L'intelligenza artificiale causa atrofia cognitiva? Analisi degli studi del MIT e la difesa della scrittura umana come resistenza.
Dagli studi del MIT sulla perdita di connettività neurale all'appello della testata studentesca The Oxford Student per difendere la poesia imperfetta e l'attrito creativo.
[di Alessandro Massimo]
Il dibattito sull'ingresso degli algoritmi generativi nelle aule universitarie ha superato la questione del plagio per concentrarsi su un allarme neuro-cognitivo. Micah Nathan, narratore e docente di scrittura al Massachusetts Institute of Technology, ha recentemente sospeso i suoi laboratori dopo aver rilevato un uso massiccio di testi generati artificialmente dai suoi studenti. La motivazione addotta dai giovani autori non era la mera pigrizia, ma il terrore del giudizio critico e della frustrazione, sentimenti che li hanno spinti a delegare l'intero processo creativo alla macchina. Nathan ha descritto in sostanza la prosa algoritmica una perfezione morta, uno splendido nulla: un prodotto sintatticamente ineccepibile ma privo di qualsiasi contesto emotivo o verità umana sperimentata sul campo.
L'impatto dell'intelligenza artificiale sull'atrofia cognitiva
Questa tendenza alla delega trova un preoccupante riscontro nei dati clinici. Uno studio del MIT Media Lab, pubblicato su arXiv nel giugno 2025 come preprint, e ancora in attesa di revisione paritaria, ha misurato tramite elettroencefalogramma le conseguenze neurali dell'uso dei modelli linguistici di grandi dimensioni durante complessi compiti di scrittura. I risultati hanno evidenziato che gli utenti abituati ad affidarsi all'intelligenza artificiale mostrano una connettività neurale significativamente più debole rispetto a chi scrive in totale autonomia, sviluppando nel tempo un vero e proprio debito cognitivo. L'attività cerebrale si riduce in modo direttamente proporzionale all'aumento dell'assistenza esterna. Il fenomeno dell'esternalizzazione cognitiva porta il gruppo che ha lavorato con assistenza algoritmica, un terzo dei cinquantaquattro partecipanti al campione esaminato, a lasciare che sia la macchina a fare la maggior parte del pensiero strutturale, sacrificando la supervisione esecutiva a favore della velocità di esecuzione.
La poesia come resistenza all'esternalizzazione cognitiva
Di fronte a questo scenario di progressivo appiattimento intellettuale, dal mondo umanistico si levano voci che propongono soluzioni basate sul recupero rigoroso dello sforzo individuale. Sophia Yvonne Hall, contributor e section editor de The Oxford Student, ha pubblicato il 10 maggio 2026 un saggio in cui identifica nell'arte lirica il principale antidoto all'assimilazione tecnologica. Hall sostiene che l'intelligenza artificiale elimina l'attrito fisiologico necessario alla vera creatività, limitandosi a replicare strutture formali prive del battito cardiaco e del respiro tremante tipici dell'esistenza umana. Il suggerimento radicale offerto per contrastare l'atrofia cognitiva è quello di tornare a scrivere in modo deliberatamente sporco, lento e imperfetto. Scegliere la fatica della composizione non mediata, accettando l'inevitabile rischio del fallimento, diventa in questo contesto storico non solo un esercizio estetico, ma un atto di resistenza biologica per preservare la singolarità del pensiero contro l'omologazione statistica.
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