A cent'anni dalla nascita di Miles Davis, un redazionale sull'uomo che ha cambiato la musica senza mai guardarsi indietro.
Il 26 maggio 2026 cade il centenario della nascita di Miles Davis. Non un'occasione per celebrare, ma per capire l'uomo che ha cambiato la musica senza mai guardarsi indietro.
[di Massimo Righetti]
Fra cinque giorni avrebbe compiuto cent'anni.
Non li avrebbe festeggiati.
Miles Davis era il tipo che quando trovava la strada giusta, cambiava strada. Che quando il pubblico finalmente capiva cosa stesse facendo, stava già facendo altro. Un uomo con la tromba in mano e il futuro davanti. Sempre, ostinatamente, il futuro davanti.
Quello che fa la sua musica
C'è una cosa che Davis ha fatto ogni volta, in ogni stagione della sua carriera, con una coerenza quasi provocatoria: ha tolto.
Dove gli altri aggiungevano, più note, più velocità, più struttura, lui sottraeva. Lasciava spazio. Lasciava silenzio. La sua tromba aveva il dono raro di sembrare inevitabile: ogni nota arrivava esattamente dove doveva, e il vuoto prima di lei pesava quanto la nota stessa. In Kind of Blue ci sono frasi sospese a mezz'aria, momenti in cui la musica rallenta fino quasi a fermarsi, e proprio lì succede qualcosa che è difficile da spiegare e impossibile da dimenticare. Qualcosa di antico, che stava già dentro prima che la musica cominciasse.
Poi, quando sembrava di aver capito il suo linguaggio, cambiava lingua.
L'elettrica arrivò come uno schiaffo. Bitches Brew era rumore stratificato, ritmi che si accavallavano, una tromba dentro una nebbia di sintetizzatori e percussioni. Ascoltarlo per la prima volta fa lo stesso effetto di entrare in una stanza buia senza sapere cosa ci sia dentro. Poi gli occhi si adattano. E quello che vedi non lo dimentichi più.
Questo era il suo metodo: farti sentire a disagio fino al momento in cui capisci che il disagio era la strada.
Il silenzio
Nel 1975 scomparve. Sei anni senza una nota pubblica. Dolori, dipendenze, una stanchezza che sembrava definitiva.
Poi tornò. Cambiò ancora.
I puristi inorridirono. Davis non ci fece caso. Non ci aveva mai fatto caso.
Diceva: non suonare quello che c'è. Suona quello che non c'è.
Cent'anni dopo
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| Marcus Miller |
Il mondo si è mobilitato. In Italia: la mostra immersiva Miles Davis 100 – Listen to This! a Pordenone, fino al 12 luglio, con oltre duemila registrazioni in un database di ascolto unico al mondo. Ieri a Vicenza, Israel Galván e Michael Leonhart hanno portato in scena New Sketches of Spain al Teatro Comunale. A Roma, la Fondazione Musica per Roma dedicherà al leggendario trombettista eventi sia in Auditorium Parco della Musica che a Casa del Jazz, tra i quali il ritorno del bassista e compositore statunitense Marcus Miller (20 luglio), storico collaboratore di Miles Davis con cui ha firmato album divenuti pietre miliari come Tutu, Amandla e Siesta, con We Want Miles!, una band di musicisti che con Davis hanno suonato davvero e che ne portano ancora il segno nelle mani. Marcus Miller sarà anche a Udine il 15 a Udin&Jazz 2026.
L'eredità scomoda
Ma l'eredità più difficile non è nei tributi. Non è nelle mostre.
È nel metodo.
Nell'epoca in cui gli algoritmi premiano la ripetizione, trova un suono, replicalo, costruisci un brand riconoscibile, Davis è l'antitesi assoluta. Ogni disco azzerava parte del precedente. Ogni svolta faceva arrabbiare metà del pubblico. Nessun profilo coerente. Nessuna fanbase fidelizzata.
Aveva ragione lo stesso.
La sua musica non è invecchiata. Siamo noi che continuiamo a rincorrerla. Kind of Blue suona ancora come qualcosa che non è stato del tutto capito. Bitches Brew suona come un disco che qualcuno farà nel futuro.
Fra sei giorni avrebbe compiuto cent'anni.
Avrebbe già pensato a qualcos'altro.
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