Amarga Navidad: La vita entra nella finzione: la riflessione di Almodóvar sulla scrittura e il dolore

Amarga Navidad di Almodóvar visto in lingua originale: una riflessione sul confine sottile tra vita e racconto, e sulla responsabilità di chi scrive.

Valutazione: ★★★★½ (4.5 su 5)

Una visione in lingua originale del film in concorso a Cannes 2026: gli zocos di Lanzarote, una valigia aperta e la domanda che resta dopo i titoli di coda.

[di C.S.]

Amarga Navidad

[Quello che segue è un diario di visione. C.S. ha scelto di raccontare il film come lo ha vissuto — sequenza dopo sequenza, emozione dopo emozione. Chi non vuole anticipazioni sulla trama fermi qui la lettura.]

Ho visto Amarga Navidad in lingua originale perché con Pedro Almodóvar avevo bisogno di ascoltare le voci vere... le pause... i silenzi... quell’emozione trattenuta.

Il film parte da Raúl, interpretato da Leonardo Sbaraglia, uno sceneggiatore in crisi che cerca una storia e finisce per trovarla nelle vite delle persone che gli stanno accanto. È da qui che nasce tutto... anche la domanda più interessante del film... dove finisce la vita e dove comincia la finzione?

All’inizio sembra quasi una storia semplice. Poi, poco alla volta, si apre il vero meccanismo del film: Almodóvar sta costruendo un film dentro il film.

Raúl sta scrivendo una sceneggiatura in cui Elsa, interpretata da Bárbara Lennie, è la protagonista e, attraverso quella storia, porta dentro il film persone, dolori, confidenze e legami che fanno parte della sua vita.

Mónica, Elena e Santi, le persone a lui più vicine, riaffiorano nella sceneggiatura con altri nomi e dentro altri personaggi.

È una costruzione in cui la vita entra nella finzione e la finzione torna a interrogare la vita.

È qui che il film apre la sua domanda più profonda: quale responsabilità ha uno scrittore quando trasforma in racconto la vita degli altri?

La prima cosa che mi è rimasta dentro è stata Las simples cosas, cantata da Amaia Romero a Elsa e a Bonifacio, interpretato da Patrick Criado, proprio mentre Elsa sta male.

“Uno vuelve siempre a los viejos sitios donde amó la vida.”

Si torna sempre nei luoghi dove si è amata la vita.

In quei luoghi che continueranno a conservare per sempre una parte di noi.

La canzone arriva all’improvviso... come fosse una preghiera.

Dentro la sceneggiatura di Raúl c’è Elsa, una sceneggiatrice in crisi che non riesce più a stare bene... le emicranie, la gastrite, il corpo che continua a mandarle segnali e a chiederle di fermarsi. Accanto a lei c’è Bonifacio, profondamente innamorato, sempre presente, amorevole, disponibile.

Quando una psichiatra le fa capire che il lutto della madre non è stato elaborato e che deve staccarsi dal lavoro, Elsa decide di partire per Lanzarote, con lei c’è Patricia, interpretata da Victoria Luengo, un’amica che sta vivendo un momento altrettanto fragile dopo aver scoperto il tradimento del marito.

A Lanzarote Elsa prova a rimettersi in gioco e ricomincia a scrivere. Patricia però si accorge che la sua vita sta entrando nella sceneggiatura dell’amica. Questa cosa la ferisce. Litigano... e Patricia decide di andarsene.

È allora che Elsa invita un’altra sua amica, Natalia, interpretata da Milena Smit.

Natalia porta dentro un dolore indicibile, legato alla perdita di un figlio, che il film sceglie di svelare poco alla volta con una delicatezza e una forza incredibili... da quel momento ogni sua scena acquista un significato diverso.

Ho adorato la scena degli zocos... Natalia li guarda e pensa che siano lapidi, ma Elsa le spiega che sono piccoli muri di pietra costruiti per proteggere le viti dal vento.

Mi è sembrata una delle immagini più evocative del film.

Natalia vede la morte... Elsa vede la protezione.

C’è la pietra nera... la terra vulcanica... si percepisce il mare da qualche parte... invisibile, che però si sente nell’aria.

E poi questi cerchi di pietra sparsi nel paesaggio... come se qualcuno avesse scritto una storia direttamente sulla terra.

Un luogo duro... essenziale, quasi lunare... un luogo dove si ha la sensazione che il tempo si sia fermato ad aspettare qualcuno.

Lo stesso paesaggio... lo stesso vento... eppure percepito in due modi completamente diversi... perché a cambiare è lo sguardo di chi lo porta dentro.

Poi c’è il sogno della valigia.

Natalia racconta ad Elsa di aver sognato una valigia aperta e che non riusciva a prepararla... non sapeva cosa metterci dentro, non sapeva organizzare le cose... sentiva soltanto tanta angoscia... inadeguatezza, spiega che nel sogno c’era un’altra donna che invece la valigia la faceva benissimo.

Elsa le risponde semplicemente:

“Se io fossi l’altra donna del sogno, smetterei di fare la mia valigia e farei la tua.”

È una frase semplice, ma bellissima. Che dice soltanto... io resto qui con te. Facciamo ordine.

Poi il film torna a Raúl

Mónica è la sua assistente, una donna molto vicina a Raúl. Quando legge la sceneggiatura, capisce che dentro quella storia sono finite anche le confidenze che gli erano state affidate.

Capisce che dietro Natalia c’è Elena e che Bonifacio è Santi, il compagno di Raúl…un uomo innamorato, presente, disponibile, trattato con sufficienza e dato per scontato.

A quel punto i personaggi rivelano le vite da cui sono nati. Vite violate dalla scrittura.

Ed è proprio Mónica a spingerlo a riflettere... a guardare le persone che ha trasformato in personaggi per quello che sono con le loro fragilità... la loro vulnerabilità... ma soprattutto, più di tutto, lo spinge a guardarsi dentro.

Gli fa capire che cambiare dettagli, età, nomi e situazioni non basta. Ci sono dolori che restano riconoscibili anche quando diventano personaggi.

E poi arriva quella frase che ti immobilizza sulla poltrona, perché non la ascolti soltanto... la senti nel corpo.

“Un figlio che muore è uguale per qualsiasi madre.”

Ed è qui che il film arriva al suo punto più forte.

Quando una vita vera entra in una sceneggiatura, dobbiamo sapere che non stiamo prendendo solo una storia... stiamo entrando nella vita di qualcun altro e per entrarci bisogna averne cura.

Forse è proprio questo che Almodóvar ci lascia... una riflessione su quanto sia sottile il confine tra la vita e il racconto e sulla responsabilità di chi quel racconto lo scrive.

Gli attori di Almodóvar non deludono mai. E non è un caso. Lui ha raccontato che, quando scrive, prima lascia nascere i personaggi. Solo dopo comincia a vedere i loro volti. Forse per questo nei suoi film gli attori arrivano sempre come se fossero già stati lì.

Da sempre il suo cinema si costruisce attorno ai volti, agli sguardi, alle fragilità umane.

Per il resto... mi restano la forza degli zocos battuti dal vento... una valigia aperta, ma mai vuota... e la magnifica voce di Amaia Romero.

E quella frase che continua a risuonare anche dopo i titoli di coda:

“Si torna sempre nei luoghi dove si è amata la vita”

Forse perché una parte di noi è rimasta lì ad aspettarci.

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