Recensione di Sheep in the Box di Hirokazu Kore'eda, presentato a Cannes a Roma Mon Amour: fantascienza d'autore, lutto e androidi.
Kore'eda torna a Cannes 2026 con Sheep in the Box: l'anteprima italiana a Cannes a Roma Mon Amour
[di Ludovico Cantisani]
Hirokazu Kore'eda, probabilmente il maggior regista giapponese vivente, dopo aver vinto nel 2013 il Premio della giuria per Father and Son e la Palma d'oro nel 2018 per Un affare di famiglia, ed essere passato svariate altre volte per il concorso principale, è tornato sulla Croisette per l'edizione 2026 del Festival di Cannes con Sheep in the Box, presentato in anteprima italiana alla rassegna Cannes a Roma: Mon Amour organizzata da ANEC Lazio al Cinema Quattro Fontane prima di essere distribuito dalla Lucky Red e da BiM a livello nazionale il 27 agosto.
La prima incursione di Kore'eda nella fantascienza vera e propria
Dopo essersi avventurato in un terreno del tutto metafisico col suo secondo film After Life del 1998, e aver inserito elementi sci-fi anche in Air Doll del 2019, Sheep in the Box è il suo primo film di fantascienza vera e propria: seppure la cornice "di genere" sia prevedibilmente riempita da quello che è il tema portante della sua filmografia, la riflessione sul concetto di famiglia e le sue variegate declinazioni. Sheep in the Box è ambientato infatti in un futuro prossimo, in Giappone, ed è incentrato su una coppia, Otone, architetta, e Kensuke, presidente di un'impresa edile, che per fronteggiare il lutto per la perdita del figlio adottano Kakeru, un androide dalle fattezze di bambino, offerto in prova gratuita da un'azienda high tech che sta entrando nel business della robotica avanzata e che si basa sulle foto e i video di famiglia per ricreare una replica quanto più vicina possibile al "caro estinto" fatta in "metallo, ceramica e silicone".
Un tassello nella storia della fantascienza d'autore
Con questo suo ultimo film Kore'eda si inserisce nella lunga schiera dei registi arthouse che hanno realizzato film di fantascienza d'autore. Se Fritz Lang era stato il pioniere, Chris Marker e Jean-Luc Godard i predecessori e Stanley Kubrick e Andrej Tarkovskij i definitivi sdoganatori, presto seguiti da altri registi più mainstream ma non meno autoriali e riconoscibili come Spielberg, Scott o James Cameron, negli ultimi venticinque anni c'è stata una vera e propria esplosione in questo sottogenere, con registi molto variegati come Lars von Trier, Nicolas Winding Refn, Sion Sono, Jonathan Glazer, Claire Denis, Bong Joon-ho, in misura minore Herzog e, per andare su un côté più hollywoodiano, Christopher Nolan, Denis Villeneuve, Alex Garland e anche l'ultimo Gore Verbinski di Good Luck, Have Fun and Don't Die che hanno piegato la fantascienza per tracciare un loro personale commentario sociale o più generalmente umano tout court.
Una fantascienza minimalista: architettura, natura e quotidianità
Sheep in the Box si inserisce in questa cronistoria, ma se ne smarca anche per la scelta di minimizzare ogni elemento fantascientifico nel piano visivo del racconto: lo spunto narrativo e il canovaccio sono indubitabilmente sci-fi, ma Kakeru è pressoché indistinguibile da un bambino "normale", salvo poche funzioni e skills che di tanto in tanto emergono, ed eccezion fatta per una scena in sala operatoria in cui si rivela il suo interno robotico; anche la tecnologia utilizzata dai protagonisti nella loro quotidianità è praticamente la stessa dei nostri giorni, a parte un modello di intelligenza artificiale vocale particolarmente ferrata in fatto di architettura. Del resto, oltre che sull'umano, sulla famiglia e sul lutto, grazie al mestiere della protagonista femminile Sheep in the Box ha un ricorrente fil rouge di riflessioni sull'architettura, e sul rapporto tra architettura e natura, con componenti quasi specialistiche.
Un futuro prossimo per raccontare le criticità del presente
Senza dubbio più "umanistico" e rassicurante di altri titoli della fantascienza d'autore – si pensi allo splendidamente distruttivo e autodistruttivo Melancholia di Trier, o al più recente future thriller psicogeno Her Private Hell di Refn – Sheep in the Box immagina un futuro eventuale per proiettarci le intermittenze e le criticità del presente. È vero che il nuovo film di Kore'eda risulta meno raffinato dal punto di vista drammaturgico di altre precedenti prove di Kore'eda, meno giocato sulle sfumature: Sheep in the Box porta avanti una riflessione intelligente ma un po' ovvia sull'incapacità di affrontare il lutto nella società contemporanea e sulla crescente infiltrazione di tecnologie imitative, in primis l'intelligenza artificiale, negli spazi sociali della nostra quotidianità, senza apportare nulla di radicalmente nuovo al dibattito collettivo in materia.
Da Il piccolo principe a A.I. di Spielberg: i riferimenti culturali
Sheep in the Box cita esplicitamente Il piccolo principe a più riprese, e in maniera implicita anche Peter Pan, ma cinematograficamente parlando, il suo antecedente più immediato non può che essere A.I. - Intelligenza artificiale di Steven Spielberg, uscito nel 2001 e tratto da un progetto incompiuto di Stanley Kubrick, ma nel film americano c'era la complicazione che l'androide non sostituiva un bambino morto, ma momentaneamente in coma, e l'intreccio prendeva realmente vita al risveglio del figlio naturale della famiglia in cui il novello Pinocchio aveva fatto fino a quel momento da surrogato psico-affettivo.
Kensuke, il padre in fuga: il cuore emotivo del film
Anche nel film di Kore'eda non mancano scene di grande intensità, come l'arrivo a casa dell'androide, o anche di retrogusto ironicamente fantascientifico, come quella in cui Otone chiede a Kakeru di ricaricare le batterie, ma i momenti più autentici e umani del film sono quelli in cui Kensuke, più dubbioso della moglie sull'opportunità di farsi fabbricare e recapitare l'androide, si allontana compulsivamente da casa per non affrontare la situazione assurda che non ha saputo rifiutare. Ruvida ma efficace nella caratterizzazione del personaggio anche la "scena-padre" in cui Kensuke dice all'androide di non essere suo padre e che preferisce essere chiamato "signore"; ancora più rivelatorio il momento in cui l'uomo si ripete ossessivamente "è una macchina" correndo via da casa dopo aver avuto l'ennesima prova delle capacità mimetiche del bambino androide rispetto al figlio morto.
Un finale orientale: tra Lucignolo e piccolo Messia degli androidi
Nella seconda parte del film, l'apparizione di una sorta di Lucignolo, se non di vero e proprio piccolo Messia degli androidi, rappresenta un elemento di indubbia originalità rispetto ad altre narrazioni analoghe sugli androidi bambini, e contribuisce a un finale abbastanza imprevedibile e profondo, mentre altre situazioni hanno un che di formulaico. Pur senza avere l'originalità escatologica e metacinematografica di After Life, o la raffinatezza curiosamente heist di Un affare di famiglia, Sheep in the Box è una buona aggiunta alla filmografia di Kore'eda, che qui dimostra una nuova declinazione dei suoi perenni temi in un contesto parzialmente diverso grazie al suo richiamo alla narrativa "di genere" – rispetto a cui però il finale ha qualcosa di unico, di molto profondo, di elegante e orientale.
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