Santi e Vampiri di Serena Porta: 60 minuti tra reliquie e vampiri, santità e folklore italiano. In sala dal 2 luglio. La nostra recensione.
Il documentario di Serena Porta che trasforma il corpo incorrotto in campo di battaglia teologico tra santità e vampirismo. In sala dal 2 luglio 2026.
[di Massimo Righetti]
Il dato è questo: un corpo che non decade. Che la carne non si dissolva, che i segni del tempo si fermino. Bene. Adesso la domanda vera: è un miracolo o una maledizione?
La risposta, e il film lo dimostra con intelligenza e discrezione, dipende interamente dallo sguardo di chi guarda. Non dal corpo.
Santi e Vampiri è il documentario diretto da Serena Porta, scritto insieme a Corrado Azzollini, prodotto da Kraken S.r.l., Flowerland S.r.l. e, dopo la presentazione in concorso al Bif&st 2026 nella sezione "Per il Cinema Italiano", dal 2 luglio al cinema grazie a Draka Distribution.
Il film fa una cosa che il documentario italiano fa raramente: si costruisce come fosse lo specchio del proprio tema. Azzollini definisce il cuore del progetto come la creazione di "uno spazio liminale tra ciò che è stato e ciò che può ancora essere" e il film abita esattamente quello spazio, oscillando tra il saggio accademico, l'opera visiva e il racconto animato senza appartenere del tutto a nessuno dei tre. Quella tensione tra i registri si fa metodo, si fa respiro. Un battito esitante.
Il paradosso del Settecento: quando la Ragione ufficializza il vampiro
C'è un'ironia storica che il film porta in scena con gusto: il Settecento, il secolo dei lumi e dell'Encyclopédie, è anche il secolo in cui i vampiri vengono certificati ufficialmente. Il Visum et repertum del medico austriaco Johann Flückinger, redatto dopo un'inchiesta in un villaggio serbo, e i resoconti del botanico Joseph Pitton de Tournefort sull'isola di Mykonos sono verbali, archivi, letteratura ufficiale: la paura imbalsamata nel protocollo. E in Italia, l'arcivescovo di Trani Giuseppe Davanzati scrive nel 1744 la sua Dissertazione sopra i Vampiri, non per curiosità gotica, ma perché il problema è teologico, urgente, potenzialmente esplosivo per la dottrina: se il demonio può conservare intatti i cadaveri dei malvagi, cosa distingue davvero un vampiro da un santo? Stesso fenomeno biologico, letture opposte. Quel che muta, tra il santo e il vampiro, è soltanto la direzione dello sguardo.
Animazione, fotografia e suono: il linguaggio come territorio di confine
Serena Porta rinuncia deliberatamente agli strumenti dell'horror. La fotografia di Luca La Vopa lavora sul contrasto senza compiacimento; le musiche di Luca Laruccia generano un'inquietudine più vicina alla contemplazione che al brivido. Le animazioni di Claudio D'Elia traducono in immagine ciò che le parole sfiorerebbero soltanto: l'immaginario pre-scientifico delle comunità rurali, reso con la logica del sogno. Le location, Venezia, Bologna, Napoli, Bari, San Marino, Molfetta, Putignano, si offrono come archivi della memoria antropologica italiana, ciascuna con la propria storia nel dialogo secolare tra sacro e folklore mortuario. Un itinerario che mappa il nostro disperato bisogno di persistere.
Sessanta minuti per un universo: il coraggio della compattezza
Sessanta minuti per un territorio così vasto, storia, medicina legale, antropologia, studi di genere, folklore, è una scelta convinta. La densità si avverte, e fa parte del patto che il film stringe con lo spettatore: nessun alleggerimento, nessun compromesso con il peso del tema. Il panel di esperti, tra cui Francesco Paolo De Ceglia, Tommaso Braccini e Francesco Introna, garantisce rigore, e quella coralità di voci chiede attenzione, la pretende. Il che è già, di per sé, una forma di rispetto.
Santi e Vampiri punta a restare in moto dopo che lo schermo si è spento. Ci riesce.
E quella domanda sul corpo che non decade? Rimane aperta. Perché la paura dei morti è, in ogni epoca e latitudine, la più autentica e lacerante paura dei vivi. Non del corpo altrui. Del proprio. Di ciò che saremo: Cenere. O forse, niente.
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