Giffoni 2026 e Venezia 83: il cinema del reale si allarga sui temi e si stringe sugli autori. Una sola regista in concorso al Lido.
Due festival a due giorni di distanza raccontano la stessa cosa da angoli opposti: i giovanissimi giurati campani premiano storie senza catarsi, il Lido apre a un cinema-osservatorio del presente. Ma tra i venti registi in concorso a Venezia 83 una sola è donna.
[di Massimo Righetti]
Un Icaro senza volto. È l'immagine che Luca Apolito ha scelto per la cinquantaseiesima edizione di Giffoni, quella dedicata alle cose impossibili. Il volto, ha spiegato il direttore artistico, andava incontrato altrove, in mezzo agli oltre cinquemila giurati arrivati a Valle Piana da trentacinque nazioni e cinquecento borghi italiani. Adolescenti come giurati. Icaro come collettivo.
Nello stesso weekend, sul Lido di Venezia, Alberto Barbera ha svelato la selezione dell'ottantatreesima Mostra Internazionale d'Arte Cinematografica. Venti film in concorso. Uno soltanto firmato da una donna. Due festival che si chiudono e aprono a due giorni di distanza, alla fine di luglio del 2026, e che raccontano la stessa cosa da due angoli diversi. Il cinema che verrà, quello che i teenager scelgono nelle sale di Salerno e quello che il selezionatore porta al Lido, si sta allargando su ogni fronte del reale. E, nello stesso momento, restringe il perimetro di chi ha il permesso di raccontarlo.
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Giffoni Film Festival 2026: i giovani premiano il cinema del reale
Vale la pena guardarsi cosa hanno votato, i giurati adolescenti. Hanno votato Garuda – Dare to Dream dell'indonesiano Ronny Gani, storia di un tredicenne asmatico che sogna la nazionale di calcio. Hanno votato Just Call Me Frida della tedesca Katja Benrath, dove un bambino con una malattia autoimmune incontra la Morte. Hanno votato The Altar Boys del polacco Piotr Domalewski, chierichetti che si oppongono all'ipocrisia degli adulti. Hanno votato Morten di Ivan Pavljutskov, un quindicenne estone che usa la fotografia analogica come difesa da una famiglia disfunzionale. Hanno votato You Believe in Angels, Mr. Drowak? di Nicolas Steiner, distopia metropolitana sulla condizione dei senzatetto, dove la scrittura creativa diventa strumento di dignità. E, nei documentari, hanno scelto One in a Million: dieci anni di riprese sul viaggio di Israa dalla Siria alla Germania, esilio, perdita di identità.
L'unico premio italiano nel palmarès dei corti, Il murales del campione di Massimiliano Pacifico, sui murales di Maradona a Napoli, è, non a caso, una geografia dell'affetto popolare.
Il rovesciamento semantico è la chiave di lettura. Le cose impossibili, come formula tematica, apre a due direzioni opposte. Una motivazionale, che intende l'impossibile come soglia da superare, la traversata, l'impresa, la vetta finalmente raggiunta. Un'altra ontologica, che intende l'impossibile come condizione data, come ciò che resta insolubile e con cui bisogna imparare a stare. I cinquemila giurati hanno scelto la seconda. Hanno letto il tema al contrario di come sarebbe stato più facile e più consolatorio leggerlo.
La generazione che vota, quella tra i tre e i diciotto anni, ha scelto il cinema che rinuncia alla catarsi. Un cinema che si limita a mostrare la parte del mondo che resiste alla risoluzione, e a restarci dentro. È il segno più chiaro che la retorica del tutto è possibile se lo vuoi davvero non funziona più su chi la vede addosso ogni giorno, in ogni scroll, in ogni reel, in ogni frase da manuale motivazionale. Asma, autoimmunità, corruzione clericale, introversione rurale, migrazione forzata, senzatetto: un elenco che non chiede di essere sciolto.
Mostra del Cinema di Venezia 2026: l'osservatorio del presente secondo Alberto Barbera
Sul Lido, quarantotto ore prima della chiusura di Giffoni, Alberto Barbera pronuncia una frase che sembra rispondere alla Campania senza volerlo. "Un tempo si diceva il cinema è il mondo, oggi i film sono gli hashtag del mondo." E definisce il cinema strumento straordinario di conoscenza del reale. La selezione, venti titoli in concorso, dal 2 al 12 settembre è descritta come un osservatorio del presente: guerre, cambiamento climatico, tensioni sociali, fratture familiari, paure adolescenziali, lasciti della Storia.
Cinque italiani in gara, Nanni Moretti in testa dopo trentasette anni dall'ultima volta al Lido, insieme a De Angelis, Pallaoro, Bechis e Strippoli. Una geografia di ritorni, Herzog, McDonagh, Kore-eda, Zeller, Casey Affleck alla regia, con Leoni d'oro alla carriera a George Clooney ed Ellen Burstyn, giuria presieduta da Maggie Gyllenhaal, manifesto firmato Manuele Fior. La truppa italiana di Barbera e la geografia autoriale del concorso sono già stati raccontati nel dettaglio in questo pezzo; quello che qui interessa segnalare è un'assenza. Dopo Cannes, anche Venezia si presenta senza gli studios hollywoodiani. Il festival più antico del mondo è ridotto a scommessa d'autore.
Le tracce del reale, nel programma di Barbera, sono ovunque. Ink di Boyle apre parlando di Rupert Murdoch e di come si costruisce l'egemonia di un tabloid. Company di Casey Affleck racconta la solitudine di un patriarca americano nella figura di Nick Nolte. Un bon petit soldat di Brizé rimette Alba Rohrwacher in un dramma sul lavoro e sul consenso, altro capitolo dell'indagine del regista francese sul capitalismo europeo. Bunker di Zeller mette Penelope Cruz e Javier Bardem dentro l'ansia della fine. Dau di Khrzhanovsky torna sul Novecento sovietico con il progetto più radicale del cinema recente. Il reale, come lo intende Barbera, non è cronaca. È il modo in cui le crisi contemporanee prendono forma dentro un immaginario.
È la stessa materia dei giurati di Giffoni, in scala adulta. Guerra, migrazione, salute mentale, disintegrazione familiare, memoria della Storia.
Regia femminile a Venezia 83: una sola voce in concorso
C'è, in questa geografia della crudezza, un dato che si impone. Dei venti registi in concorso a Venezia 83, uno solo è donna. È May El-Toukhy, danese-egiziana, autrice di Kvinde Ukendt (Woman Unknown). Non è un'esordiente; El-Toukhy era già passata dal Sundance 2019 con Queen of Hearts, premiata. Ma è l'unica firma femminile ammessa alla gara principale. Un rapporto di uno a diciannove. L'anno scorso le registe in concorso erano state di più.
In conferenza, Barbera ha scelto di non aggirare il problema. "Siamo stati noi i primi a essere colpiti da questo esito. Abbiamo sperato fino all'ultimo, disperatamente, scusate il gioco di parole, di trovare film al femminile di qualità adeguata da poter competere all'interno del concorso principale. Ce n'è uno solo, è il minimo storico di questi ultimi anni." E ancora: "Una diminuzione inquietante, visto che invece da alcuni anni tendeva a crescere il numero delle donne registe. Che cosa è successo? Non ve lo so dire". Ha ricordato che le tre giurie principali del Lido sono presiedute da donne. Che Venezia ha premiato più registe di Cannes e Berlino dal 2020 in avanti. Che la selezione, in linea di principio, non tiene conto del genere. Poi ci sono i numeri, che parlano un'altra lingua.
Quella frase, "non ve lo so dire", è forse la più onesta della giornata. La domanda che rimane non è veneziana. È a monte. Nelle scritture, nei finanziamenti, nelle produzioni, negli sviluppi di progetto, nelle serate in cui qualcuno decide di girare, o di non girare più. A Giffoni, in mezzo ai cinquemila giurati, quest'anno c'erano circa duemilacinquecento ragazze. È molto probabile che qualcuna di loro, tra qualche anno, voglia raccontare una storia. Resta da capire chi glielo permetterà.
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