Diego Céspedes firma un'opera prima bruciante: AIDS, identità queer e deserto di Atacama in un western cileno da non perdere. Su MUBI dal 15 maggio
Il western queer di Diego Céspedes, vincitore del premio Un Certain Regard a Cannes 2025, arriva su MUBI dal 15 maggio: un'opera prima che trasforma la crisi dell'AIDS in leggenda e il deserto di Atacama in un palcoscenico di resistenza.
[di Massimo Righetti]
C'è un pulviscolo bianco che danza nel deserto di Atacama, una polvere che non si posa mai e che sembra voler cancellare i contorni delle cose, e in mezzo a questo nulla abbacinante c'è l'occhio di una bambina che si rifiuta di chiudersi, che pretende di restare spalancato contro l'immensità ostile di un villaggio minerario. Non è solo cinema, è un'attesa dilatata che ha saputo incantare la platea di Cannes fino a conquistare il premio Un Certain Regard, motivato dalla giuria con le parole "aspro e potente, eppure buffo e selvaggio", e ora quel medesimo stupore si appresta a sbarcare nelle nostre solitudini domestiche attraverso lo schermo di MUBI, a partire dal 15 maggio 2026.
Diego Céspedes, con la grazia brutale dei poeti cileni, ci riporta nel 1982, in un'epoca in cui la dittatura era un'ombra asfissiante che non aveva bisogno di nomi per ferire, e ci introduce nella vita di Lidia, undici anni, e della sua famiglia scelta, fatta di piume, di sogni e di resistenza. C'è Flamenco, la star travestita che incanta la notte con i suoi playback disperati, e c'è Mamá Boa, la matriarca che protegge un nido che il mondo vorrebbe bruciare. Attorno a loro, si diffonde un morbo che sa di mito e di condanna: una piaga silenziosa che falcidia i corpi e che la leggenda vuole si trasmetta attraverso lo sguardo. Un uomo fissa un altro uomo, lo ama troppo o troppo a lungo, e in quel riconoscimento fatale, lo uccide. La trasmissione per sguardo è una pura invenzione del regista, una costruzione leggendaria che trasforma un meccanismo biologico in una metafora cinematografica totale, e dice già tutto dell'ambizione del regista. Diego Céspedes reinventa l'AIDS come leggenda e la leggenda come atto politico.
Diego Céspedes e il Cinema Cileno: Western, AIDS e Identità Queer
È un'opera prima che porta il peso di sei anni di gestazione e che porta il segno di un autore formato nei laboratori più esigenti del cinema d'autore mondiale, dal Cinéfondation di Cannes al TorinoFilmLab. Céspedes ha trent'anni e viene da Santiago, da un salone di parrucchiere di periferia dove gli uomini gay morivano di AIDS e la paura si trasmetteva come un'altra forma di contagio. Il film nasce da lì, da quella pedagogia personale del pregiudizio che ha impiegato una vita intera a rovesciare. Il risultato è un "western queer" che non ha paura del silenzio, dove le inquadrature fisse di Angello Faccini, girate in 4:3, con una texture granulosa che evoca la pellicola Super 16mm e che stringe i corpi nello spazio come in una prigione di luce, disegnano geometrie immobili come il tempo nel deserto, mentre le note di Florencia Di Concilio risuonano di sale e di frontiera, con fischi alla Morricone e trombe jazz che trasformano la cantina in un'arena leoniana, accompagnando i corpi di Tamara Cortés, Matías Catalán e Paula Dinamarca in una danza sull'orlo dell'abisso.
Un'opera prima che brucia come la sabbia e resta come una cicatrice.
L'Anatomia del Contagio e il Ritorno
È qui che Céspedes smette di raccontare e comincia a ferire, perché in fondo non è mai una malattia a uccidere, ma è sempre, e inesorabilmente, lo sguardo degli altri che ci definisce e ci condanna. In questo spazio sospeso, il contagio diventa l'allegoria di una colpa inventata, una trasfigurazione poetica della crisi dell'AIDS che trasforma il desiderio in un'arma e il riconoscimento reciproco in una sentenza di morte. È la tragedia di un'umanità che ha barattato la complessità dell'amore con la rassicurante ferocia del pregiudizio, ma che proprio nell'oscurità di un cabaret sperduto trova la forza di erigere un piccolo, immenso baluardo di dignità.
Céspedes reinventa l'atto del guardare, lo spoglia della sua carica distruttiva e lo trasforma in una vendetta gentile, una pretesa assoluta di esistere nonostante l'ipocrisia di chi, alla luce del sole, distoglie gli occhi per paura per poi bramare quegli stessi corpi nel segreto della notte. Tutto viene filtrato attraverso la purezza di Lidia, uno stupore che non giudica e che non spiega il dolore, ma semplicemente lo attraversa con la ferma intenzione di non lasciarsi accecare. Alla fine del viaggio, il pulviscolo bianco è ancora lì, sospeso tra il cielo e la terra di Atacama, ma l'occhio che abbiamo imparato a conoscere non è più immobile nella sua solitudine. È un occhio inondato di una luce nuova, che ha visto la bellezza nel contagio dell'amore e ha deciso, con una calma che fa tremare le montagne, di non chiudersi mai più.
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