L'amore che rimane, la recensione: il tetto che vola e la casa che resta nuda

La recensione de L'amore che rimane di Hlynur Pálmason: una separazione raccontata come erosione lenta, tra Cannes e le sale italiane.

Valutazione: ★★★½☆ (3.5 su 5)

Hlynur Pálmason racconta una separazione come lenta erosione: da "Cannes Première 2025" alle sale italiane, un film feroce e mai autocommiserativo.

[di Massimo Righetti]

L'amore che rimane - scena del film

C'è un tetto. All'inizio di tutto.

Si stacca da un capannone sulla costa islandese. Si alza. Lentamente. Resta sospeso, galleggiante per qualche secondo. Come se non avesse più peso. Poi scompare oltre il bordo dell'inquadratura, tirato via da una forza invisibile.

Non c'è crollo, nè polvere. Solo una stanza che un momento prima era chiusa. Protetta. Calda. E un momento dopo è scoperchiata. Aperta al cielo. Al vento. Alla luce.

Per la prima volta visibile. E dunque, per la prima volta vera.

Prima dei titoli di testa. Prima della storia. Prima di Anna e Magnús. L'immagine è lì. Una chiave di volta che L'amore che rimane (Ástin sem eftir er) posa in apertura, e che passerà i successivi cento minuti a sviscerare. Senza mai, davvero, spiegarla.

È il quarto lungometraggio di Hlynur Pálmason, presentato a Cannes e ora al cinema con Movies Inspired. Un cineasta che ha smesso di rincorrere l'epopea, abbandonando le marce religiose e i miti di Godland. L'Islanda resta. Restano i vulcani. Restano i cieli mutevoli e immensi. Cambia, però, il perimetro dello sguardo. Il quotidiano, ci sussurra Pálmason, è capace di reggere da solo l'intero peso di un universo.

Anna crea. Magnús pesca. Un'artista visiva e un uomo di mare che torna a riva e non sa più decifrare l'odore del proprio indirizzo. Si sono lasciati. O forse sono semplicemente incastrati in quel guado infinito che è il lasciarsi. Il momento esatto non esiste. Esistono tre figli. Esiste una cagnolina, Panda. Esiste un anno, scandito da quattro stagioni e da ostinati riti domestici. Una cena. Il basket sull'erba. La raccolta dei funghi e dei mirtilli. I bambini che giocano. Non c'è la scena madre. Non c'è lo schianto.

La contemporaneità ha forgiato un vocabolario igienico per catalogare le separazioni. L'elaborazione. Il percorso terapeutico. La comunicazione per guarire. Tutte parole lisce, arrotondate. Utili, forse. Ma Pálmason non le convoca. Rifiuta la consolazione.

Perché il tempo passa senza che l'anima lo elabori mai e non guariamo da ciò che, in noi, finisce: impariamo semplicemente a camminare in mezzo alle macerie.

E qui, tra i detriti, il tradimento assume il suo vero volto. In A White, White Day-Segreti nella Nebbia, il tradimento era un ordigno sepolto sotto la terra del giardino. Silenzioso. Invisibile. In attesa del passo falso per deflagrare. Ma qui, in questa nuova, spietata anatomia, la mina e il terreno sono diventati la medesima cosa.

Il tradimento si chiama tempo. È un'erosione lenta, inesorabile, crudele. È l'essersi voltati dall'altra parte. È l'aver scelto, ogni giorno, di non scegliere. È il vivere. È il lavorare. È il rincasare. Ogni giorno un po' più tardi. Ogni giorno un po' più stanchi. Sempre, costantemente, un po' più altrove. È l'atrofia placida dei sentimenti, il veleno versato, goccia a goccia, nel bicchiere dell'altro. Vista da vicino, l'armonia sentimentale è un impero già crollato da anni. E nessuno, tra le rovine, si è preso la briga di annunciarlo.

E su questa polvere, si ride. Una risata inattesa. Feroce. Surreale. Ridere delle ossa di un rapporto è l'atto definitivo di durezza. Il pianto stringe, invoca clemenza, fabbrica l'empatia. La risata, invece, scava il fosso. Cristallizza la lontananza di due anime che condividono una storia intera e non sanno più come spostare l'aria nella stessa stanza senza farla scricchiolare.

E allora la mente torna lì. A quel tetto. A quel capannone. All'inizio che conteneva già tutta la fine.

Violato e aperto al cielo boreale, smette di essere un relitto nell'attimo stesso in cui il segreto evapora. Diventa vero perché non possiede più alcuna ombra in cui nascondere il disastro.

È la stessa ingegneria, applicata per cento minuti a una famiglia intera. E quello che resta, alla fine di tutto, è solo una casa.

Finalmente vista. Finalmente nuda.

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