Minions & Monsters, recensione: l'omaggio al cinema che nessuno si aspettava

Minions & Monsters è l'omaggio cinefilo che nessuno si aspettava: Hollywood anni Venti, cinema muto e George Lucas. La recensione su Luci sulla Scena.

Valutazione: ★★★½☆ (3.5 su 5)

Pierre Coffin e Patrick Delage portano i Minions nella Hollywood delle origini tra Buster Keaton, Orson Welles, un grimorio esoterico e, stando a TikTok, Satana in persona.

[di Massimo Righetti]

Minions & Monsters

Qualcuno, in primavera, ha aperto TikTok e ha deciso che i Minions stavano per distruggere le menti dei bambini di mezzo mondo. La colpa era del grimorio esoterico. Del linguaggio occulto. Di Cthulhu, l'entità cosmica di H.P. Lovecraft, convocato per sbaglio da un gruppo di ometti gialli in salopette con un'inspiegabile ossessione per le banane. Il caso era chiaro: l'Illumination Entertainment, nome già di per sé sospetto, stava usando i personaggi più amati dai bambini per indottrinarli al culto di Satana.

Viene voglia di rispondere una cosa sola: avete visto il film?

Perché Minions & Monsters (regia di Pierre Coffin e Patrick Delage, sceneggiatura di Coffin e Brian Lynch, nelle sale dall'1 luglio 2026) di indottrinare qualcuno ci prova davvero. Solo che la direzione è un'altra. Anziché trascinare i bambini verso il basso, li trascina, garbatamente, rumorosamente, tra una pernacchietta e una goffa caduta di gruppo, con la complicità di George Lucas, verso qualcosa di molto più pericoloso di qualsiasi grimorio. Qualcosa che nessun complottista aveva messo in conto.

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L'omaggio al cinema muto nel cuore di Minions & Monsters

Minions & Monsters

La storia parte da una domanda che, se la fai ad alta voce, ti vien da ridere come loro: cosa succederebbe ai Minions se dovessero recitare? Parlano solo Minionese. Nessuno li capisce. Tranne, e qui sta tutto, quando non esiste ancora il sonoro.

Portare i Minions alla ricerca del capo cattivissimo da servire nella Hollywood del 1920 sembra, sulla carta, una mossa pazzesca. Come quasi tutte le mosse giuste. I Minions arrivano per caso, diventano star del cinema muto con una naturalezza quasi logica: il loro slapstick fisico, la comicità dei corpi, la pantomima pura, sono già nati per quell'epoca. Dettano le tendenze, ispirano le folle a indossare salopette e occhialoni come se l'alta moda mondiale fosse improvvisamente collassata in una cassa di frutta esotica. Poi arriva il sonoro. E precipitano, perché quella stessa cosa che li ha resi universali, l'incomprensibilità assoluta della loro lingua, diventa il loro limite invalicabile dentro la finzione del film. La cosa che li ha resi irresistibili ovunque nel mondo, quel rumore impossibile che non significa niente e dice tutto, è esattamente la stessa che li condanna. Prima sono universali. Poi diventano incomprensibili. Ma quello che James, il più creativo della "tribù Minionese", quello con il taccuino sempre pieno di sogni e disegni, non sa ancora è che dalla caduta nasce un'idea. Un monster movie da girare in proprio, con i mostri veri evocati per sbaglio da un grimorio ereditato da uno stregone defunto. Il piano era semplice. Ma con i Minions,  nulla resta semplice per molto.

Buster Keaton, George Lucas e la cinefilia nascosta tra i mostri

Ed è qui che il film smette di essere un film per bambini e diventa qualcosa d'altro. Qualcosa che i genitori avvertono come una frequenza parallela, silenziosa, trasmessa nella stessa sala.

Georges Méliès. I fratelli Lumière. Buster Keaton. Orson Welles, che appare in un cammeo animato ispirato a un vero incontro giovanile di Chris Meledandri, il fondatore di Illumination, con l'autore di Quarto Potere.  E poi c'è George Lucas. Il creatore di Star Wars aveva lasciato i set alle spalle da anni, aveva venduto la Lucasfilm alla Disney nel 2012 e si era tenuto lontano dai riflettori. I Minions lo hanno convinto, pare per amore dichiarato del franchise, e Lucas è arrivato fino a Parigi per lavorare direttamente con Coffin. Sono presenze rivolte agli adulti: citazioni che i bambini attraversano senza fermarsi e i genitori riconoscono con un sorriso. 

Minions & Montsters

Il terzo atto mancante e il confine tra cinefilia e merchandising

Certe scelte del film sono chirurgiche. Nella versione italiana il regista dittatoriale Max è affidato a Maccio Capatonda, con un paradosso che è già una gag: la sua voce è stata mascherata al punto da renderlo quasi irriconoscibile. Uno dei comici più identificabili d'Italia per quella voce, scelto esattamente perché nessuno lo riconosca.

C'è però un momento, verso i due terzi del film, in cui si avverte qualcosa che scricchiola. Il film porta in scena più linee narrative di quante riesca a tenere tutte a fuoco. Archi che si aprono e si chiudono a velocità schizofrenica, come se qualcuno avesse guardato l'orologio e deciso che il tempo era quasi finito.

Il terzo atto è rapido. Troppo rapido da lasciare quella sensazione precisa di incompiuto, di potenziale non del tutto mantenuto. E in questa fretta, il confine tra omaggio al cinema e logica del franchise diventa sottile. Minions & Monsters cerca di essere contemporaneamente un atto d'amore verso il cinema e un prodotto di marketing impeccabile. E ci riesce in entrambi i casi, spesso con eleganza, a volte con la stessa velocità con cui chiude i suoi archi narrativi. È un'ambiguità che il film lascia aperta, irrisolta.

Quella stessa ambiguità, a pensarci, stava al centro dei video su TikTok: agli utenti convinti che il grimorio esoterico fosse un vettore di indottrinamento satanico. La teoria è stata smontata in poche ore, è diventata satira, ha aumentato il rumore mediatico intorno al film, generando, involontariamente, la migliore pubblicità possibile.

Eppure, in un senso molto stretto e molto letterale, avevano ragione su qualcosa. I Minions cercano davvero di indottrinare qualcuno. L'obiettivo è il cinema: Méliès e Chaplin, Keaton e Welles, l'idea che una sala buia sia ancora il posto migliore dove perdere un'ora e mezza di vita.

Nel 2026, questo è quasi più audace.

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