Springsteen al Madison Square Garden: il rock come atto di resistenza

Bruce Springsteen e la E Street Band al Madison Square Garden: tre ore di concerto, Tom Morello sul palco e un setlist che è una mappa del presente.

Con le date di New York del Land of Hope and Dreams Tour, Bruce Springsteen porta al culmine un anno di concerti che sono anche, e soprattutto, un atto politico.

[di Sean Dags]

Land of Hope and Dreams - Bruce Springsteen

Prima ancora di suonare una nota, sale sul palco nel buio quasi totale. Si avvicina al microfono. E parla.

Lo fa ogni sera, da oltre un anno. Da Manchester a Minneapolis a New York. Il tour aveva un altro titolo. Poi, a un certo punto, è diventato Land of Hope and Dreams. Springsteen non ha spiegato il cambio. Non ne aveva bisogno. Le parole contano. I nomi contano. E quando il mondo fuori cambia abbastanza in fretta, anche il titolo di un tour può diventare una dichiarazione d'intenti.

Al Madison Square Garden, dove lunedì 11 maggio ha tenuto la prima di due serate, con la seconda questa sera sabato 16, Bruce Springsteen ha settantasei anni, una band che suona da tre ore senza mai togliere il piede dall'acceleratore, e qualcosa da dire che evidentemente non riesce a dire in nessun altro modo. Così sale sul palco. Così parla. Così suona.

Il tour americano è partito il 31 marzo a Minneapolis, due giorni dopo che era sceso in piazza alla manifestazione No Kings, e si è aperto con War, la prima volta in ventitré anni. Poi Born in the U.S.A., che non è mai stato l'inno patriottico che la destra americana continua a volerci sentire. Poi Death to My Hometown, Clampdown dei Clash, American Skin (41 Shots), The Ghost of Tom Joad. E Streets of Minneapolis, scritta in risposta all'uccisione di due manifestanti per mano di agenti ICE, eseguita dal vivo per la prima volta proprio lì, nella città da cui prende il nome. Un setlist costruito canzone per canzone come si costruisce un caso: con le prove, con la logica, con la convinzione che qualcuno debba ascoltare.

Al suo fianco c'è Tom Morello, il chitarrista dei Rage Against the Machine, un uomo che al concetto di musica come atto politico ha dedicato tutta la vita, per il suo primo tour con la E Street Band in oltre un decennio. Quando Morello attacca, la band cambia pelle. Diventa più affilata, più elettrica, più arrabbiata. E il pubblico, ventimila persone al Garden, risponde con qualcosa che assomiglia alla catarsi. Con la sensazione di essere nel posto giusto, nel momento giusto, per le ragioni giuste.

Già in febbraio, annunciando il tour americano, Springsteen aveva scritto: "Stiamo vivendo tempi bui, inquietanti e pericolosi, ma non disperate, la cavalleria sta arrivando." In quel momento qualcuno aveva sorriso. Sul palco del Garden, nessuno sorride più. Si canta, si urla, si piange. Max Weinberg picchia sui tamburi come se stesse costruendo qualcosa. Stevie Van Zandt gestisce il palco con la sicurezza di chi sa esattamente dove si trova. Nils Lofgren gira su se stesso durante i suoi assoli, come sempre, come se il tempo non passasse mai. E Springsteen, settantasei anni, tre ore di concerto, nessuna concessione, resta al centro di tutto con la stessa urgenza di un ragazzo che ha qualcosa da dimostrare.

Long Walk Home, ha detto dal palco a Minneapolis, è una preghiera per il mio paese. Poi ha suonato. E tremila chilometri più a est, al Garden di New York, la preghiera suonava uguale. Suonerà uguale anche questa sera.

La domanda che aleggia su questo tour,  ha ancora senso il rock come gesto di resistenza, può ancora fare qualcosa una chitarra elettrica contro quello a cui si oppone, non trova risposta nelle parole di Springsteen. La trova nel fatto che continua a salire sul palco. Notte dopo notte. Città dopo città. Nel buio quasi totale, prima di ogni nota. Quando ancora tutto è possibile e niente è ancora stato detto.

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