Sceneggiatura chiusa, regista da attaccare. Jack Osbourne rifiuta il biopic d'autore e sceglie Walk the Line come modello per il film sul padre.
Sceneggiatura chiusa e ricerca del regista in corso. La famiglia sceglie il modello di James Mangold del 2005 e rifiuta la strada del biopic musicale d'autore che ha segnato l'ultimo decennio del genere.
[di Redazione]
La frase detta nel posto sbagliato
A margine degli appuntamenti promozionali di Spark, la nuova piattaforma streaming dedicata al paranormale, Jack Osbourne dice una cosa che, letta bene, decide il tipo di film che sarà. La sceneggiatura è chiusa, dice. La produzione sta contattando i registi. Poi arriva la frase che vale il pezzo. Vogliamo dare ai fan quello che vogliono. Non possiamo permetterci un biopic da cinema d'autore, cerebrale.
Basta questo per capire dove va il progetto. Un anti-manifesto pronunciato mentre nella stanza accanto si vendono ectoplasmi in streaming.
Il perimetro del film
La macchina di Sony Pictures e Polygram Entertainment si è rimessa in moto. Sharon, Jack e Aimée Osbourne producono in prima persona. Lo sceneggiatore è Lee Hall, che scrisse Billy Elliot e poi Rocketman. Un attore protagonista già scelto ma tenuto segreto, dietro il "phenomenal actor" della dichiarazione di gennaio. Riprese ipotizzate per la primavera-estate del 2027, uscita prevista nel 2028. Il baricentro drammatico sarà la storia d'amore fra Ozzy e Sharon nella sua origine, con al centro il primo periodo solista di Ozzy e la morte di Randy Rhoads nell'incidente aereo del marzo 1982. Il resto lo dice quella frase di Jack.
Contro il decennio dell'autore
Il decennio del biopic musicale si è aperto su due strade divergenti. Da un lato la linea autoriale. Baz Luhrmann ha reinventato Elvis Presley come tragedia americana attraverso la lente barocca del regista australiano. James Mangold ha portato Bob Dylan a Timothée Chalamet in A Complete Unknown restando dentro un rigore quasi teatrale. Sono opere che chiedono al musicista di prestare la propria vita a una tesi del regista, e trattano il canzoniere come materia da rileggere.
Dall'altro lato la linea del biopic autorizzato, costruito con la famiglia dell'artista o con gli eredi diretti. Bohemian Rhapsody con i Queen sopravvissuti in cabina di regia produttiva, un miliardo di dollari e un Oscar. Michael di Antoine Fuqua, uscito lo scorso aprile con la collaborazione piena dell'Estate di Michael Jackson, un altro miliardo al botteghino e un perimetro narrativo ristretto alla sola parabola d'origine, dagli inizi all'album Off the Wall del 1979. Due successi commerciali costruiti sul principio del controllo famigliare del racconto.
Contro entrambe queste strade, la famiglia Osbourne pronuncia Walk the Line. Il film che James Mangold girò nel 2005 su Johnny Cash e June Carter, con Joaquin Phoenix nel ruolo del cantante e Reese Witherspoon nel ruolo della moglie che vinse per quella parte l'Oscar come migliore attrice protagonista. Un biopic classico. Cronologia rispettata, storia d'amore al centro, musica come cornice di una vita e non come arena di rilettura formale. Prima che Mangold diventasse il nome autoriale del Dylan del 2024, era anche lui il regista di un biopic centrato sulla coppia. Il Mangold del 2005 è il modello dichiarato dagli Osbourne, non il Mangold di adesso.
Rocketman al contrario
Qui il paradosso comincia a girare da solo. Lee Hall, l'uomo chiamato a scrivere il film, è lo stesso che ha scritto Rocketman. Quel Rocketman che portò Elton John dentro una struttura musical, con numeri fantasmagorici, transizioni oniriche, licenza autoriale spinta al limite. Ora la famiglia Osbourne chiede allo stesso sceneggiatore un movimento contrario. Nessuna reinvenzione stilistica. Nessuna dichiarazione formale che superi la storia raccontata. La storia d'amore, l'ordine cronologico, la fedeltà, la commozione dosata. Rocketman al contrario, scritto dallo stesso uomo.
Il centro come zona di rischio
La domanda che nasce dal paradosso ha peso. Il biopic musicale contemporaneo ha imparato una lezione dura. L'autore lo salva o lo distrugge. Il pubblico rock, in particolare, giudica in modo spietato. Premia il capolavoro, tollera il disastro cult, resta impietoso con l'onestà media. La zona più insidiosa del genere sta esattamente al centro. Il film ben fatto e senza rischio, con lo scritto pulito e la regia rispettosa, è il territorio più affollato di fallimenti relativi. Il progetto Osbourne dichiara di volersi installare proprio lì, ma con una variante. Non nel puro biopic autorizzato alla Bohemian Rhapsody o alla Michael. In un modello ancora più stretto, quello classico-romantico centrato sulla coppia, dove il calcolo commerciale non ha precedenti recenti solidi da esibire.
La scommessa, allora, è una scommessa emotiva. La morte di Ozzy Osbourne è del 22 luglio 2025. Il tempo del lutto è ancora aperto. Una fascia enorme di pubblico è disposta a trattare il film come atto di memoria collettiva. Chi produce sembra contare su questo. La rete di protezione è la commozione. Il rischio in cambio è che il film esca in un mondo dove il lutto sarà diventato archivio, il fenomeno culturale sarà stato metabolizzato, e resterà solo il film. Nudo. Da giudicare per quello che è.
Villa Park, un anno dopo
Attorno al progetto sta accadendo altro. Lo stesso 26 agosto, Jack Osbourne parlava del biopic mentre lanciava Spark. E da mesi la famiglia lavora a un progetto di avatar digitale di Ozzy, con intelligenza artificiale generativa, per prolungare la presenza scenica del padre oltre la morte biologica. Il biopic è il pezzo grosso di una gestione più ampia. La fase industriale del mito, quella che comincia sempre dopo, quando il corpo non c'è più e resta l'archivio da amministrare.
Un anno fa, a Villa Park, Ozzy Osbourne salutava il pubblico dal palco per l'ultima volta, seduto sul suo trono nero, con la reunion completa dei Black Sabbath alle spalle. Era l'ultimo gesto scelto da lui. Adesso comincia tutto il resto. Il resto lo sceglie chi rimane. E chi rimane ha deciso che il primo film sul padre debba somigliare a un dono per i fan. Un dono confezionato con cura. Il rischio della scelta è tutto lì, nel decidere adesso cosa sarà del mito quando la commozione avrà smesso di fare da protezione al film.
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