milionari per monetizzare la nuova era della musica generativa.

[di Alessandro Massimo]

$tarface tyga

Lo zero è comparso sulla schermata di Pitchfork il 12 agosto verso l'ora italiana di cena. Uno zero pieno, tondo, punteggiato dalla virgola decimale. Il primo dopo diciannove anni. Diciannove anni in cui nessun disco era stato giudicato indegno persino della cifra intera. Ora è successo. Ed è successo per la ragione più prevedibile dell'estate 2026: l'intelligenza artificiale generativa.

Un rapper, una piattaforma, uno zero

Il caso, in due righe. Un rapper americano affermato, Tyga, un curriculum di quindici anni e collaborazioni ovunque, a fine luglio ha pubblicato un concept album ispirato al synth-pop degli anni Ottanta. A inizio agosto ha ammesso in intervista di aver usato Suno, la piattaforma tecnologica accusata in questi mesi di massicce violazioni di copyright nell'addestramento dei suoi modelli. La stessa piattaforma sospettata dietro l'operazione Warner di Gisèle di cui parlavamo qui pochi giorni fa,  per generare synth e assoli di chitarra. La difesa è stata quella ormai imparata a memoria da ogni artista pro-IA: l'intelligenza artificiale come strumento, non diversa dall'AutoTune quando arrivò vent'anni fa. Dieci giorni dopo, la recensione. Zero. Con un incipit che non lascia margini: il disco è compiaciuto, superficiale, deprimente. E la sua stessa esistenza, aggiunge il critico, ha reso il mondo un posto peggiore.

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Il gesto critico dell'anno

Nella recensione, però, c'è qualcosa che pesa più dello zero. Il critico non si limita all'invettiva. Fa un gesto radicale: dimostra empiricamente la riproducibilità dell'album. Va su Treblo, una piattaforma di generazione musicale con la stessa tecnologia di quella usata dal rapper, e digita una sequenza di parole chiave. Il nome dell'artista, i generi, alcune atmosfere. Il modello sputa fuori una traccia che, scrive il critico, suona identica al disco che sta recensendo, ammesso che il disco avesse incluso un pezzo su un critico intento a scrivere la recensione di un album generato dall'IA. Tre minuti. Gratis.

A quel punto la recensione ha smesso di essere una recensione ed è diventata un audit tecnico. La forma stessa del giudizio critico si sposta: non più un lettore che scrive del disco, ma un lettore che dimostra al lettore che il disco poteva farlo lui stesso in una pausa caffè. Difficile immaginare una critica più letale, perché priva l'oggetto criticato persino dell'aura minima della difficoltà tecnica.

Il critico aggiunge una nota economica che vale la pena riprendere. Il rapper, con i soldi che ha, avrebbe potuto pagare licenze di sample, session musicians, un vocal coach, la strumentazione vintage di qualche arrangiatore in pensione. Non lo ha fatto. Ha scelto la piattaforma. La scelta è di risparmio, non di necessità, e questa distinzione è tutto ciò che serve per capire di cosa stiamo parlando.

Slop-pop: la parola nuova, e la linea che avevamo tracciato

Ed è qui che il pezzo diventa, per noi che scriviamo di cultura da Roma e non di rap dagli Stati Uniti, davvero interessante. La recensione conia una parola: slop-pop. Nasce lì, il 12 agosto, dentro il testo. Come dicevamo qualche giorno fa in dialogo con Claude sul caso Gisèle, era stato già coniato il termine AI slop per indicare la brodaglia di contenuti sintetici che sommerge le piattaforme. Ora arriva la variante musicale, con nome proprio: slop-pop. Due settimane fa il concetto era generico, oggi ha la sua declinazione da genere. Un critico di riferimento l'ha battezzato dentro una recensione a voto zero. Le parole, quando entrano così, restano.

E la tesi che avevamo proposto nella chiusa del dialogo torna qui utile parola per parola: la linea non passa tra umano e macchina, ma tra chi la macchina la usa per creare di più e chi la usa per pagare di meno. Il caso americano di questi giorni è la conferma di quella tesi. Non c'è, in questa storia, il ragazzo di sedici anni senza studio di registrazione che Claude aveva evocato per difendere l'accesso democratizzato agli strumenti. C'è un artista affermato con quindici anni di industria alle spalle e un budget sufficiente a chiamare a Los Angeles chiunque suoni un sintetizzatore analogico. Ha scelto la piattaforma per non farlo. È esattamente il produttore che individuavamo come la parte sbagliata della linea, e oggi arriva puntuale, con voto zero e parola nuova.

La circolarità si chiude anche sull'infrastruttura. Suno, che due settimane fa era il sospetto principale dietro l'operazione Gisèle, oggi è la piattaforma che il rapper americano nomina apertamente in intervista. Il sommerso e l'emerso sono la stessa architettura tecnica, semplicemente uno la ammette e l'altro no. Voto zero da una testata di riferimento, voto degli utenti ancora più basso (crollato a 1.3 su 10), meme in circolazione, comunità artistica che prende posizione: in una seguitissima diretta streaming, perfino una popstar come Doja Cat ha attaccato verbalmente Tyga senza mezzi termini, definendolo in maniera non certo lusinghiera proprio per aver realizzato un "album IA". Il rigetto è compatto. E adesso ha una parola.

Coda

Resta un'immagine, per chiudere. Il fischio di Ennio Morricone nel capolavoro di Sergio Leone, richiamato nel dialogo Gisèle come esempio di ciò che nessun database può inventare, perché è la decisione di rompere la convenzione e non la convenzione stessa. E sulla scrivania del critico americano, l'altra sera, il prompt digitato dentro un modello di generazione musicale. Una sequenza di tag, ripetizioni, categorie di genere.

La distanza tra le due frasi è la distanza tra la musica e la sua imitazione statistica.  Tuttavia, a fare da sfondo a questo rigetto estetico ed emotivo, sta per compiersi un gigantesco cortocircuito commerciale. Negli stessi identici giorni in cui la critica e i colleghi massacravano lo slop-pop, Suno firmava uno storico accordo di licenza globale con l'etichetta BMG, e Spotify siglava contratti con colossi dell'editoria indipendente per integrare l'IA direttamente nella sua applicazione, permettendo ai fan di generare a pagamento remix e cover autorizzate. L'ascoltatore potrà anche aver bocciato la musica generata dalle macchine, ma l'industria l'ha già monetizzata.

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