La mostra di Mark Rothko a Palazzo Strozzi ripercorre l'intera parabola dell'artista: dagli esordi figurativi alla pittura geometrica e spirituale.
Dalle figure mitologiche degli esordi alle campiture geometriche della maturità: un percorso nell'assoluto cromatico di Rothko, in una città che l'artista aveva amato.
[di Ludovico Cantisani]
La pittura di Mark Rothko è sacrale e struggente a un tempo, nella radicalità figurativa e compositiva che ha caratterizzato il corpus principale della sua opera. L’attesissima mostra a Palazzo Strozzi a Firenze, aperta da marzo ad agosto 2026, presenta un suggestivo campione del suo percorso pittorico, rendendo omaggio a una città che lui aveva frequentato e particolarmente amato in occasione dei suoi viaggi italiani. Il percorso biografico dell’artista è un capitolo a sé stante, sospeso com’è tra la ricerca di un assoluto eventualmente individuato nella fede senza religione da un lato, e il suicidio con cui si è troncato la vita dall’altro, ma a Palazzo Strozzi contano soprattutto i severi risultati della sua ricerca pittorica, di cui della mostra consente di scorgere anche gli esordi, i tentativi proemiali. È forse la sezione più sorprendente della mostra, non la più bella ma la più interessante, quella iniziale, in cui Rothko, tra i venti e i trent’anni, si dà da fare attorno a figure mitologiche come quella di Tiresia, e attorno a ritratti di figure contemporanee – il tratto, la forma e il modo già rimandano a un buon grado di astrazione, più che di astrattismo; ma siamo pur sempre di fronte a temi, a figure spesso archetipiche, a soggetti – laddove la sua ricerca ulteriore lo porterà al totale annullamento dell’oggetto, e infine anche del soggetto, della pittura, a favore delle rigorose e abbacinanti campiture geometriche di vari colori in cui Rothko cancella o meglio estremizza lo spettro multiforme del reale e ogni pallido scampolo di tradizione.
Gran parte della mostra fiorentina è però giustamente dedicata alle opere nello stile del Rothko maturo e maggiore. Il giallo, il verde, il rosso, il nero e varie tonalità di blu sono i colori più ricorrenti nelle tele esposte in mostra, tra i rettangoli geometrici e gli sfondi che li circondano. Nell’iterazione continua, quasi ossessiva, di un unico mantra pittorico Rothko si è saputo insinuare nell’enigmatica frattura che scorre tra differenza e ripetizione, tratteggiando le forme severe ma sinuose di una pittura unica del suo genere, lontana da ogni realismo e da ogni scuola ma al tempo stesso, nella sua asciuttezza formale e nella sua languida monotonia, capace di affrancarsi anche dall’astrattismo nel senso stretto. La pittura di Mark Rothko, una volta che questi individuò fatalmente il suo stile, non è sull’umano, ma resta per l’umano: le sue riflessioni sullo scopo dell’arte, non meno del progetto di una cappella ecumenica e inter-religiosa a cui pure le didascalie della mostra fanno riferimento, tradiscono l’inesausta ricerca di una spiritualità coloristica, materica, pittorica, interna all’arte stessa. Nella fase più nota e più prolifica della sua produzione, quella geometrica, ogni quadro di Mark Rothko è come una preghiera: sempre uguale, sempre diversa. La tentazione è quella di leggere Rothko con Wittgenstein, con una delle celebri affermazioni finali del Tractatus, la 6.5.22: “vi è in effetti qualcosa di indicibile. Ciò si mostra, è il mistico”. Ma Rothko si affranca da ogni interpretazione, da ogni definizione, da ogni citazione: la sua è una pittura apodittica, a sé stante, che sfida l’osservatore a trovare un senso al di là del significato, in contumacia di questi. Siamo nel territorio dello specifico pittorico: opere che solo in questo linguaggio possono esistere in una simile ipostasi, non c’è libro, film o musica che tenga – torna alla mente la riflessione di Michelangelo Antonioni, secondo cui non può darsi un cinema astratto; ma, au contraire, anche il ricordo del set di Inland Empire di Jeremy Irons, che paragonò David Lynch proprio a Rothko. Tra le sale di Palazzo Strozzi alla mostra di Rothko attraversiamo così un vero e proprio magistero: e sulle tele ancora si respira il fascino sadomasochista del tentativo estremo compiuto da Rothko attorno e contro il linguaggio della pittura.
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