Rocco Papaleo racconta Il Bene Comune a Piazza Vittorio: musica come partitura, mascolinità morbida e trecentomila spettatori tagliati in serata.
L'incontro semi-serio con il regista lucano dopo la proiezione a Notti di Cinema a Piazza Vittorio: musica come partitura, mascolinità morbida e il traguardo dei trecentomila spettatori tagliato proprio quella sera.
[di Massimo Righetti]
Piazza Vittorio, Roma, 30 luglio 2026. Titoli di coda de Il Bene Comune, quinto film da regista di Rocco Papaleo uscito lo scorso marzo per PiperFilm. Rocco prende posto sulla "sedia presidenziale" al centro dell'arena di Notti di Cinema a Piazza Vittorio. Prima nota: ringrazia chi non è scappato dal caldo romano che a fine luglio non molla mai. "Facciamo veloce veloce", dice sedendosi. Gli faccio notare che veloce veloce è un'espressione un po' grossa: abbiamo un paio d'ore davanti. "Non ho impegni per stanotte, per il momento". Attacco della sezione ritmica: sarà una serata semi-seria, e a tenere il tempo tocca a me.
Un'avvertenza al lettore prima di partire: i film di Rocco Papaleo sembrano improvvisati e sono in realtà molto molto scritti (parole sue). Questa cronaca prova a restituirgli la cortesia: sarà scritta a passo di jazz, improvvisata quel tanto che basta a somigliargli.
Quando ho scritto sul film, l'ho fatto sotto un titolo un po' meno civico e un po' più anatomico: di passi, di cortecce e di rovine. I passi di un gruppo che non sa ancora di essere un gruppo. Le cortecce, quella grigio-argentea del Pino Loricato, e quella un po' più fragile che ci portiamo addosso per non farci vedere troppo. Le rovine, quelle che ognuno custodisce dentro come una chiesa chiusa per restauro. Sono immagini che sono tornate, quasi tutte, nella conversazione con Rocco.
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Parto con una provocazione: gli chiedo se davvero questo film sia nato dal desiderio di baciare una donna in scena, come ha detto una volta in un'altra serata. Raccoglie la palla al volo, e la fa danzare. "Racconta un po' qual è la mia ambizione di artista e di uomo: che vivo per baciare donne. Il bacio è un po' come diceva Cyrano". Poi la voce si abbassa di un mezzo tono e cambia scala. "Noi attori siamo prodotti negli scaffali, ci scelgono, non ci scelgono. A un certo punto il professionista ha avuto il bisogno di esprimersi secondo la sua cifra, ammesso che io ne abbia una: di mettermi in scena per come desideravo, e non per come mi mettevano in scena. A me interessa raccontare delle storie e raccontarle in un certo modo. E poi, se ci scappa un bacio, ben venga".
Il Bene Comune come partitura jazz: come nasce un film scritto ma "improvvisato"
Nel suo film la musica non è di contorno alla sceneggiatura: sembra un personaggio a sé stante. Gli chiedo se sia partito prima dalle musiche o prima dalla storia. Si prende tempo, come un solista che si accorda. "Non c'è una priorità. Le cose marciano parallelamente. Avendo un background di cantautore, la musica è sempre lì, presente o latente, ma è sempre lì che mi guida. Anche la scansione del racconto usufruisce di questa idea musicale: seguire un ritmo, una linea melodica. Potrei dire che organizzo una specie di partitura, che però non è così precisa pur lavorando su sceneggiature abbastanza rigorose. Sembra un po' improvvisato qua e là, il film. In realtà è molto molto scritto". Risolve in tonica.
La band di solisti: Papaleo regista dei suoi attori
Il jazz vero, però, non è veramente improvvisato: il solista può volare solo se la struttura dietro tiene. Come si è mosso da regista? "Innanzitutto ho cercato di organizzare una band che mi piacesse. Solisti che corrispondessero alla mia idea. Sono partito da lì. Non sono un regista che pone dei toni, un certo modo di dire le battute. Lascio molta libertà, così come mi piace essere lasciato libero quando faccio l'attore, di suonare a mio piacimento nel rispetto della partitura". E niente lunga preparazione: "Abbiamo girato in luglio e agosto dell'anno scorso. Alcune attrici erano libere solo in quel momento, sono arrivate proprio il giorno prima. Non c'è stato il tempo di fare tante chiacchiere. Ma di necessità virtù: ci siamo lanciati a giocare in modo estemporaneo". Jam session, senza soundcheck.
Girato in presa diretta. Qual è il rumore che si porta a casa? "Un rumore vero e proprio non mi viene. Ti direi il silenzio del Parco del Pollino: non dovevamo tenere a bada il traffico, era il rumore della natura, questa sospensione, questo vento". Quello che si porta dentro, però, è la musica. "I musicisti sono la mia band, quella con cui suono in giro, la mia non nel senso che siano miei, per fortuna suonano anche in altri progetti, ma collaboriamo da più di dieci anni. Quel momento rispecchia i lavori che porto in teatro, questa interazione tra musica e racconto. Me lo porto dentro perché ci abbiamo messo insieme musica e parole in modo così estemporaneo".
Break. Si volta verso la piazza. "Domande? Curiosità?".
Il primo intervento arriva da chi aveva intervistato Rocco tempo fa per un progetto sul cinema come strumento di cura, e definisce Il Bene Comune "una scuola di benessere naturale". Papaleo si schermisce con evidente commozione. "Dentro di me stanno esplodendo dei fuochi d'artificio. Nel mio piccolo cerco di restituire quello che l'arte fa a me. Sono quello che sono grazie ai film che ho visto, ai libri, al teatro, alla musica che parte la mattina appena mi sveglio. Non è che mi sento un missionario, piuttosto un entertainer. Ma quando faccio le mie cose, provo a essere balsamico. Carezzevole. Niente di che".
Dalle carceri di Rebibbia alla mascolinità morbida di Biagio
Una spettatrice porta la domanda che è nell'aria: perché una maggioranza femminile nel cast, quando poteva scegliere tutti uomini? "Pensa che noia per me", risponde a bruciapelo. Poi apre la mano e attacca l'assolo. "Questa scelta attraversa una fascinazione che ho per le donne. Le ritengo depositarie di valori e fascino maggiori. Potrei dire, banalizzando, che sono un donnaiolo, nel senso più alto del termine. Ho imparato a suonare la chitarra da poco più che bambino perché volevo far colpo sulle ragazzine. È l'universo femminile che mi traina, con questa idea di raggiungere l'altra sponda. L'odissea, ecco: la mia vita è veleggiare verso l'isola delle donne". Gli faccio notare che allora si sarebbe fermato alle sirene. "Probabilmente sì, senza tappi nelle orecchie". Otto battute di silenzio, in cui il pubblico ride.
E poi l'idea degli "avanzi di galera", che viene da lontano. "Ho visitato più di una volta le carceri. Ma quando sono andato a Rebibbia, nel femminile, ho avuto più emozione a vedere le detenute rispetto ai detenuti. Non so perché. Forse risiede anche in quella fascinazione lì. Quel giorno mi è venuto in mente che mi sarebbe piaciuto raccontare le storie di donne finite in galera per un motivo o per un altro. E da lì si è mosso tutto quanto".
Sul concetto che dà il titolo al film — il bene comune che sta nel raccontarsi, e nel "sedersi ad ascoltare anche il male comune" — Papaleo va sul preciso. "Non è tanto nascosto, questo tema. Tant'è che ho sentito il bisogno di dirlo in modo didascalico nel discorso finale, nella morale della favola. Era anche più lungo, poi poteva rompere le palle e l'ho sintetizzato. Ma diceva questo, vediamo se me lo ricordo: bisognerebbe aggiungere al documento d'identità, oltre a data di nascita, nome e professione, anche una manciata di episodi della propria vita. Perché scopriremmo che siamo molto simili. Tra le pieghe di ogni storia personale ci sono ambizioni, necessità che sono di tutti. Raccontarsi è il modo migliore per scoprire questa specie di minimo comune multiplo, di massimo comune denominatore. E qui vengono fuori i miei studi interrotti di matematica". Fill di chiusura, con la matematica sul finale.
La chiesa in perenne restauro: la metafora al centro del film
Butto lì una scommessa che ho in sospeso da mesi con Ludovico Cantisani, uno dei produttori e nostro amico comune: quella chiesa impalcata che compare nel film è o non è una metafora dell'essere umano in perenne restauro? È l'immagine che nella mia recensione avevo chiamato chiesa chiusa per restauro, e voglio sapere se il regista la conferma. Non chiude il gioco, si tiene aperta la strada per il bis. "La poesia in generale fa un certo tipo di lavoro, non dice tutto. Ci sono i versi, e poi c'è un'interpretazione: come dei puntini sospensivi da riempire con quello che uno accoglie. Ecco perché mi piacciono questi incontri: mi interessa sapere come vengono interpretate le cose. Sì, probabilmente è una metafora. Quella roba lì vuole dire proprio che siamo in un perenne restauro, e forse i più colti potrebbero anche parlare di restaurazione. Ma tante cose sono istintive, vengono fuori da un guizzo. La scenografa ha avuto l'idea di quelle impalcature, e a me sono piaciute solo perché le guardavo dentro l'obiettivo della macchina da presa e mi sembravano affascinanti. Senza forse comprenderne fino in fondo il significato. Mi piace l'idea che tu la vedi così".
Un ultimo intervento del pubblico parla di "sfida dal Sud" lanciata al resto d'Italia. Papaleo declina l'invito, e la declinazione è netta. "Non direi che ho lanciato una sfida. Sono anche molto critico nei confronti del Sud: vengo da una grande delusione. Ci sono state le elezioni al mio paese, mi sono schierato per una lista civica, e abbiamo perso. C'è un sud che rimane arroccato nel suo baratro. Non ho l'ambizione, ma nemmeno la capacità, di sfidare nessuno. Mi sento di aver raccontato una storia. E di aver lanciato al massimo una specie di suggestione. Niente di più".
Trecentomila spettatori: la serata finisce a colpi di commenti social
Proprio questa sera il film taglia i 300.000 spettatori totali. Decidiamo di festeggiare come si conviene: giocando. Pescando in rete qualche commento degli utenti, glieli propongo a raffica. Quattro tiri, uno per corda della band.
Primo tiro, sulla mascolinità morbida di Biagio: "Rocco Papaleo interpreta l'unico uomo italiano che tace mentre quattro donne parlano. Questo è il vero film di fantascienza dell'anno". Alza le spalle. "Mi fa piacere sentirlo. La discriminante nella mia fascinazione per una donna è il piacere di ascoltarla. Se mi fa piacere ascoltarla, ha fatto centro. Ora qui parlo perché è il mio compito, ma normalmente non parlo tanto, sono una persona molto in ascolto". A conferma che il centro l'ha fatto anche in un'altra maniera, gli riporto un'intervista in cui Vanessa Scalera ha ammesso, e senza essere ubriaca, che bacia bene. "Provare per credere", ride. "Ma io e Vanessa siamo molto amici. Ed era un bacio assolutamente finto, cinematografico, senza lingua". Il romantico Cyrano d'apertura sconta un'ottava di fake.
Secondo tiro, sul viaggio: "Se in Basilicata Coast to Coast si andava a Scansano, ne Il Bene Comune si va dentro se stessi. Onestamente preferivo Scansano." "Rocco tu che dici?". "Devo ammettere che se un utente lo scrive così, di grande interiorità ne ha poca, e la cosa un po' fa paura. Ma Scansano è un bel posto, glielo concedo".
Terzo tiro, sulla stanchezza del giallo all'italiana: "Il bene comune di Papaleo è che finalmente qualcuno ha fatto un film italiano senza un carabiniere che indaga". "Ma che cosa posso dire? Due carabinieri ce li ho messi. Gli sarà sfuggita la scena. Ma non c'era bisogno di indagare, perché era evidente il reato". Break secco. Rullante.
Quarto tiro, il più imprevisto — e forse quello che dice più di ogni analisi critica sul potere della quarta parete che Rocco pratica nel film: "Visivamente è bellissimo. Ma ogni volta che Papaleo mi guardava dritto negli occhi dallo schermo, mi sentivo in colpa per non aver differenziato la plastica a casa". Confessione ecologica in diretta. "Io la faccio, la differenziata. Sono quasi ossessionato — forse pure troppo. A Roma è facile, ho i bidoni vicino casa. Ma al mio paese c'è un giorno una cosa, un giorno un'altra, e non mi ricordo mai cosa il giorno dopo devo mettere fuori. Quello è un po' più faticoso. Però cerco di sforzarmi per essere una persona civile".
Chiudo ringraziandolo "per questa bella serata su un percorso verso se stessi e soprattutto su come fare la raccolta differenziata". L'arena si svuota lentamente sotto il caldo che non molla. Ce ne torniamo a casa con le istruzioni per l'uso di Rocco in tasca: raccontarsi, ascoltare, riconoscersi in perenne restauro. I passi di un gruppo che non sa ancora di essere un gruppo, alla fine di questa serata, un po' lo erano già. E se il gruppo, per festeggiare le trecentomila presenze, ha scoperto di dover pure differenziare la plastica, tanto meglio: il bene comune passa anche di lì.
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