L'armonia del male: perché i villain ascoltano la musica classica

Da Hannibal Lecter ad Arancia Meccanica, perché il cinema dà ai suoi mostri la musica più sublime. Il paradosso secondo Carlo Fiore.

Da Hannibal Lecter ad Arancia Meccanica, il cinema affida da sempre ai suoi mostri la musica più sublime che l'Occidente abbia composto. Un viaggio nel paradosso, a partire dal saggio di Carlo Fiore. 

[di Massimo Righetti]

Funziona così. Vuoi che il pubblico capisca in tre secondi, senza sprecare nemmeno una battuta di dialogo, che l'uomo inquadrato nella stanza buia è il diavolo? Niente trucchi costosi. Gli metti su un disco di Bach.

Ecco fatto. Il pubblico ha già capito tutto: quello lì è coltissimo, glaciale, intelligente in un modo vagamente disumano. E, soprattutto, tra poco ammazzerà qualcuno con la stessa cura con cui ha scelto l'edizione delle Variazioni Goldberg. È la scorciatoia più economica del mestiere. È anche, a guardarla bene, una piccola infamia culturale: ci siamo convinti che il vertice della civiltà occidentale fosse la colonna sonora perfetta per sgozzare la gente.

Carlo Fiore, musicologo, critico di Classic Voice, docente al Conservatorio di Palermo, ha avuto la pazienza di prendere sul serio questa infamia. Nel suo La musica dei cattivi (Neri Pozza, 2026) la insegue per decenni di pellicole e la inchioda a una domanda che preferiremmo schivare: come abbiamo fatto a convincerci che Mozart fosse, in fondo, roba da assassini?

Il sospetto, va detto, ce lo siamo allevati con cura. Nasce col muto, quando i pianisti in sala dovevano far rabbrividire la platea e scoprirono che un accordo di settima diminuita rendeva il doppio della fatica. Nel 1914 esce un pezzo intitolato Mysterioso Pizzicato, che però circola con un secondo nome di rara onestà: The Villain. Il cattivo, appunto. Da lì in avanti è tutto un addestramento collettivo. Senti gli archi, e già diffidi. Come bestie pavloviane.

Poi però arriva una ferita che con l'ironia non si tocca. Gli ufficiali che amministravano i campi di sterminio, la sera, ascoltavano SchubertTheodor W. Adorno George Steiner hanno scritto pagine che non si lasciano richiudere, e il senso è uno solo, intollerabile: la grande musica ha suonato accanto al peggio di cui siamo capaci, e non ha salvato nessuno. Il villain melomane del cinema è la versione popolare, digeribile, di quel terrore. Il sospetto che la bellezza non ci renda affatto migliori. Che la sublimità sia, in definitiva, soltanto un raffinatissimo espediente per arredare il vuoto.

Michel Chion, nel suo saggio L'audiovisioneha pure trovato il nome tecnico per la faccenda: musica "anempatica". Di norma la colonna sonora piange con noi e gioisce con noi, premurosa. Quella dei cattivi tira dritto, splendida e indifferente, mentre lo schermo si riempie di sangue. È l'unica presenza in scena a non avere il minimo interesse per ciò che sta accadendo. Suona per sé. Bastarda e perfetta. E paradossalmente quel disinteresse gonfia l'orrore invece di calmarlo: la voragine tra la purezza del suono e la sporcizia del gesto è esattamente il punto in cui lo spettatore casca. Lì, in quel precipizio di note matematiche.

Da qui in poi gli esempi si ammucchiano, con una monotonia quasi comica. Solo che la monotonia, a ben guardare, ce la mettiamo noi. Perché i brani, sullo schermo, non li annuncia nessuno. Li riconosciamo noi. In poltrona, al buio, con un anticipo che dovrebbe darci da pensare.

Hannibal Lecter infila la cassetta nel mangianastri e l'abbiamo già detto, dentro di noi, prima ancora che parta una nota: Bach. Bravi. Poi la guardia muore, e il complimento ci resta in gola. Alex DeLarge attacca l'Inno alla Gioia e per un quarto di secondo accenniamo il sorriso di chi ha riconosciuto il pezzo, la Nona, ovviamente, giusto un attimo prima di ricordarci che quel grido di fratellanza universale gli fa da carburante per le serate di stupri e pestaggi. Hans Gruber irrompe al Nakatomi e parte di nuovo la Nona, e a noi non sfugge la replica: due cattivi, stesso autore, e li abbiamo nominati tutti e due. Lui, europeo in completo sartoriale, contro un americano in canottiera che suda, sanguina e impreca e noi, intanto, a tifare in silenzio per chi conosce meglio il repertorio.

C'è poi il Drax di Moonraker, che progetta lo sterminio dell'umanità accarezzando Chopin, e il Palpatine de La vendetta dei Sith, che corrompe un ragazzo dal palco di un'opera: certe cattiverie esigono il velluto rosso. E quando in Fargo il viscido Varga cita Lenin a proposito dell'Appassionata, una musica così bella, diceva il compagno, da far venire voglia di accarezzare la testa agli uomini, e proprio per questo meglio prenderli a botte senza pietà, non riconosciamo più soltanto le note. Riconosciamo la citazione. Annuiamo soddisfatti. E nell'istante esatto in cui annuiamo siamo già dentro la sua testa.

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Fiore mostra che sotto la superficie c'è una guerra di classe combattuta a colpi di pentagramma. Il cattivo è quasi sempre l'aristocratico, l'europeo, il "Dottore", il "Professore". L'eroe è l'uomo qualunque. Carne, jazz, rock, istinto. La musica colta diventa il timbro di una superiorità che guarda il popolo dall'alto, e il pubblico anglosassone, che con il Vecchio Continente ha conti aperti da secoli, è felicissimo di vederla punita. Una vendetta consumata sgranocchiando popcorn.

Ogni tanto, però, il cinema si vergogna, e tenta di restituire la musica alla sua innocenza. Andy Dufresne, recluso a Shawshank, sequestra l'altoparlante del penitenziario e spara Mozart su tutto il carcere: il duettino delle Nozze di Figaro. Per qualche istante impossibile, perfino le guardie restano col mento all'insù. Red, la voce di Morgan Freeman, ammette di non aver mai capito cosa cantassero quelle due donne italiane, e di non volerlo sapere. La beffa, che solo i melomani colgono, è splendida: le due stanno sbrigando una pratica meschina. Eppure la bellezza commuove lo stesso. Anzi, commuove di più.

Poi c'è chi ribalta il tavolo con una cattiveria pari alla nostra. Michael Haneke, in Funny Games, promette il solito thriller borghese, archi, e i coniugi che giocano a indovinare i brani in automobile e all'improvviso strappa tutto con l'heavy metal di John Zorn. I torturatori, intanto, sono ragazzini educatissimi vestiti di bianco. Quel frastuono, beninteso, punta l'indice contro chi guarda, ghiotto di violenza elegante e ben rifinita.

Fiore chiude con una preghiera laica: liberare la musica classica dalla condanna a fare da sottofondo al male. Restituirla a chi vorrebbe amarla senza prima averne avuto paura. Giusto. Probabilmente inutile.

Perché torneremo sempre lì. La stanza, il buio, una carezza distratta sui tasti d'avorio. E noi, in poltrona, a fare quello che ci riesce meglio: riconoscere il brano col mezzo sorriso di chi le sapeva già. Lo stesso identico mezzo sorriso del mostro un attimo prima di alzarsi. Lui ascolta Bach esattamente come lo ascolti tu. Con lo stesso orecchio fine, lo stesso compiacimento. L'unica differenza è quello che fa dopo.

Comodi, dunque. Un po' inorriditi, parecchio soddisfatti di averci preso. Il mostro sorride. Suona. Suona per te, e sa benissimo che capirai.

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