La bolla delle acque matte all'Azzurro Scipioni: Anna Di Francisca e il cast raccontano il film

Anna Di Francisca, Fausto Russo Alesi e il cast de "La bolla delle acque matte" all'Azzurro Scipioni: incontro, temi e retroscena del film.

Al cinema romano la regista, Fausto Russo Alesi, Jaele Fo, Ida Sansone e il compositore Paolo Perna hanno aperto la settimana di proiezioni con un incontro a cuore aperto sul set, sul paesaggio e sulla politica del film.

[di Redazione]

Fausto Russo Alesi - La bolla delle acque matte

Poche parole prima del film, tante dopo. È la filosofia del Cinema Azzurro Scipioni di Roma. Giovedì 21 maggio, per la serata inaugurale della settimana di programmazione dedicata a La bolla delle acque matte, distribuito da Incipit Film in collaborazione con Kio Film, in sala erano presenti la regista Anna Di Francisca, gli attori Fausto Russo Alesi, Jaele Fo, Ida Sansone, Sidy Diop e il compositore Paolo Perna. Un parterre insolito per un film insolito: prima della proiezione, presentazioni sobrie e quasi pudiche, "Spero che vi possiate emozionare come noi ci siamo emozionati", ha detto Russo Alesi; "Godetevi questo spettacolo splendido di Anna", ha aggiunto Jaele Fo, come se tutti sentissero che le parole, prima delle immagini, avrebbero sottratto più che aggiunto. È dopo, nel dibattito, che la serata ha trovato la sua voce.

Dal terremoto alla sceneggiatura: come nasce il parallelismo tra sfollati e migranti

azzurro scipioni - la bolla delle acque matte

"Io volevo girare un film inizialmente sullo spopolamento", ha spiegato Di Francisca, ripercorrendo la genesi del progetto. "Questo però avveniva da chiacchierate fatte a Castelluccio con amici, perché io e Paolo viviamo un po' tra l'Umbria e Roma e ho passato molto tempo a Castelluccio pre-terremoto. Poi questo film si è trasformato col terremoto, è diventato sempre più urgente." Il punto di svolta è arrivato leggendo, nei mesi successivi al sisma del 2016, le storie di migranti che vivevano nelle zone del cratere e che si erano trovati davanti a una catastrofe del tutto sconosciuta: "In Africa il terremoto non esiste, non lo conoscono. E magari venivano scambiati per sciacalli perché li trovavano a scavare sotto le macerie. Spesso i vigili del fuoco li hanno adottati in qualche modo perché li trovavano disperati. Sono articoli che mi avevano toccato molto."

Da lì il film ha trovato la sua forma definitiva: non solo una storia di spopolamento, ma un parallelismo preciso tra due forme di perdita e due tentativi di ricominciare. Il ristorante multietnico al centro della trama non è solo un espediente narrativo, ma il simbolo di una tesi: "Non basta ricostruire le case, bisogna ricostruire anche il tessuto sociale di un posto, bisogna ricostruire una comunità. E il tutto è sotto il segno dell'accoglienza."

Per costruire dialoghi credibili attorno ai personaggi migranti, la regista e la co-sceneggiatrice Laura Fischetto si sono avvalse di un lavoro preparatorio lungo e rigoroso con mediatori culturali. "Io di solito abborro abbastanza questi film dove si appiccicano dei dialoghi senza assolutamente capo né coda dai nostri salotti borghesi", ha detto Di Francisca con la schiettezza che ha caratterizzato tutto l'incontro. Un dettaglio piccolo ma rivelatore: "La pasta scotta è stata una sofferenza vera di tanti migranti che detestavano la pasta perché passavano dalle mense dove c'era questa “colla” che gli davano da mangiare." Ogni battuta, ha spiegato, nasce da lì.

Fausto Russo Alesi: un sindaco fragile, un film politico

Se c'è un centro emotivo della serata, è il momento in cui Fausto Russo Alesi parla del suo personaggio. Lorenzo, il sindaco, è un uomo "fragile, ma della sua fragilità fa forza", e Russo Alesi ha raccolto quella lettura per amplificarla: "È un sindaco che si mette in ascolto di quello che ha intorno, di se stesso. È una solitudine come le altre, quelle che ha intorno, e capisce che si può costruire soltanto se ci si appoggia alle altre solitudini. E quindi in questo senso io credo che sia forte, perché credo che forse la forza la dovremmo più trovare in questo."

L'attore ha descritto La bolla delle acque matte come "una bolla metaforica che ci racconta moltissimo del nostro presente, della condizione terrificante che il nostro mondo sta vivendo in questo momento". E poi, netto: "È un film politico, secondo me. Anna ha fatto un film politico, sociale, umano."

Sul titolo e sulla sua metafora, Russo Alesi ha insistito con la forza di chi ha pensato a lungo a quella storia: le acque matte sono acque che vanno in tutte le direzioni senza un percorso logico, "però forse quando si incontrano mescolandosi, forse nella contaminazione, qualcosa di nuovo si può costruire, si deve costruire. Perché dar la colpa agli stranieri? È una saggezza delle acque."

Il set selvaggio di Castelluccio: freddo, temporali e un camper per tutti

Anna di Francesca e il cast all'azzurro scipioni

Una delle rivelazioni più vivide della serata è stata la descrizione delle condizioni di ripresa a quasi 1500 metri di quota. "E' stato un film molto selvatico", ha sintetizzato Di Francisca. Niente cover set, il terrore costante dei temporali, quattro settimane con un solo camper condiviso da tutto il cast, e una cucina usata come unica area protetta, coibentata alla bell'e meglio.

Eppure da quel caos controllato è emersa una coesione di set che tutti i presenti hanno descritto come eccezionale. Jaele Fo, alla sua prima esperienza in un lungometraggio, ha detto che uscendo dal set il cast continuava a "viverci la bolla, parlare con le persone del posto". E Di Francisca, ha rivendicato con orgoglio quella dimensione collettiva: "Io sono molto grata alla mia troupe che mi ha supportato in tutti i modi in un film difficile anche da un punto di vista climatico."

Nel racconto del set è emerso anche un elemento che dice molto sul metodo della regista: il lavoro continuo con gli attori sulla sceneggiatura, le letture collettive prima delle riprese, la disponibilità ad accogliere suggerimenti. La battuta della curcuma è di Russo Alesi: "Non me ne impadronisco perché è di Fausto", ha detto Di Francisca, "e secondo me è geniale in quel momento."

Il dialetto umbro come chiave del personaggio

Un passaggio tecnico, eppure ricco di implicazioni: la preparazione linguistica del cast. Russo Alesi, palermitano, si è affidato a un amico umbro per costruire la cadenza del sindaco Lorenzo: "Abbiamo pensato che la lingua era molto importante per descrivere questo personaggio. Lui racconta comunque il suo rapporto con la tradizione, con le radici. è andato via da quel luogo e ha deciso di ritornare.» Ida Sansone ha scelto un approccio ancora più radicale: oltre venti giorni in Umbria, al mercato e nei bar, a fare amicizia con le donne del posto, a studiare non solo la cadenza ma il mondo che quella cadenza porta con sé. "Ho cercato di capire l'importanza che questo popolo ha riguardo alla famiglia e agli antenati", ha detto. E ha aggiunto una riflessione che è andata ben oltre la tecnica attoriale: "Oggi si dice che noi siamo qui e stiamo realizzando i sogni dei nostri antenati, come se ci fosse una catena che ci unisce tutti quanti con quelli che ci precedono." Da lì, ha spiegato, è nato il personaggio di Augusta, la tradizione, la semplicità delle donne umbre contadine.

Paolo Perna e il canto gregoriano: la mescolanza come metodo compositivo

la bolla delle acque matte - azzurro scipioni

La parte più inattesa e densa della serata è stata quella dedicata alla musica. Paolo Perna ha raccontato di essere partito da un punto apparentemente lontanissimo dalla storia: il canto gregoriano. "L'ho usato come espediente per trovare degli elementi comuni che esprimessero tramite scale varie questa mescolanza di questi popoli, di queste culture." La melodia scelta, Terribilis est locus iste, il canto con cui venivano consacrate le chiese, è, ha spiegato Perna, "un canto di magia fondamentalmente, se uno lo vede dal punto di vista antropologico: è un canto che trasforma una cosa." E gli intervalli di quella melodia rimandano, tecnicamente, a scale orientali e africane: l'Occidente che porta dentro di sé l'altrove senza saperlo.

La musica nel film ha anche una funzione drammaturgica precisa: le Sibille, figure mitologiche legate a quella piana, si manifestano attraverso i suoni. "Quando arriva Silvia, la truffatrice, dentro c'è sempre la melodia delle Sibille", ha spiegato Perna. Un personaggio negativo che però rende possibile la nascita del ristorante, agito silenziosamente dalla magia di quelle figure femminili. "Le Sibille fanno in modo che questa magia si riversi sull'umanità e quindi provochi questo cambiamento che teoricamente noi tutti quanti ci dovremmo auspicare."

I vigili del fuoco

A chiudere la serata, une passaggio commovente che ha restituito al film la sua dimensione più concreta: il racconto delle reazioni dei vigili del fuoco. Il capoquadra di Spoleto ha scritto alla regista che il film aveva "interpretato con poesia tutto quello che noi abbiamo vissuto". Un vigile di Roma ha portato la locandina in caserma per convincere i colleghi ad andare a vederlo. "Io considero i vigili del fuoco i miei eroi", ha detto Di Francisca. "Per salvare delle cose che magari un altro giudicherebbe non importanti, loro si buttano." E ha raccontato di averli visti lavorare sul serio, perché anche lei ha vissuto il terremoto. Questa dichiarazione, arrivata quasi per caso a fine serata, ha fatto capire meglio di qualsiasi analisi critica da dove viene questo film: da una regista che quella sofferenza l'ha guardata da vicino, senza filtri e senza distinzioni, e ha sentito il bisogno di restituirla.

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