Valutazione: ★★★★ (5.0 su 5) Baracoa di Luis Ernesto Doñas conquista 5 premi al Festival del Trasimeno dopo Taormina 2026. Con G...
Baracoa di Luis Ernesto Doñas conquista 5 premi al Festival del Trasimeno dopo Taormina 2026. Con Giancarlo Giannini, Carlos Luis González e Yadier Fernández, Baracoa attraversa Cuba per raccontare un viaggio molto più difficile di quello geografico: quello verso la propria identità.
[di Elisabetta Castiglioni]
Cinque premi, tutti pesanti, per un’opera prima che di “prima” ha ben poco. Dopo essere stato presentato in anteprima al Taormina Film Festival 2026, Baracoa di Luis Ernesto Doñas si è aggiudicato al Festival del Cinema Italiano – Le Stelle d’Argento sul Trasimeno i riconoscimenti per Miglior Film, Miglior Opera Prima, Miglior Fotografia, Miglior Attore Protagonista e Miglior Attore Non Protagonista. Un risultato che fotografa bene la sorprendente maturità di un film capace di tenere insieme scrittura, interpretazione, fotografia, paesaggio e musica in una narrazione che assume progressivamente la forma di un vero road movie dell’anima.
Perché il viaggio da L’Avana a Baracoa è soltanto la traiettoria visibile di un itinerario molto più profondo.
"Un uomo senza passione è un uomo senza storia". È una delle frasi che definiscono immediatamente Felipe, il generale interpretato da Giancarlo Giannini, e insieme apre una delle porte d’accesso all’intero film. Felipe appartiene a un mondo forgiato dalla resistenza, dagli ideali, dal dolore, dall’esperienza di chi ha attraversato la Storia credendo ancora nella possibilità di modificarla. Ma è anche un uomo che quella storia sembra voler rinnegare, o almeno tenere a distanza. Burbero, malinconico, capace però di gesti di silenziosa generosità, come quello di lasciare spazio nella propria casa al piccolo negozio di fiori della domestica con la quale ha condiviso gioie e dolori.
Ispirato alla figura di Gino Donè, il partigiano italiano che partecipò alla rivoluzione cubana, Felipe porta anche dentro di sé risonanze autobiografiche di Filippo Ascione, co-sceneggiatore e co-produttore del film, scomparso nel gennaio 2026 e alla cui memoria Baracoa è dedicato.
Il diario che Felipe ha deciso di scrivere diventa così una sorta di filo che attraversa il racconto, ma la sceneggiatura di Baracoa è troppo stratificata per lasciarsi ridurre a un’unica direttrice. Il film devia, si interrompe, riparte, proprio come le strade cubane percorse dai suoi protagonisti. E intorno a quel diario affiorano temi che sembrano continuamente richiamarsi: l’amore per la patria e il desiderio di abbandonarla, la resistenza al nemico e quella verso se stessi, la memoria, la libertà, la necessità di assumere centomila facce per sopravvivere ai centomila occhi che ci osservano.
Anche gli ideali, del resto, cambiano pelle. Come Cuba.
Doñas non utilizza Cuba come scenario esotico. Ne fa un organismo vivente, bellissimo e ferito, attraversato da contraddizioni che la fotografia rende quasi fisiche.
L’Avana dei nuovi hotel e delle nuove forme di lusso convive con periferie, locali notturni, economie informali, strade interrotte e una campagna nella quale il denaro e le gerarchie della città sembrano improvvisamente perdere significato. I segnali dei blackout diventano sinistri presagi di una crisi sempre più profonda; la radio continua a informare dell’arrivo dei cicloni, mentre la violenza della natura sembra ormai essere entrata nella quotidianità degli uomini.
Eppure questa Cuba devastata non viene mai guardata con compiacimento miserabilista.
Qui si avverte una delle ascendenze dichiarate del film: quel neorealismo italiano capace di osservare la povertà senza sottrarle dignità e persino bellezza. Doñas guarda ai corpi, ai volti, alle case e alla terra con uno sguardo partecipe. E il paesaggio cambia insieme ai protagonisti.
Il verde assume tonalità diverse attraversando villaggi e campagne; la natura progressivamente invade il quadro mentre ci si allontana dalla rigidità urbana; le strade, le deviazioni e gli ostacoli diventano altrettante stazioni interiori. Boca de Canasí, Matanzas, Taguasco, Camagüey, Santiago de Cuba, Playa Maguana fino a Baracoa non costituiscono semplicemente un itinerario: disegnano una geografia emotiva.
È qui che la fotografia diventa autentica drammaturgia.
Luci, cromatismi, ombre, improvvise aperture del paesaggio traducono visivamente ciò che sta accadendo nell’animo dei personaggi. Persino gli elementi apparentemente incongrui — i grattacieli della Cuba contemporanea, un siluro nucleare sul fondo del lago nei luoghi dell’infanzia — acquistano la forza di reperti di epoche e memorie sovrapposte.
Il cuore ha una memoria
Se Felipe appartiene alla Storia, suo figlio Pepe, interpretato da Carlos Luis González, sembra voler vivere soltanto nel futuro. Vuole andarsene. Il Canada, un casinò, il denaro, le donne straniere: tutto ciò che è lontano diventa desiderabile. Tutto ciò che appartiene alle radici diventa un peso.
Tiene però ostinatamente in vita la Cadillac decappottabile del padre e conserva il suo Rolex. Due oggetti che sembrano smentire la fuga che proclama: feticci di una memoria dalla quale vorrebbe liberarsi e alla quale continua inconsapevolmente ad appartenere.
Tra questi due mondi compare Jimmi, interpretato con grande sensibilità da Yadier Fernández. Medico militare di giorno, nella notte dell’Avana diventa Estrellita, luminosa performer drag di un cabaret in cui il travestimento non è caricatura ma espressione, rifugio, libertà e insieme corazza.
Ed è proprio la corazza uno dei simboli più forti di Baracoa.
Perché anche il dolore può diventarlo: protegge, ma finisce per separarci dal presente.
Jimmi ed Estrellita non sono due persone contrapposte, bensì due verità che abitano lo stesso essere umano. Pepe inizialmente non riesce ad accettarlo. È rigido, intollerante, chiuso dentro categorie che il viaggio finirà progressivamente per incrinare.
A cambiare non è soltanto il suo modo di guardare Jimmi. Cambia il suo modo di sentire.
E qui entra in scena forse il vero protagonista invisibile del film: il cuore.
Il cuore possiede memoria, suggerisce Baracoa. Bisogna ascoltarlo, farlo stare bene, perché sono le emozioni a tenerci vivi. E quando quelle emozioni cominciano finalmente a sciogliere la rigidità di Pepe, il rapporto tra i due uomini muta quasi senza bisogno di dichiarazioni.
Una semplice stretta di mano in automobile — palmo sopra palmo — dopo le incomprensioni e le vicissitudini attraversate insieme vale più di una spiegazione. Due esistenze diversissime scoprono una possibilità comune del sentire.
Quando le parole mancano
Del resto Baracoa è anche un film sulla comunicazione e sulla sua assenza.
Felipe e Pepe non riescono veramente a parlarsi. All’inizio non riescono a farlo neppure Pepe e Jimmi. Tra Felipe e Jimmi, invece, la parola scorre immediatamente. Forse proprio perché sono estranei, e dunque non devono difendersi dalle sedimentazioni familiari; o forse perché entrambi conoscono il dolore di una vita vissuta tra identità, appartenenze e rinunce.
Doñas costruisce queste relazioni anche attraverso una regia estremamente controllata. I campi e controcampi delle conversazioni non hanno una funzione meramente grammaticale: seguono le distanze, gli avvicinamenti, le resistenze. I dettagli, le angolazioni, i gesti apparentemente secondari raccontano quanto le battute.
Nelle scene collettive, poi, la prossemica dei corpi si lega con precisione al paesaggio sonoro. È particolarmente evidente nelle sequenze del locale notturno, tra performance drag, musica e movimento: il gruppo diventa coreografia e il suono non accompagna semplicemente l’immagine, ma la completa.
I suoni dell'anima
La componente musicale è infatti uno dei grandi punti di forza del film.
Le musiche della soprano e compositrice cubana Barbara Llanes costruiscono una vera rete emotiva, capace di cambiare registro, arrangiamento e materia timbrica insieme ai personaggi. Il lavoro realizzato con musicisti come Yasek Manzano, Rodrigo García, David Faya, Adrián Aguiar e Daiana García, insieme alla Havana Chamber Orchestra e alle voci di Laritza Bacallao e María Victoria Rodríguez, dà al film una dimensione sonora che non è mai decorativa.
Musiche, rumori, voci, silenzi e suoni ambientali respirano con i protagonisti.
Non sorprende che la colonna sonora originale di Baracoa sia entrata, insieme al film nella categoria Miglior Opera Prima, nella shortlist dei Premios Platino, tra le venti opere selezionate nell’ambito della produzione iberoamericana del 2026.
Ed è proprio nella capacità di fondere il movimento dei corpi, il ritmo del montaggio, la musica e lo spazio che si coglie quanto questa sorprendente opera prima sia il risultato di una squadra di assoluto livello, davanti e dietro la macchina da presa.
Le epifanie del viaggio
La strada, però, serve soprattutto a incontrare.
Ed è forse negli incontri apparentemente laterali che Baracoa rivela maggiormente la ricchezza della propria sceneggiatura.
C’è il benzinaio sperduto nel nulla, ligio a un dovere quasi assurdo e al tempo stesso prigioniero della propria solitudine. C’è la guaritrice che utilizza erbe medicinali e intrugli capaci di alterare percezioni e liberare desideri. C’è una famiglia italiana allargata e un vecchio cieco al quale è affidata una frase che sembra racchiudere una delle tensioni fondamentali del film: "Quando il cuore emerge, la ragione è spaventata".
E poi c’è la casa dei ricordi dell’infanzia, nella quale il ritorno non significa nostalgia, ma confronto con il trauma: tornare indietro diventa l’unico modo possibile per cambiare prospettiva e proseguire.
Sono piccole epifanie disseminate lungo una strada che conduce Pepe e Jimmi verso la consapevolezza della povertà, della sopravvivenza, della solitudine, del desiderio e soprattutto della necessità dell’altro.
Persino i gesti più minuti acquistano un significato simbolico.
Bisogna succhiare la polpa nascosta nel carapace perché le cose migliori sono sempre nascoste. Bisogna togliere il ghiaccio dalle bevande perché non si dovrebbero amare le cose senza sapore, quelle che scompaiono senza lasciare traccia.
La traccia è fondamentale in Baracoa. La lasciano gli uomini. La lasciano i padri nei figli, anche quando questi cercano disperatamente di rinnegarli. La lasciano gli amori, le rivoluzioni, le sconfitte. E la lascia persino il dolore.
POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: La vendetta perfetta – Bear Country: Russell Crowe in anteprima nelle arene estive di Roma
"Crea tu felicidad"
Più volte, quasi clandestinamente, nel film si affaccia la parola felicità.
Fuori da una finestra compare un cartello: “CREA TU FELICIDAD”. Sembra un dettaglio. Diventa invece un programma esistenziale. "La felicità è un diritto di tutti, altrimenti perché si fanno le rivoluzioni?", domanda Felipe.
È qui che la rivoluzione politica, quella che ha attraversato la biografia del generale e la storia stessa di Cuba, cambia definitivamente significato. La rivoluzione più importante di Baracoa è quella che permette all'individuo di cambiare pelle, liberarsi dalle identità imposte e riscrivere la propria storia. "Torni a casa e ti rifugi nei sogni… I sogni non sbagliano mai, ti indicano sempre la strada giusta". Non sono aforismi disseminati artificiosamente nella sceneggiatura. Sono frammenti di una riflessione che il film costruisce per immagini, incontri, silenzi e deviazioni.
Per questo anche l’arrivo a Baracoa, prima città fondata a Cuba e luogo legato all’approdo di Cristoforo Colombo, non può essere semplicemente una destinazione geografica. È origine e arrivo insieme. È la soglia nella quale storia, mito, memoria e identità finiscono per sovrapporsi. E il road movie trova finalmente il proprio senso: non importa soltanto dove si arriva, ma chi si è diventati percorrendo la strada.
In questo risiede la sorprendente maturità cinematografica di Luis Ernesto Doñas. Baracoa mostra la sicurezza di un autore capace di dirigere gli interpreti e contemporaneamente governare la complessità del quadro; di passare dall'intimità dei dialoghi alle scene corali; di affidarsi ai primi piani e subito dopo lasciare che siano la natura, un colore, un rumore o una strada a raccontare ciò che i personaggi non sanno ancora dire.
A sostenerlo è un cast di grande forza. Giannini presta a Felipe quella luce negli occhi necessaria a rendere credibile un uomo che ha attraversato rivoluzioni senza smettere di interrogarsi su di esse; González accompagna Pepe lungo una trasformazione che evita opportunamente conversioni improvvise; Fernández costruisce Jimmi/Estrellita senza ridurlo mai alla sua identità performativa, restituendogli fragilità, contraddizioni, desiderio e dignità.
E sul film aleggia inevitabilmente la memoria di Filippo Ascione, che negli ultimi anni della sua vita si era dedicato a Baracoa insieme al produttore Francesco Papa e a Doñas. Dopo una carriera che lo aveva visto lavorare con Federico Fellini e firmare sceneggiature come La stazione e Al lupo al lupo, Ascione lascia qui qualcosa di più di un ultimo progetto cinematografico: lascia una parte della propria esperienza trasformata in racconto.
Non è secondario, allora, che Baracoa continui a vivere anche oltre lo schermo, attraverso un progetto digitale — baracoa.it — concepito per permettere allo spettatore di entrare ulteriormente nel suo universo. Perché questo film sembra chiedere proprio questo: non soltanto di essere visto, ma attraversato.
Fino all’ultima rivoluzione. "Gli strumenti ce li abbiamo da qualche parte e, se li cerchiamo, vengono fuori. E con loro possiamo fare la rivoluzione". Le rivoluzioni, ci ricorda Felipe, non finiscono mai. Cambiano soltanto forma.
E dopo aver attraversato Cuba, le sue strade, le sue contraddizioni, la memoria, il desiderio, l’identità e quel cuore che la ragione tenta inutilmente di tenere sotto controllo, Baracoa può permettersi di affidare l’ultima parola alla disincantata saggezza di Giancarlo Giannini:
"La verità è che si diventa vecchi troppo presto e intelligenti troppo tardi".
POTREBBE INTERESSARTI ANCHE: Ketticè di Tortorici a Locarno79, in sala dal 3 settembre
---


.jpg)
COMMENTS